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VIVERE È TRADURRE, TRADURRE PER VIVERE
LIVING IS TRANSLATING, TRANSLATING FOR A LIVING
LEBEN HEISST ÜBERSETZEN, ÜBERSETZEN UM ZU LEBEN
ERRORE
È la fatica di convivere con la presenza continua della mia insufficienza a farmi prediligere questa parola, che nell’infanzia significava soltanto la matita rossa e blu della maestra che mi segnalava l’ennesimo termine dialettale nel pensierino o nel tema. E ora è lo sbaglio di tono con cui apro troppo spesso la giornata rivolgendo la parola a mia moglie o reagendo a una sua frase e quello con cui affronto, sulla difensiva pronto all’attacco verbale, i figli in cerca della loro strada. La fatica, soprattutto, di mettere a tacere il proprio ego che, nel momento in cui è colto in fallo, s’incazza, ribadendo ironicamente il suo essere in errore, invece di starsene zitto e “tenere la lingua tra i denti”, secondo l’inarrivata definizione di mio babbo. L’errore insito nell’impossibilità quasi “genetica” di accettare subito e di buon grado e non dopo un rimuginìo interminabile i propri inenarrabili limiti d’umanità e di capacità professionali. È questa insufficienza, messa di continuo sulla carta col lavoro di traduzione, che neanche alle terze bozze… a farmi amare e rileggere periodicamente alcune pagine di Ennio Flaiano anche nella speranza di riuscire a ridermi sguaiatamente in faccia.
[Da Dizionario affettivo della lingua italiana, Fandango 2008]
“L’uomo si trova in una condizione di COMICA discrepanza rispetto all’ordine dell’universo”
per cui
A FEGH CVEL CH’A POS / A I VEGH SO DRI’
[Faccio quello che posso / ci vado su dietro - affronto le questioni quando si presentano]

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