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	<title>Giovanni Nadiani</title>
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		<title>ORTI IBRIDI</title>
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		<pubDate>Fri, 09 May 2008 15:19:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gnadiani</dc:creator>
				<category><![CDATA[ORTI IBRIDI [blog stoppato]]]></category>

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		<description><![CDATA[15 marzo 2008 Ineluttabili versi Di questi tempi un paio di anni fa ci lasciava il Beckett di Santarcangelo, Raffaello Baldini. E questo mi viene in mente. Lo sappiamo: la condizione inellutabile (sempre rimossa, per autosostentamento forse) dell’uomo è la &#8230; <a href="http://lnx.gionni.net/wordpress/?p=130">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>15 marzo 2008</p>
<p><strong>Ineluttabili versi</strong></p>
<p>Di questi tempi un paio di anni fa ci lasciava il Beckett di Santarcangelo, Raffaello Baldini.<br />
E questo mi viene in mente.<br />
Lo sappiamo: la condizione inellutabile (sempre rimossa, per autosostentamento forse) dell’uomo è la precarietà, la provvisorietà. Le sue fortune sono caduche e, tutto sommato, inutili. Eppure l’essere umano, “costretto” a vivere, ontologicamente e ossimoricamente non può non aggrapparsi a qualcosa. L’arte della parola, sì insomma la letteratura – scritta e orale – nel momento stesso in cui pronuncia la sua inutilità, ne proclama la necessità. Lo stesso vale per la lingua attraverso la quale essa nomina l’innominabile. Un innominabile che, stante la condizione di estrema precarietà, di sconfitta ultima  e irreversibile del codice che l’esprime, diventa tanto più necessario. In questa ineludibile circolarità è nascosta, nella sua vanità, anche la speranza evocata dalla scrittura alla notizia della morte di Raffaello Baldini: il linguaggio della poesia, oltre la debolezza e la transitorietà del codice che l’esprime e l’attraversa, incatena la morte nel mondo dei viventi, e la costringe a un patto instabile, con il quale cerca di sopravvivere negoziando i propri tributi verso l’oltretomba. Ma anche la stessa lingua sconfitta (il dialetto), nella sua fragilità, sopravvive più di quanto si pensi alle generazioni che si succedono, negli oggetti e nei modi di vita che cambiano, che diventano “altro”, trasformando il dire, che si perpetua proprio in questa trasfigurazione, in questa traduzione. E, come è stato più volte affermato, il poetico di Baldini “funziona” anche in altre lingue (in italiano, in inglese ecc.), perdura dunque nel disintegrarsi dell’essenza linguistica originaria, in quella morte che è, beckettianamente e non solo il nascere, in cui –  forse, forse – solo l’arte è l’unica cosa sopportabile: una parvenza d’immortalità: toni ludici e clowneschi, compostamente tragici in un indissolubile connubio tra la beffarda rivalsa narcisistica sopra il dolore e la morte e la denuncia contro un logos che illegittimamente li sostituisce. Siamo fatti di provvisoria consunzione, eppure non possiamo non aggrapparci, tra la polvere e il fango se è piovuto, ai radi fili d’erba che sporgono dal nostro fosso: è così che tra i libri autografati e con dedica a me cari e che inutilmente cerco di preservare dall’ingiallimento e dalla voracità dei pesciolini d’argento, tra premi Nobel e “classici del presente”, tra Seamous Heaney, Tony Harrison, Christa Wolf, Uwe Johnson, Ror Wolf, Amiri Baraka, Mario Luzi, Claudio Magris o Umberto Eco, conservo più gelosamente di tutti quelli di Lello: inutili feticci di cui, ineluttabilmente e necessariamente, è fatta anche la mia esistenza.</p>
<p>9 maggio 2008</p>
<p><strong>Il consumo delle persone</strong></p>
<p>Anche in questi pochi metri quadri &#8211; e pensare che è già un&#8217;inenarrabile fortuna poterne godere &#8211; inondati da pollini allergici d&#8217;autostrada, di zaffate da parcheggi abusivi di tir scarburati miscelate alle ole regolari da porcilaie, in un pomeriggio ventilato come questo scende nello stomaco la malinconia per questo nostro tempo (eh, sì, diamo a lui la colpa) virtuale e incalzante che tarsforma un&#8217;ingiustizia nella più normale delle prassi: il consumo delle persone. No, non intendo ciò che fa di ognuno di noi un piccolo o grande abbuffatore del necessario e del superfluo, intendo proprio che noi le persone le consumiamo a nostro piacimento: quando ci servono, le incontriamo, anche solo online con due righe di mail o in una sveltina chattata; ce ne serviamo per quanto ci possono servire e poi le gettiamo. Toccata e fuga, e a risentirci senz&#8217;altro presto, <strong>definetely</strong>, assolutamente. E poi passano dieci anni e chi si è visto, s&#8217;è visto, oppure: mi sei stato/a utile, bene e ora ti schiaccio. Sarebbe inutile stilare un elenco dei modi: ciascuno di noi ha i suoi e conosce le sue vittime, gettate via lungo la strada dei giorni (bassa prosa poetica, questa), che nemmeno si ricordano più, peggio di un verso di una canzone, che pure cantavamo a memoria. E non c&#8217;è ambito di vita e d&#8217;attività che non sia colpito da questa strana forma di consumismo (come suona <em>altmodisch</em> questa parola, e pensare invece che viene riscoperta come calco nelle lingue maggiori che nemmeno l&#8217;usavano): non risparmia neppure quella che era solita chiamarsi la società letteraria, anzi qui, se si può, al pari di tutte le altre dimentiche microsocietà dell&#8217;intrattenimento mediatico &#8211; perché di questo da tempo si tratta &#8211; si è ancora più implacabili e &#8220;la tua morte è la mia vita (o quello che si presume tale)&#8221;. ma chissà, forse siamo sempre stati così, noi fatti di avida carne e pelle che si sfarina. O forse no: magari qualcuno non ci ha &#8220;consumati&#8221; e proprio in questo momento sta pensando a noi, al nostro bene. Forse sono soltanto ingiusto. In questi pochi metri quadri ancora verdi da piangere prima del secco afoso e spelacchiato dell&#8217;estate non mi è mai capitato di trovare un quadrifoglio: lo troverò appena smetterò di vedere l&#8217;altro/a come un essere, se non proprio una &#8220;cosa&#8221;, da consumarsi e starò, silenzioso, in ascolto delle sue parole, una lieve e mite brezza a carezzarmi le palpebre e le orecchie, finita l&#8217;allergia.</p>
<p>10 maggio 2008</p>
<p><strong>Risparmiare il tempo: leggere</strong></p>
<p>Attraverso la piazza con la mia gypsi gialla, la bici pieghevole sfoderata dall&#8217;auto parcheggiata a diversi chilometri dal centro: di fronte al duomo da settimane s&#8217;erge un lungo tendone con libri in vendita, molti dei quali a metà prezzo; da un corso poco distante spuntano i manifesti fosforescenti della maggiore libreria della città: sconto del 30% su tutti i libri esposti. Anche qui, ovunque, la massa delle merci che incombe, sotto la quale soccombere. E&#8217; incredibile: il numero delle pubblicazioni in perenne uscita è inversamente proporzionale al tempo che abbiamo per leggere (ciò vale, naturalmente, per coloro che ancora posseggono il vizio della lettura, o almeno un residuo di desiderio di &#8220;farsela&#8221;, prima o poi). E chi, come me, ha poco spazio, costretto a spostare di stanza in stanza casse e scatoloni di libri, ogni volta che ne acquista uno nuovo, fregandosene dello sconto, dal proprio libraio di fiducia &#8211; che in questa città ancora esiste &#8211; assaporando il gesto di aprirlo e quello di annusarlo sleggiucchiando, pregustando un mondo che, magari, gli si aprirà solo settimane, mesi, anni dopo, come capita a me, costui sente come un rimorso: altro spazio vitale sottratto all&#8217;ossigeno casalingo in cambio di polvere spirituale. Eppure, a volte, a malincuore bisogna riconquistarsi un metro cubo per altra polvere, più fresca. E così mi sono sbarazzato di un cassone di narrativa italiana degli anni Ottanta, comprensiva delle tante recensioni ingiallite nascoste nelle pieghe delle copertine: stupefacente il capitale investito allora, in moneta (quando non arrivavo nemmeno alla fine del mese), e in tempo. Non è che ora sia molto più ricco, i figli all&#8217;università costano, anche in libri, eppure il tempo dell&#8217;<em>otium</em> per la lettura sembra calato ancora. Fortunamente rimangano le mezz&#8217;ore dell&#8217;alba a colazione e poi sul water: tutto Beckett, che attendeva da anni nell&#8217;inverno 2006/07; il grande Flaiano inedito durante l&#8217;ultimo inverno; e qua e là un romanzo di qualche contemporaneo tedesco, ma soprattutto racconti brevi e brevissimi da qualsiasi parte essi provengano; in primis di Günter Kunert, assolutamente ignoto a queste latitudini, ragion per cui dovrò provvedere a una prima traduzione. E l&#8217;altro giorno, ho acquistato, dopo le <em>Navi in bottiglia</em> di molti anni fa, la seconda raccolta di Gabriele Romagnoli <em>Solo i treni hanno la strada segnata</em>, lasciando lì, in giacenza sulla scansia del libraio, i nuovi prodotti di onesti artigiani quali Andrea De Carlo e Enrico Brizzi. E ora per un po&#8217; mi accompagnerà una microstoria, una scaglia di immaginario dentro la giornata. E&#8217; questo il &#8220;romanzo&#8221; che voglio: poche righe, un paio di lasse, il resto lo scriverà la mia fantasia. Risparmiare carta riciclata e byte d&#8217;energia, risparmiare il tempo: leggere. Chissà se se ne accorgeranno i propugnatori del (al maschile) <em>New Italian Epic</em> che, forse, molto è già dentro quelle scaglie e di qualcun altro, certo una narrativa tascabile e portatile, ma quanto più pregnante nel suo &#8220;non genere&#8221; della logorrea imperante, più o meno nuova, più o meno italiana: risparmiare il tempo: leggere storie e prose brevi, tante.</p>
<p>13 maggio 2008</p>
<p><strong>Schizofrenia digitale</strong></p>
<p>Scorro lo <em>Spiegel online</em>, ricco e denso di notizie a costo zero (in realtà nessuno di noi sa chi, quanto e in che percentuale intaschi a ogni nostra connessione per il tramite del relativo gestore-avvoltoio), scorro la barra laterale destra e mi fermo sulla videoclip: la connessione pseudoveloce mi concede di aprirla a scatti sulla distruzione totale del terremoto in Cina o sui volti sconvolti del tifone birmano, ma la mia visione è distratta dai movimenti della bonazza in bikini che si culla sull&#8217;amaca sotto una palma che continua a farmi l&#8217;occhiolino, seguendomi a ogni scorrimento della barra, invitandomi a raggiungerla per pochi euro col suo tour operator. Forse questa è la pornografia: non tanto l&#8217;esiguo perizoma della teutonica bionda &#8211; un tempo giunonica nell&#8217;italico immaginario macho anni Sessanta, ora asciutta a tavoletta e dalle fattezze morbide del volto &#8211; ma lo stuzzicare il nostro voyerismo tra dolore e piacere in una sorta di surrealtà che ci scivola via a ogni click.</p>
<p>15 maggio 2008</p>
<p><strong>E&#8217; la sagra, bellezza!</strong></p>
<p>Da circa un mese, in questa lunga primavera fresca e ventilata (se fosse ancora più piovosa ne godremmo tutti, piante comprese), è scoppiata la stagione delle sagre e delle zanzere tigri, che scorrazzano per tutta la Landa: si va da quella del Cinghiale &#8211; di solito il maiale s&#8217;ammazzava a tardo autunno(inizio inverno a seconda della luna, mah!) &#8211; a quella della Primavera in fiore; dalla Sagra della Campagna a quella dell&#8217;Uovo sodo in attesa di quelle dedicate ai singoli frutti, cereali, e spremiture varie: Sagra della Fargola, della Ciliegia, dell&#8217;Albicocca (poca roba quest&#8217;anno con il gelo a bruciare i fiori, ma le importano dalla Cina), della Batdura (&#8220;battere il grano&#8221;), della Spiga Dorata, dell&#8217;Uva, dell&#8217;Olivo fino alla mitica Sagra della Pera Volpina o dei Frutti Dimenticati. È un&#8217;economia sommersa che sfugge a qualsiasi indagine di mercato o della Finanza: sfregolanti stand gastronimici sotto il comando ferreo di possenti e procaci azdore dalla lingua tagliente approntano sempre e ovunque lo stesso ben di Dio, in faccia alle carestie profetizzate sui media &#8211; intanto qui, ce n&#8217;è e diamoci dentro e lasciateci lavorare in pace, tutti! Lo stesso fumo delle cucine da campo s&#8217;alza quasi ogni sera a pochi chilometri di distanza da quello della sera precedente inondando la landa dell&#8217;odore di tonnellate di castrato e salsiccia ai ferri con piadina o di tagliatelle e cappelletti al ragù. E sullo sfondo, all&#8217;aperto o sotto un tendone professionale dell&#8217;Ente Sagre allieta la serata un&#8217;orchestrina di liscio alternandosi con il Trio Italiano, Alessandro Ristori (un clone celentanesco locale con migliaia di fan al seguito), Wanda la Carrellista con la Metallurgica Viganò oppure il duo cabaret-raskiabidet Pizzocchi &#038; Giacobazzi, reduce da qualche pseudoevento televisivo: nessuno, o quasi, li ascolta: il rumore di mandibole è troppo forte. Eccheccè di male: vogliamo divertirci, vogliamo mangiare finché ce n&#8217;è, basta con la tristezza, è primavera tesoro! Il culmine sarà la Sagra del Buongustaio a Ferragosto, quando nella notte della Landa tra paioli di cappelletti fumanti si esibirà dal vivo Mal dei Primitives.</p>
<p>23 maggio 2008</p>
<p><strong>What does the word <em>contemporary</em> mean?</strong></p>
<p>A Ridente, capoluogo della Landa, è arrivato il Festival d&#8217;arte contemporanea. Una particolare forma di festival, fatto sì di eventi collaterali anche spettacolari, di botteghe d&#8217;arte aperte su mostre e installazioni ecc., ma incentrato sulla riflessione delle problematiche legate all&#8217;arte di oggi e alla sua disseminazione nelle più svariate forme. E a Ridente sono giunte frotte di intellettuali e di giovani ascoltatori, mentre il Festival ha smosso tutto il funzionariato comunale a dare il massimo impegno per la riuscita dell&#8217;evento, peraltro gestito da una società esterna coaudiuvata dalla bassa manovalanza di tanti volontari, come in ogni grande festival che si rispetti (Mantova docet). Sono comparsi in città, in pelle e ossa, anche i grandi danarosi locali, generalmente attivi su altri fronti, e ovunque si respira aria di movimento. Eccellente. La cosa curiosa è che, tra le numerosissime tavole rotonde, i folti e affollati dibattiti, non venga tematizzato il &#8220;perché&#8221; dell&#8217;arte, il suo &#8220;senso&#8221; per noi uomini e donne di questo &#8220;present continous&#8221;? Si dà forse per scontato che essa abbia veramente a che fare con le nostre vite, oltre che con quella dei mercanti e collezionisti o degli albergatori che almeno per un weekend fanno il pieno? Che essa sia la nostra vita? Anche solo una piccola riflessione a margine, oltre a quella portataci dal flusso verbale di Alessandro Bergonzoni sul concetto di contemporaneo &#8211; forse meno brillante e inventivo di altre volte, ma più &#8220;vicino&#8221; -, magari avrebbe potuto inquietarmi un poco, al di là della &#8220;fruizione&#8221; momentanea di idee ed esperienze utili per un presente futuro. Perché si chiede sempre solo agli scrittori del perché scrivono? O si tratta di una richiesta fuori epoca nella Seconda Modernità (Ulrich Beck)? E perché questo concentarsi, elitario e popolare al contempo, sull&#8217;arte figurativa (in cui da Duchamp in qua è solo il critico a stabilire cosa è arte e cosa no, in cui vige il Fantasma della qualità, secondo il titolo di un&#8217;indimenticata mostra organizzata a Ravenna da Claudio Spadoni un paio di decenni fa) quando nessuno &#8220;si fila&#8221; minimamente la ricerca lacerata e lacerante &#8211; d&#8217;accordo, a volte anche un po&#8217; noiosa &#8211; che si ha nelle varie branche della musica e della letteratura nelle loro svariate forme, contaminazioni e intrecci (anch&#8217;esse solo marginalmente, di tanto in tanto, sfiorate in un angolo di qualche festival)?</p>
<p>9 giugno 2008</p>
<p><strong>Quale realismo? Quale Italia?</strong></p>
<p>L&#8217;essere cresciuto (cioè essendo venuto in contatto con la parola scritta, la Cultura) agli inizi dei Sessanta in una landa in cui l&#8217;unico contatto col grande mondo esterno era costituito dal cinema parrocchiale con le pellicole in bianco e nero censurate dal CCC (Centro Cinematografico Cattolico), mi ha forgiato come cinefilo. Diciamolo: si attraversano spesso mesi e mesi e di magra proibendosi di calcare la soglia degli ultimi &#8220;cinema in centro&#8221; sopravvissuti per la scadente qualità dei prodotti in cicolazione. Poi arrivano ondate di cose decenti (stando alle recensioni) che, per i vari impegni, non si riescono a seguire e, dunque, rimane la speranza di non farseli sfuggire nelle varie rassegne estive all&#8217;aperto (tempo permettendo). Finalmente sono riuscito a vedere &#8220;Il Divo&#8221;: originale nella struttura scattante (accompagnata da scelte musicali azzeccate) e limpido nel &#8220;messaggio&#8221;, non mi ha convinto nella figura del protagonista. L&#8217;Andreotti inscenato nel suo noto cinismo mi è sembrato troppo tetro rispetto all&#8217;immagine che mi conserva la memoria, molto più &#8220;leggero e sorridente&#8221;. Questo personaggio di Sorrentino, per quanto vicino alla realtà di un perfido calcolatore esso sia, è troppo buio (elemento sottolineato dalla tetraggine delle stanze del potere e casalinghe), incapace di un benché minimo sorriso (che non trova corrispondenza nella realtà dell&#8217;uomo), in questo troppo disumano e dunque non del tutto credibile. A proposito di questa ondata di film che rispecchierebbero l&#8217;attualità ruda e cruda della Penisola come pure di tanta narrativa già operante da tempo, riassunta dall&#8217;etichetta dei Wu Ming &#8220;New Italian Epic&#8221;, ovvero del teatro (di narrazione e non solo), Giancarlo De Cataldo ha parlato di neo-neorealismo: &#8220;Raccontare l&#8217;Italia e gli italiani, al cinema, a teatro, nei libri. Chiamiamolo neo-neorealismo. Chiamiamolo new italian epic. Le etichette lasciano il tempo che trovano. Qualcosa sta davvero accadendo, è sotto gli occhi di tutti, prendiamone atto. Non stiamo definitivamente parlando di caso, ma di necessità. Le lucciole sono tornate, ma sono ancora pochine&#8221; (La Repubblica 8 giugno). Mi piacerebbe però che tra le poche lucciole in volo si notassero anche quelle, per restare al cinema, che ci fanno vedere il &#8220;marcio e l&#8217;orrore&#8221; non eclatanti, ma &#8220;normali e invisibili&#8221; del paese, e che rispecchiano il paese predominante, &#8220;maggioritario&#8221; nel suo piccolo ma pervasivo cinismo quotidiano: sintomatiche nel farcelo vedere sono le pellicole &#8220;Non pensarci&#8221; di Gianni Zanasi e &#8220;Italian Dream&#8221; di Sandro Badaloni, una piccola produzione indipendente e quasi non distribuita.</p>
<p>12 giugno 2008</p>
<p><strong>Materiale umano</strong></p>
<p>Nel primo post di questi appunti parlavo di come a ciascuno di noi, in un modo o nell&#8217;altro, capiti di <em>consumare</em> delle persone. Per quanto doloroso per le vite interessate sia questo nostro atteggiamento, senz&#8217;altro non è <em>materialmente</em> così dannoso quanto il consumo reale di materiale umano scoperto nelle cliniche lombarde in questi giorni, ma che si potrà probabilmente trasferire in molte altre strutture sanitarie, soprattutto private, di altre regioni. La massimizzazione dei profitti, il tornaconto di tutti i protagonisti di questa aberrante vicenda sulla pelle e gli organi, appunto soltanto <em>materiale umano</em> interscambiabile e consumabile, dai consiglieri di amministrazione delle varie cliniche fino ai medici primari o secondini, non fanno che rispecchiare l&#8217;impostazione di fondo di ciascuno di noi in questa epoca, come tante altre nella storia, votata esclusivamente a edificare il sé: spremere tutto e tutti fin che ce n&#8217;è per sé, e basta. Se questo è moralismo, be&#8217; forse un po&#8217; di etico sapersi accontentare non guasterebbe. È soltanto una fredda constatazione.</p>
<p>16 giugno 2008</p>
<p><strong>Our Future</strong></p>
<p>Eh sì, bisognerebbe possedere dei &#8220;barili di carta&#8221; per poter abbandonare ogni volta spensierati l&#8217;area di servizio con sempre meno carburante nel serbatoio a parità di somma infilata nell&#8217;automat: la freccina nel cruscotto indicante lo stato del serbatoio sembra non riuscire più a spostarsi a destra mentre aumenta la frequenza con cui si svolta nell&#8217;area di servizio. Una soluzione? Infila più banconote nell&#8217;automat del distributore. In questo caso però si dovrebbero prevalere più banconote dal bancomat, e qui termina il trucco: il bancomat langue, lo stipendio è sempre lo stesso. Dunque, meglio i &#8220;barili di carta&#8221;: i futures, i contratti per la consegna futura del greggio, scambiati a ripetizione, in un giro vorticoso di acquisti e vendite, fra operatori che non hanno alcuna intenzione di mettere le mani su un vero barile di petrolio e sono attenti solo al profitto che possono ricavare a ogni passaggio. E questi &#8220;futuri&#8221; (es.: per comprare un milione di dollari di greggio al Nymex, il mercato del greggio di New York, bsta anticiparne 70 mila) influenzano le aspettative degli speculatori in un vortice infinito, a cui si aggiungono la continua sete petrolifera nostrana (dei cosiddetti primi mondi) e quella nuova, inestinguibile, della Cindia, il calo del dollaro, i tassi d&#8217;interesse tagliati dalla Fed, che oltre a deprimere il dollaro, hanno portato i tassi reali, cioè al netto dall&#8217;inflazione, sotto zero, fornendo alla finanza internazionale denaro gratis per speculare sul greggio, con hedge funds a caccia di rendimenti, che azioni e obbligazioni non forniscono più, e banche e fondi pensioni che investono sulle materie prime per tutelarsi contro il montare dell&#8217;inflazione eccetera, eccetera: la solfa non cambia: greggio=ex oro=bene-rifugio: e per chi vive nella Landa ciò significa spremere il portafoglio. È, difatti, impossibile rinunciare all&#8217;auto per recarsi al lavoro distante anche solo 10/20 km o per sbrigare tutte quelle faccende che si possono sbrigare solo in città (scuola, ospedale, burocrazia ecc.). Certo, la bici, si dirà: d&#8217;accordo qualche volta se po&#8217; fa&#8217;, ma i tempi d&#8217;incastro sono quelli che sono, e di mezzi pubblici neanche l&#8217;ombra, del resto quelli che esistono sono in perdita perché pressoché vuoti (tolti i badanti in libera uscita, nessuno li usa; altro circolo vizioso): in sostanza, sempre più si lavora per pagare energia (pensiamo anche alla dipendenza dal metano da riscaldamento, all&#8217;elettrictà per far funzionare la massima invenzione casalinga, la lavatrice, e il computer con annnessa ADSL per poter continuare a lavorare anche da casa, risparmiando qualche viaggetto) e servizi e rimpinguare piccoli e grandi speculatori. Evviva la Landa.</p>
<p>5 luglio 2008</p>
<p><strong>Sballo</strong></p>
<p>Sarà il caldo stabile oltre i 35° di quest’inizio luglio da mare, stamane soltanto alleviato da una leggera brezza non ancora bollente da nord-ovest, ma ciò che sta succedendo in queste settimane non sembra neanche sfiorare l’andazzo quotidiano della Landa (e, dunque, presumibilmente della schiacciante maggioranza anche delle altre lande più o meno metropolitane di questo paese): le radiomusicheitaliane annunciano inderogabilmente a ogni ora caterve di concerti pop(panti) per ogni dove, i bar dei bagni sulla costa e i ristoranti delle sagre o delle ex feste dell’Unità riciclatisi in feste del PD sono inavvicinabili dalla resssssssaaaa che regna tra sudori e voglie messi in primo piano dal vestiario leggero o inesistente, sulle note urlate di stridule orchestrine di lissssio o tra il martellìo diretto allo stomaco più che alle orecchie ormai geneticamente modificate della techno con qualche inane accenno a far partire comunque lo spettacolo nel disinteresse e disaffezioni totali da parte della star sub-zelighiana di turno del cabaret-raskiabidet: “La Costituzione??? La libertà di informazione e di movimento in tutti i sensi??? Nun ce ne po’ frega’ de meno!”<br />
“Tutta la Costituzione è sotto scacco, a cominciare proprio dalla sua prima parte, quella dei principi e dei diritti, che pure, a parole, si dichiara intoccabile. Tutto è rimesso in discussione. La dignità sociale e l’eguaglianza tra le persone, a cominciare da ogni forma di discriminazione fondata sulla razza e sulla condizione personale. La libertà di informazione, considerata non solo sul versante dei giornalisti, ma in primo luogo dalla parte dalla parte dei cittadini, titolari del fondamentale diritto di conrollare in modo capillare e diffuso utto i detentori di poteri, gli usi distorti del potere pubblico e privato. La libertà personale e quella di circolazione, sulle quali incidono fortemente le diverse tecniche di sorveglianza. La libertà di comunicazione, colpita non solo e non tanto dalle intercettazioni, per la cui diffusione lo scandalo è massimo, ma dall’implacabile, continua raccolta e conservazione per anni dei dati riguardanti telefonate, sms, accessi a internet, che davvero configurano una società del controllo e di cui nessuno sembra preoccuparsi”. Così si esprimeva ieri su Repubblica Stefano Rodotà. Sarà il caldo, ma l’indifferenza e l’ignoranza con cui si fa passare tutta una serie di provvedimenti che concernono la nostra libertà di, semplicemente, “essere cittadini” e non sudditi di non si sa bene quale potere incestuosamente pubblico-privato, e la noncuranza con cui si usano gli strumenti, che i santoni finanziari della tecnologia e delle telecomunicazioni ci mettono a disposizione, lasciando ovunque tracce che, oltre ad averle pagate a caro prezzo, potranno essere usate implacabilmente contro di noi, sono angoscianti e deprimenti. E il caldo è destinato ad aumentare. Chi ci salverà dall’afa ignorante della Landa?<br />
Beata primavera piovosa: finché dura almeno l&#8217;acqua per una doccia frescamente ottenebrante&#8230;</p>
<p>7 luglio 2008</p>
<p><strong>Sballo2</strong></p>
<p>La Notte Rosa sulla costa della Landa illuminata a giorno: infiniti eventi; birre, liquidi e pastiglie a fiumi; barconi di pesche nettarine (promuoviamo i prodotti locali!); un milione e mezzo di persone in giro fino all&#8217;alba per 80 milioni di fatturato. Già si pensa a una Settimana Rosa. E perché rosa poi? C&#8217;entrano forse in qualche modo le donne in maglietta rosa? Il Giro d&#8217;Italia? la Gazzetta dello Sport?<br />
&#8220;Rimini&#8221; di Pier Vittorio Tondelli era già stato pubblicato nel 1985 e &#8220;Un week-end postmoderno&#8221; nel 1990. A 20 anni di distanza, del creativo &#8220;popolo della notte&#8221;, che univa le varie lande italiane, cos&#8217;è rimasto?</p>
<p>9 luglio 2008</p>
<p><strong>Sballo3</strong></p>
<p>Non c&#8217;è migliore memoria di questo nostro tempo del film di Denys Arcand <em>L&#8217;età barbarica</em>, in originale L&#8217;Age des Ténèbres, forse più pregnante, ma il titolo italiano mi sembra un&#8217;ottima soluzione e più vicino a ciò che si esperimenta quotidianamente tra la fauna umana, un&#8217;opera vista nel fresco serale sotto le frasche, le stelle e le luci intermittenti degli Aerobus di un&#8217;Arena cinematografica all&#8217;aperto, con scoppi di risa qua e là e in momenti inattesi e da punti sempri diversi e i tanti silenzi di chi assolutamente non capiva. Arcand, un freddo e cinico moralista o un saggio visionario? Ironicamente geniale!</p>
<p>29 agosto 2008</p>
<p><strong>Epo &#038;cc per tutti!</strong></p>
<p>In questi ultimi due mesi d&#8217;estate bruciante qualsiasi opzione di verde, coi pozzi ormai siccitosi, i fiumi e i torrenti in secca con solo qualche pozza d&#8217;acqua putrida o avvelenata da alghe rosse fertilizzate dai depuratori cittadini, v&#8217;è un&#8217;unica specie vivente che continua iperterrita a crescere nelle prestazioni e, all&#8217;apparenza, a sprizzare di salute abbronzata: il bipede sportivo amatoriale, cicloturista, podista o triathleta che sia, generalmente ben oltre i trenta, anzi al meglio tra i quaranta e i sessanta. Per chi ha praticato sport agonistico da giovane ancora a pane e acqua, cioè in sostanza agli inizi degli anni Settanta e ancora alla &#8220;sua età&#8221;, come lo scrivente, si diletta sgambettando quattro volte la settimana a piedi o in city-bike contro colesterolo e trigliceridi constatando quanto già aveva provato trent&#8217;anni prim con ben altre forze: com&#8217;è difficile recuperare la fatica (in particolare a livello di gambe) di qualche allenamento più assiduo o più consistente, ebbene costui si chiede come facciano tutti quei &#8220;mostri&#8221; di prestazione, anche più vecchi, che incontra per strada a sostenere certi ritmi, frequenze e intensità d&#8217;allenamento. Probabilmente la risposta è la stessa &#8211; seppure ovviamente ad altri livelli &#8211; che si darebbe a chi chiedesse che differenza passi tra l&#8217;immagine di Michael Phelps (otto medaglie d&#8217;oro nel nuoto a Pechino 008) e quella di Mark Spitz (sette medaglie d&#8217;oro nel nuoto a Monaco 1972) sparate appaiate in prima pagina una decina di giorni fa in vari quotidiani del mondo: è la differenza che passa tra gli ancora-umani e gli umanoidi-OMG (ma la vedete quella mascella e quei muscoli deformati di Phelps?!, al cui confronto Spitz appare un mingherlino belloccio a cui un po&#8217; di piscina non può che far bene per poter rimorchiare meglio qualche bionda). La differenza tra ciò che era lo sport d&#8217;alto livello di allora e l&#8217;industria dell&#8217;intrattenimento di oggi. È questa differenza che ci impedisce di emozionarci minimamente per le imprese di un Phelps o di un Bolt, in molti casi fortunatamente narrate da alcuni giornalisti in varie lingue con una bella dose di ironico scetticismo e col sarcasmo dell&#8217;intelligenza. Ovviamente ciò non vuole assolutamente dire che già nel Settanta non ci si dopasse: pensiamo soltanto al ricorso all&#8217;autoemotrasfusione praticata dai grandi corridori finnici, come si scoprì dopo; ma tutto sommato la classe e la qualità dell&#8217;allenamento erano in buona parte ancora &#8220;abbastanza naturali&#8221;. Ma i corpi, le facce degli eroi atletici odierni denotano come questi umanoidi siano proprio stati modificati fisicamente (dopo essere stati decerebrati per poter assogettarsi di buon grado alla &#8220;pratica&#8221;). Non è una questione di moralismo, è una semplice constatazione, visibile a chiunque di tanto in tanto &#8220;attacchi la spina al cervello&#8221;, come tante altre relative alla nostra epoca. Del resto, in un <strong>mondo dopato</strong> in ogni sua manifestazione (dalla finanza ai media, dalla cultura alla ricerca), è giusto che ci sorbiamo anche i relativi campioni sportivi, e pure i brocchi dopati per le nostre strade di campagna e di montagna impegnati a pedalare a ritmi che neanche Riccò (altro benefattore della chimica) al Tour de France&#8230;<br />
E dalla prossima domenica ecco in onda satellitare gli inarrivabili bipedi dello Sky-pallone: poveretti anche loro giocare tre partire alla settimana a quei ritmi infernali: chissà cosa gli daranno da mangiare nelle stie d&#8217;allevamento sudamericane?<br />
Però com&#8217;è bello dopo una doccia fredda (finché l&#8217;acquedotto di Ridracoli ce la passa) a sera allungare le gambe sul letto e poter dire: che stanchezza!</p>
<p>30 agosto 2008</p>
<p><strong>Record</strong></p>
<p>A integrazione di quanto scritto ieri, questa nonstoria (leggibile per altro anche nella sezione LE NON STORIE DI GIONA&#8221;:</p>
<p>&#8220;È un po’ scomodo, ma se si vogliono raggiungere dei risultati, non bisogna essere schizzinosi. Ci sono due modi per iniettarsi l’ormone eritropoetina, a tutti gli sportivi noto come EPO, la manna chimica per aumentare i globuli rossi nel sangue e facilitare così l’apporto di ossigeno ai muscoli degli atleti – e Giona, ciclista quarantacinquenne ben messo e coi cosiddetti, se non è un atleta lui?<br />
O per via intracutanea con ago corto, o per via endovenosa. Il secondo modo è un po’ scomodo e forse bisognerebbe avere almeno un’amante infermiera per stare dalla parte del sicuro. Giona si fa per intracutanea la prima dose. Alla terza dovrebbe sentire i benefici, giusto in tempo per la Ventinove Colli, dov’è intenzionato a fare il record personale e far vedere i sorci verdi a quegli sboroni del bar che l’hanno staccato alla Gran Fondo, e vediamo chi è che ride la sera al bar! Tre dosi per 300 €: un affare! Perché cosa si crede che gli altri vadano a pane e acqua, con quei ritmi in salita? E che sono dei marziani?! No, la verità è, come gli ha raccontato l’amico rappresentante di farmaceutici che gliel’ha procurata, che in Italia se ne vende una quantità per curare 40.000 persone, quando i pazienti accertati che vengono curati per proteggere i tessuti più preziosi del corpo dal deficit di ossigeno sono appena 3.000. Giona è alla seconda dose quando riceve una lettera con carta intestata della WADA (World Antidoping Agency), l’agenzia internazionale dell’antidoping: “Gentile…. con la presente siamo a comunicarle che in vista della prossima Ventinove Colli codesta Agenzia effettuerà a sorpresa nella Sua sede ufficiale di allenamento prelievi di sangue, urina, sperma e tessuto forforico allo scopo di individuare l’eventuale impiego di sostanze dopanti rientranti nella lista dei prodotti interdetti pubblicata da codesta agenzia, di cui Lei in qualità di atleta di livello sublocale dovrebbe essere perfettamente a conoscenza e comunque consultabile al sito Internet www.wada_ciucciatiquestoevai.it”. Il cuore gli sale in gola, si sente beccato in flagrante, c’è stata una soffiata. Poi il cervello riprende a ragionare: può essere soltanto uno scherzo di quei burloni del bar! Giona continua a tenere inserito il cervello. “Però chi me lo fa fare? Perché continuare a massacrarmi con questi allenamenti? Cosa devo dimostrare e a chi?” Giona d’ora in poi pedalerà solo con la ragione, in pianura alla velocità di 20 Km orari.&#8221;</p>
<p><strong>Spaesaggiamento</strong></p>
<p>7 settembre 2008</p>
<p>Un&#8217;altra giornata di sole e afa implacabili. La Landa, lì dove non brucia a fiamme (una notizia non-notizia per i telegiornali di corte), è bruciacchiata da mesi di siccità: irriconoscibile qualsiasi filo d&#8217;erba verde nei finti prati di polvere e stoppie dei vari <em>Sun Villages</em> sorti come funghi da ingorda abbuffata immobiliare sulle pareti rsitrutturate di case coloniche, <em>bassi-comodi</em> (proservizi) e fienili, recintando l&#8217;illusione della libertà e sicurezza individuali. Volevate il sole in campagna, ora l&#8217;avete! Quale campagna? Spazi abitativi parcellizati, privi di qualsiasi senso di comunità, a pochi passi dall&#8217;inesauribile rullo compressore dell&#8217;A14, coi weekendari padani in fuoristrada in perenne via-vai mare-città-mare a divorare il sonno e i sogni<br />
oltre le finestre spalancate alla disperata questua di un refolo notturno; alle spalle i parallelepipedi da zona artigianale x y z a produrre precariato sovvenzionato da genitori, nonni e zii, che intanto investono in appartamenti sfitti il capitale accumulato negli anni Ottanta da lavori ancora garantiti. Basta aprire gli occhi e guardarsi intorno, oppure atterrando ad esempio &#8211; come mi è capitato di recente &#8211; all&#8217;aeroporto di Treviso e trovandosi vicino all&#8217;oblò gettare lo sguardo fuori per rendersi conto di come il paesaggio non esista più e abbia lasciato il posto a sterminate aree produttive di &#8220;ricchezza&#8221; (di che tipo?), senza soluzione di continuità, divoranti i paesi, unendoli tra di loro in una sterminata periferia immobiliare. Non più paesi, ma tanti insediamenti (chissà perché sento aleggiare nel termine anche l&#8217;&#8221;insidia&#8221;), grandi o piccoli, che sembrano essere sfuggiti di mano ai cosiddetti amministratori, privi di qualsiasi idea di progettualità abitativa, produttiva e sociale. Qua è là una presunta area verde spelacchiata, un alberello rinsecchito, piazze-parcheggio o la piazza con fontana, finte, dell&#8217;ennesimo outlet, dove passeggiare e &#8220;incontrare&#8221; nel consumo gli altri. Spaesati in un territorio consumato. Spaesaggiati. E il sole picchia ancora.</p>
<p><strong>Il soldo e l&#8217;ignorante</strong></p>
<p>1 ottobre</p>
<p>La crisi finanziaria in atto, tradotta e abbassata al comune mortale nell&#8217;impennata mensile del mutuo implacabile da pagare svenandosi all&#8217;Euribor, &#8220;rivela&#8221; un dato di fatto risaputo ma che nessuno si guarda bene dal diffondere: la generale ignoranza in fatti economici e finanziari. D&#8217;accordo, la crisi è imperscrutabile in alcuni casi specifici anche ad addetti ai lavori &#8211; almeno così sembra &#8211; e solo qualcuno osa apertamente parlare di un sistema finanziario ombra, accanto al tradizionale sistema bancocentrico, di cui fanno parte molte entità come i fondi speculativi, le banche di investimento, i fondi monetari, i fondi patrimoniali privati con rapporti strettissimi con le banche commerciali ecc., e che lo stesso sistema bancocentrico ha sviluppato in modo esponenziale con una finalità specifica: aggirare le disposizioni che regolano i movimenti di capitale. E ora tutti a chiedere un intervento di un &#8220;attore pubblico&#8221; (stato, insiemi di stati ecc.), proprio diuna di quelle figure che il globalismo aveva essautorato (stando a Ulrich Beck) confidando nel neoliberismo sfrenato. Ciò che colpisce, si diceva, è l&#8217;ignoranza in cui affonda il &#8220;cittadino medio&#8221;, risparmiatore o peggio ancora debitore: bastano poche frasi in tecnichese economico-finanziario di un &#8220;venditore&#8221; di una qualsiasi assicurazione o banca ad affossarlo nel giro di qualche secondo. Possibile che con tutti gli anni di scuola o di studio che sempre più persone hanno alle spalle, rimanga questa separatezza tra gli apprendisti stregoni, gli azzeccagarbugli della finanza e le masse della Landa, quando qualsiasi nostra azione è, volere o svolazzare bassi, influenzata ormai nei minimi dettagli dall&#8217;&#8221;economico&#8221;? Capire qualcosa anche solo a grandissime linee di macro- e microeconomia e di finanza, di Tan e Taeg (citati ultrarapidamente al termine di qualsiasi spot pubblicitario) non dovrebbe essere una prerogativa di un cittadino consapevole? Il problema è, come al solito, alla radice: esiste ancora il cittadino, le <em>citoyen</em>, il <em>Bürger</em> consapevole e responsabile? O non siamo solo anonimi, &#8220;irresponsabili&#8221; consumatori senza diritti in un regime media-cratico? E finché ne abbiamo, ne abbiamo, e chi non ne ha s&#8217;attacca&#8230;</p>
<p><strong>TAN&#038;TAEG</strong></p>
<p>5 ottobre</p>
<p>Per restare in tema, un rapet (piccolo rap in dialet) tra l&#8217;amaro e &#8216;ironico (presto anche la versione orale):</p>
<p>ét di suld? di baioch?sent e’ brokercvel ch’u t’dis dài a lòu j met a pös tnench par te u l’sa lò cvel ch’e’fa a l’sal e’ broker cvel ch’e’fa? par me nö! u n’a sa gnânca lò cvel ch’u s’fega u i dà una böta presapôch tânt incion e’ capes gnînt l’è sól cvis-cion d’fiducia u j vó dla fedi nt la Fed Federal Reserve sól dla fed ’t la Deutsche Bank t’la BCE ch’e’ sreb mëi ch’i stuges l’ABC u i vó dla fed dla fiducia in cvel ch’i t’vend di subprim emortgage hedge funds fond za sfond dla tu e la mi pinsion cla ciustê di derivê junk-bonds james bonds e morta a lè e’ cônta sól cvel ch’i t’dis dài mo Moody’s va mo là fam e’ rating par piasê ch’a vói savê indó’ ch’i va i mi bajoch o sinö al cmenda Fitch mëi incóra a Standard&#038;Pooor’s i pureta sen nö a credar in cvel ch’u s’vend cvi de’ rating va mo là fam e’ rating ch’l’è mëi AAA AAB AAone AAtwo a sen di ciù a dêt rason par nö scorar d’che pataca de’ mi broker fata breca e’ copra sól dal patach cun i baioch d’chijétar e cun i mi cs’ël e’ broker? e’ broker l’è un sinsêl ch’e’ spend i mi e i tu baioch s’la i va ben cvi ch’e’ ciapa u s’i ten lò s’la i va mêl a paghê sól nô sti cavjaon a paghê nench par lô i broker e i su padron cal liger di managèr Greenspan dai de’ gas taja e’ tas fa l’intarës di tu soci ciocia ciocia u s’é pu vest Indymac Lehman Brothers Countrywide Wahshington Mutual Bearn Stearns Merryl Linch Fannie Mae Freddie Mac AIG crich cröch crac e chijtr i mâgna Goldman Sachs Morgan Stanley crich cröch crac j à chijchê ins’ e’ scröch l’è tot un crash dàm de’ cash ch’l’è mëi ét ch’azion ubligazion du maron! ch’al va so e pu al ven zo a s-ciazem nench e’ zarvël Wall Street Frankfurt Index Dax Down Jones MibTel Nasdaq tot sti funds tot sti fond tot sti bonds tot sti swaps equity swaps default swaps swaps swaps swips savunet ch’al sghenla veja chi ch’al sa? chi ch’cuntrola? la corporate governance! chi ch’l’à scret das Kapital? Karl Marx chi ch’l’à fat e’ capitêl? e broker e i su padron brisa me! cvest l’è pôch mo l’è sicur a la fen u s’toca a nô on par on a salvê sta governance ste’ bailout al paghê tot nô cun e’ Tan cun e’ Taeg fa un mutuo nenca te par paghêr i debit de’ tu broker che puret Tan&#038;Taeg t’a n’a tòja t’a n’t’ataca a du baioch t’a n’a toca a t’a degh t’a t’n’adê Tan&#038;Taeg las ch’a t’dega sól un cvel ét che Tan ét che Taeg Tan&#038;Taeg a t’a degh cvest l’è sól cvest l’è tot… un tul ’t e’ cul !</p>
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		<title>NUVOLE IN SOSTA</title>
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		<pubDate>Mon, 31 Dec 2007 11:42:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gnadiani</dc:creator>
				<category><![CDATA[NUVOLE IN SOSTA]]></category>

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		<description><![CDATA[A PIEDI DOPO UNA TELEFONATA VERSO IL SOKOS HOTEL VAAKUNA Non attraversare col rosso, aspettare per minuti e minuti l’omino verde guardando il vuoto assoluto, l’asfalto zebrato a quattro corsie del viale principale Salpausselänkatu a Kouvola, ex avamposto zarista nella &#8230; <a href="http://lnx.gionni.net/wordpress/?p=119">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>A PIEDI DOPO UNA TELEFONATA  VERSO IL SOKOS HOTEL VAAKUNA</strong></p>
<p>Non attraversare col rosso, aspettare per minuti e minuti l’omino verde guardando il vuoto assoluto, l’asfalto zebrato a quattro corsie del viale principale Salpausselänkatu a Kouvola, ex avamposto zarista nella Finlandia orientale a 450 Km. da San Pietroburgo, alle 22.58 del 24 agosto, neanche una puttana a cui scroccare una sigaretta, una serata mite e stellata, 20° segnati dal cerotto a luminosità rossa e intermittente dell’aptteekki, passata l’area pedonale con sparute coppiette ai tavoli di un kioski, ragazze prosperose dai seni luminescenti e capelli di stoppa, Giona lo sai, è rinunciare a fare accadere la vita, affidarsi esclusivamente al caso sapendo che non esiste.</p>
<p><strong>SOSTE</strong></p>
<p>I treni regionali che da Helsinki risalgono a Nordest le abetaie, le betulle ad agosto già fibrillanti di giallo tra sparute case in legno rosso ruggine e tetti di lamiere verde rame, stoppie d’avena scura a solchi neri, segale fradicia ancora in attesa di una liberazione da mietitrebbia, fermano a: Pasila, Tikkurila, Kerava, Järvenpää, Jokela, Hyvinkää, Riihimäki, Hikiä, Oitti, Mommila, Lappila, Järvelä, Herrala, Lahti, Nastola, Kausala, Koria, Kouvola… a volte è solo un cartello con tettoia ad accoglierti, Giona, mentre il cielo si squarcia d’azzurro dopo masse d’acqua notturna già assorbite dal suolo, nomi misteriosi che si adattano al sorriso crucciato, silenzioso e riservato dei loro abitanti: fotogrammi di passaggio alla Kaurismäki, alle infinite vocali ignote ad un povero parlante presunto indogermanico… a volte ti attendono tozzi vagoni merci blindati della Wagon Nord in attesa di ripartire per territori sconfinati che la cartina ferroviaria, di punto in bianco, abbandona a foreste, laghi, sassi e licheni, sterrati rossastri rigati da carraie procurate da automezzi mostruosi: l’ultima traccia prima della definitiva quiete di affioranti rocce nere striate di rosa: sei solo con la potenzialità squillante di un Nokia a poco prezzo dalla batteria semiscarica, preda di nugoli di zanzare assetate di vita meridionale: infine è la filosofica paciosità a spazzola di un tassista di campagna a salvarti…</p>
<p><strong>BANDIERE</strong></p>
<p>Qual è l’identità che ti porti appresso, Giona, che stai vestendo ora con la carta d’imbarco e il passaporto nel taschino della camicia slavata? La lingua da aeroporti con cui ti abbandoni in fila indiana a uno small talk con la hostess o l’inutile lingua che ti porti dentro che parla solo a te? L’arrival time è sempre e solo estimated, è una vita che lo sai nei pochi peli quasi bianchi sopra le orecchie otturate nell’alzarsi inclinato verso i 5.000 metri di un’illusoria posizione orizzontale in cui sorbire un agognato caffè e scartocciare la bandiera, la croce azzurra in campo bianco di un fiero cioccolatino Suomi, omaggiatoti al termine del plastico panino dal catering Finnair: non ti lega nessuna bandiera, non hai orgoglio di luogo da vendere né  boria di casta da far pesare: ciò che innalzi sopra le nuvole è soltanto la storia diseredata in cui nessuno più vuole riconoscersi, l’ineluttabile resistenza di una lingua ovunque sconfitta, anche nei cieli.</p>
<p><strong>PULSARE</strong></p>
<p>Quando alle tre del pomeriggio di una domenica di fine estate, afosa e bollente, ti allunghi sul letto appoggiandoti l’avambraccio sugli occhi chiusi per oscurare ulteriormente la luce grigia della stanza, veleno visivo per l’emicrania, la tua compagna di vita, Giona, che ti batte, ti perfora il cervello avanzando verso la fronte nel tentativo di sfondarla nell’emisfero destro, in attesa che il principio attivo si attivi almeno in parte attraverso una prima ebete sonnolenza, senti la vita pulsare in strada attutita ermeticamente dai vetri doppi di finestra: un clacson frettoloso, lo strategico pianto di un bambino, l’inesauribile tosaerba, il martellio da videoclip nel bar di fronte: l’amato dolore della normalità.</p>
<p><strong>ACHTERBAHN</strong></p>
<p>Ti deve insospettire, Giona, il suono occlusivo in gola della prima parte del Kompositum invece di invaghirti dell’italico ottovolante e cedere così non tanto all’incazzatura del figlio adolescente che ti accusa di codardia bensì alla promessa di fare qualcosa insieme in quell’estate piovosa e stramba – di merda, dice lui – risalendo dunque ora sulla navetta la prima montagna russa da Guinness dei primati, come recita l’orgoglio della targa in ottone alla partenza: 61 metri di tuffo negli abissi tutti in legno della forza di gravità, un istante per osservare tutt’intorno il lago azzurro di infinite abetaie, il verde pregno dei pascoli battuti da piogge torrenziali, e ti abbandoni a occhi chiusi al commento del figliolo anche lui impaurito in un saliscendi che ti spezza la cervice e maledici con la forza della mente chi ha inventato e ci guadagna i parchi a tema, di supposto divertimento: Disneyland, Gardaland, Mirabilandia e questo Heide-Park germanico: perché non può bastare all’umano l’estremo brivido di un verso riuscito, di una melodia che ti perfora, questa sì, lo stomaco e il cervello?</p>
<p><strong>DISGUISE</strong></p>
<p>Ti fai prendere dall’euforia, di falcata in falcata, Giona: lontane un quarto di secolo le prestazioni, quindici chili fa, ti abbandoni per un paio di chilometri all’ebbrezza del volo raso suolo sul sentiero curatissimo di terra-sabbia e segatura tra gli abeti secolari: cosa ti spinge alla follia di imitare il tuo passato nel fisico ultracinquantenne seppure allenato all’endurance? Questo terreno di finnica civiltà della corsa e sci da fondo, il mito che ancora affiora e ti affascina fin da ragazzo di Paavo, Pekka e Lasse o la certezza di essere fuori tempo massimo? La vita non è un postino, bussa sempre solo una volta, il resto è allucinazione: When I look in your eyes / is that you baby / or just a brilliant disguise, con Bruce negli auricolari.</p>
<p><strong>MODERNA MUSEET</strong></p>
<p>Uscito all’aperto, sfuggito alla tenera malía dello sguardo della moglie in un Ateljeidyll di Carl Larsson, abbandonato il ritmo della Midsommardans alla Anders Zorn, fradicio del bagno nelle generose rotondità delle sue ragazze nella sauna e del lavoro dei campi nella primavera sfregiata di Edvard Munch, piombi nel verde assolato digradante in un baltico e placido mare di bikini giallo-blù: sei grato alla capitale per quell’esposizione di artistica modernità scivolante in una media percentuale totale di contemporanea svedese femminilità perfetta: la vita dipinge euforica en plein air.</p>
<p><strong>FARFALLA</strong></p>
<p>                                              Per LARA</p>
<p>La carne non si può scolpire intagliare non è docile come morbido legno rosso da modellare trovato ai margini di un fosso vi si può solo infierire con aghi odio spilli  e catene la si può tatuare ben bene non amare persino svilire sfigurare…<br />
Ma cosa rimane a chi rimane se la carne non si fa scultura?<br />
Forse soltanto quella cosa pura e leggera fermata dal suono o dalla scrittura<br />
il volo a farfalla di un’umile parola vera troppo spesso altrove sconfitta martoriata<br />
trafitta dal clamore inutile clangore di chiacchiere al vento puro rumore mera letteratura un verbo detto così in un soffio un battito di ali quel giorno una volta per sempre…</p>
<p><strong>ICE (INTERCITY-EXPRESS)</strong></p>
<p>I fili di ferro piantati a chiodi sulle lamiere dei cartelli blu annuncianti la stazione di Würzburg annullano il guano, l’atterraggio momentaneo, lo scalo caghereccio dei piccioni in volo nel tramonto rispecchiato di ardite forme architettoniche di puro vetro nei parallelepipedi mediali a firma BR Bayerischer Rundfunk e chip<br />
e-on a illuminare teorie di tir in trasporto continuo su ponti sospesi su case a casaccio, così pare al tuo pisolo, Giona, mentre scivoli morbido, lieve, pneumatico nel profilattico di un sudaticcio e patinato sogno serale a riccioli rossi e occhi verdi da star…</p>
<p><strong>IMPOSSIBILE META</strong></p>
<p>L’impiegato in cerata rossa a strisce d’orizzonte fosforescente della Royal Mail all’intorto di una bionda in pausa pranzo+sigaretta sul muretto della stazione di Billingshurst alla volta della coincidenza di Chichester sfuma nel tappeto luccicante il pomeriggio di greve smeraldo autunnale che soffice accoglie lo sgambettare poderoso del tre quarti sfuggito alla fradicia mischia inseguito braccato e infine placcato dal destino mentre il pallone rimbalza ovale oltre il finestrino di una corsa inarrestabile …   </p>
<p><strong>LOW COST</strong></p>
<p>In due in piedi sul tronco segato del fico seccato a fare “a chi stava più in alto”, a mirare per primo oltre la siepe rinverdita dal fresco di lionicera lo spuntare tra l’indaco e il bordeaux l’intermittenza della sera: le lucine rosse e bianche in volo da Londra Stansted per l’ultimo balzo Ryanair alle pendici di Bertinoro e tu – Giona – a chiedermi per posta del gioco la risposta al quesito: perché babbo si sente la pancia a guardare i colori di quelle storie in volo sopra di noi? </p>
<p><strong>SUITE DELL’ERRORE</strong></p>
<p>I<br />
Questa stagione flaianesca… la vita tutt’intera pare un errore e il senso dei giorni si dilegua con gli scrosci e i piovaschi notturni di un maggio verde e fresco di preadolescenti rientri in bicicletta e calzoni corti dalla scuola di città con la paura al riparo da saette sotto il portone della chiesa di San Silvestro divorato già dal desiderio che mai ti sarebbe stato dato estinguere nell’età maggiore…</p>
<p>II<br />
Questa stagione flaianesca… tutto sembra esser già compiuto e l’indolenza la fiacchezza dei giorni di cui incolpi i valori della ferritina e la pressione troppo bassa è pari all’inadeguatezza delle tue forze fisico-mentali per i compiti che il destino ti riserva sbuffo dopo sbuffo…</p>
<p>III<br />
Questa stagione flaianesca appena attutita dal profumo del gelsomino mal o nulla si concilia con quell’unica vitale aspirazione dei dieci anni ogni sera di maggio di nuovo: in attesa del fischio finale del prete che tutti richiama allo spogliatoio della funzione mariana essere messo in squadra dai “grandi” provando l’ebbrezza del tiro al volo di prima col pallone consunto dal bianco ghiaino del sagrato calciato nel sette immaginario tra il tronco del tiglio e la prima fronda ormai in fiore inesorabilmente battuti per una sera il portiere e il destino…</p>
<p>IV<br />
Questa stagione flaianesca… all’entusiasmo incosciente dei trent’anni e all’intenso lavorio mirato dei quaranta nell’inconfessata speranza di una qualche riuscita dal volto neppure immaginato è subentrata la noia della propria anonima pochezza e quella noia inconsolabile della certezza che il manico era insufficiente troppo scadente e destinato a spezzarsi nel rivoltare la lama nel terreno fangoso e duro ad un tempo ribaltando un destino che prevede soltanto l’ironica accettazione della propria scarsezza…</p>
<p>V<br />
Questa stagione flaianesca – ti è dato toccare con mano il limite del tuo giardino rigoglioso d’erbacce e infestanti – se non altro questo lascerà: l’inutilità della traccia liquida ben presto seccata di una lumaca su taccuini e quaderni e la traccia finta di impulsi elettronici su una superficie digitale: inchiostri di bit e byte inane dispendio energetico per tenere in vita questa storia un giorno un foglio di più: consumare e sprecare e alimentare così la propria sopravvivenza…</p>
<p>VI<br />
Questa stagione flaianesca piomba dentro il terz’anno di malattia psichica in chi si ama o forse si amava il primo giorno influenzata dal terrore assurdo di chi ti sta a fianco dall’orrore di dover vivere un altro giorno in quello stato e fortunatamente traversata seghettata filtrata dal volo radente e repentino dei merli a sbecchettare tra l’erba incolta di pioggia del retrogiardino vermi grossi un mignolo mentre lame di un sole nordeuropeo riluccicano su penne lustre e d’acchito anche lo scorrere di questa finta penna Montblanc riacquista una parvenza di lucido senso:<br />
il sentimento del tuo fallimento…</p>
<p><strong>PROFILO</strong></p>
<p>Non sono i capelli – da castano chiari tendenti al gaggio con sfumature di rosso si sono schiariti ingrigiti dalla luce in sfumature giallognole – a segnare, Giona, la tua età mediosecolare in un corpo che ancora invoglia nelle sue forme pressoché perfette e lisce osservato a qualche passo da tergo: chiappe adorabili alla voglia sempre frustrata nella potenza della vita da quel tuo blocco mentale e ora – che ancora lo fai rizzare al solo sfiorarti a pensarti discinta nella mollezza di abiti estivi – dalla chimica a chili ingoiata nel vano tentativo di frenare il panico assurdo che ti divora lo spirito rendendo il tuo essere un altro da sé insopportabile a te e a nessuno – no, non è questo: è invece la linea orale di profilo, la bocca in perenne curvatura al ribasso che si incunea in rughe a piegare ancora l’espressione in una sorta di ghigno insofferente alla vita: è questo a segnare a rigare il nostro tempo, la distanza che ormai ci separa. </p>
<p><strong>VOGLIA MERIDIANA</strong></p>
<p>Quest’ombra pigra del meriggio in giardino forlivese frondoso il giusto per la stagione del caldo improvviso: “temperature nettamente superiori alla media climatologica”, con gruppi e gruppuscoli a discutere cinesicamente come comanda la lingua di ciascuno e il relativo tasso alcolico già ora piuttosto elevato e il rasta nero fatto di Heineken ed erba a sbraitare a qualche spirito a te ignoto e l’indolenza che attraversa con olezzo invasivo di profumi di marche globali, ti ricorda – Giona – in un domenicale lontano tardopomeriggio di un agosto assolato nell’immenso verde parchivo di Stoccolma la biondona quarantenne a spompinare decorosamente il suo uomo sdraiato sul fresco del prato, appoggiato ai gomiti, le gambe piegate ad angolo a protezione del volto della compagna, impegnato senz’ombra di dubbio nel moto regolare della bocca, dallo spasseggio per altro indifferente e dalla tua gonfia frustrazione di sottecchi: e oggi come allora vai in bianco nell’allergica brezza che ti scompiglia il desiderio degli ultimi capelli e ti perfora la testa accrescendo indubitabilmente l’emicrania…</p>
<p><strong>APERITIVO</strong></p>
<p>La signora-bene a cui sfugge lo sguardo indolente alla tua volta casualmente seduta nel tavolo accanto di un dehors all’ombra di una via secondaria in quel di Pavia rilascia a ogni occhiata una sorta di finta noia nobiliare andata in sposa a qualche danaroso professionista locale e con le labbra bordò mastica lo stuzzichino ad attutire il Campari in attesa a sera di annoiarsi a ciucciare indolente il membro stanco di un consorte che chiede il giusto tributo per il lavoro indefesso del giorno a rimorchiare euri a faldoni…</p>
<p><strong>RESTYLING</strong></p>
<p>L’anonimo guasto all’IntercityPlus a prenotazione obbligatoria – da pochi mesi passato al setaccio, rimodellato nelle officine di Varese – tra Villamaggiore e Certosa di Pavia ti appieda, Giona,  tra marcite e riquadri allagati di fili verdi che tu immagini risaie da sussidiario elementare, mentre nel maggio già estivo facilmente nuoti lo sguardo tra l’imberbe granoturco – già assapori l’autunnale giallo al ragù – fino a pigiare il bottone verde dell’apertura, che scatta in un soffio pneumatico ad aprirti ai tuoi piedi la pianura abbagliante di meriggio, invitandoti al viaggio per quel viottolo affusolato di giovani pioppi frondosi in fuga all’orizzonte di un numero periodico nella certezza che quel paesaggio, all’apparenza monomodale, è la multimodalità allo stato puro in cui perdere il sé…</p>
<p><strong>ITALIANITÀ</strong></p>
<p>Non è solo il volo dei rondoni nella limpida luce di una sera che già ti pare più lunga nel maggio estivo massacrato da nubifragi e piovaschi monsonici a rischiare le ali tra i vicoli e le forme gentili delle case così italiane – quasi uno spot televisivo tedesco per la vendita di un prodotto dall’immaginario nome italiano – con magro bottino, per poco, di zanzare a farti cadere dentro una sorta di quiete da troppo non provata ad appena venti minuti di Eurocity per Nizza dall’ex-Capitale Morale: è il ritmo di vita che ti pare respirare tra i vicoli acciottolati, i corsi agghindati in boutiques e botteghe in una fauna ostentante un giusto benestante savoir-vivre, quasi la frenesia mediatica il trasbordo delle merci tutt’altro che virtuali, il frastuono trapanato per ogni dove le parole rimbalzanti di cellulare in cellulare per la gioia a cartello dei pochi gestori di telefonia mobile – tabaccai di paese – fossero anestatizzati da chissà quale forza: l’assoluta normalità del cambiamento nell’infedeltà alla tradizione rinnovata.</p>
<p><strong>SLOW FOOD</strong></p>
<p>Al termine di un pasto che si presume locale e che in ogni caso si rivela gustoso e originale in fondo a un corso centrale di questa provincia lombarda placidamente sparuto di passanti serali e che – così speri, Giona – ti verrà rimborsato al completo dal tuo datore di lavoro finora latore di uno status che le tue umili origini e le indegne “capacità” mai ti avrebbero concesso (ma di questo almeno sei conscio e grato) ti chiedi perché il destino si ostini a non concederti anche il lusso di terminare quel pasto e l’intera giornata col dessert della rossa – quella rossa ginger verace – a raccontarti il suo corpo e la storia in una camera ardente a due stelle…</p>
<p><strong>ROMANICO</strong></p>
<p>“…una tenera arenaria dell’Oltrepò che purtroppo non ha resistito all’usura del tempo cosicché l’eccezionale apparato scultoreo originale a motivi zoomorfi e fitomorfi è ora facilmente apprezzabile all’interno negli splendidi capitelli delle navate” che accolgono nella loro frescura la tua anima in pena, Giona, l’inconfessato peccato che ti tortura: il capo reclinato sul legno dell’ultimo banco a chiedere in San Michele un perdono pendente per quel pensiero che per sempre peserà sulla tua povera pelle: un nulla nell’umile essenzialità di un’arte la cui protezione fu implorata perfino da imperatori e per ultimo dal Barbarossa…  </p>
<p><strong>PROSSEMICA</strong></p>
<p>Neppure tu ancora sai, Giona, cosa daresti dopo aver vinto l’aspro, accresciuto afrore clitorideo e strofinato le narici nell’irsuto, increspato pubico groviglio purpureo per inumidire le labbra e affondare le assetate pupille gustative nel ramato dolciastro succo vaginale per farlo fremere dello stesso dolore che ti arrecò quel giorno il suo sguardo, giunto ad appoggiare inavvertito i riccioli rossicci alla tua tempia, a sedersi privo di preavviso al tuo fianco narrando – ancora ti chiedi il perché – di sé, a te sconosciuta: eppure lo sai che solo un piccolo cenno da batticuore sul display portatile ti potrebbe pure bastare…</p>
<p><strong>VUCUMPRÀ</strong></p>
<p>L’invadenza ambulante del “tu” nordfarwestafricano all’assalto implacabile degli avventori tra gli ombrelloni-rifugio tutti uguali – forse per qualche ordinananza del municipio locale – ti tocca la colpa che fai scivolare col Lemonsoda con ghiaccio e limone senza conoscerne la causa diretta o, forse più plausibilmente, rimuovendola dalla coscienza: quell’amore, che ancora ti ostini a mostrare, scemato ad affetto soltanto e desiderio di un corpo ormai non più reattivo, perduto nel male che tutto perfora e prosciuga: la passione, la vita, lo studio e l’ardore, tanto da farti cercare ogni giorno sul giornale locale la becera previsione degli astri nell’indomita speranza che “Urano arroccato nel segno dei pesci ti baleni da remote lontananze una notizia che ti darà una spinta decisiva”: l’incontro che scatena il destino all’orgasmo…</p>
<p><strong>INGRANAGGIO</strong></p>
<p>Queste eminenze grigie, cime, capacità a zonzo per il mondo a sostentare e rimpinguare il ventre convegnistico sbrodolando la loro scienza a quattro iniziati con il loro codazzo succhiacazzo di dottorande, assegniste e postchissaché, le vedi – Giona – poi planare a poiana su megabuffet pagati col tuo pesante obolo d’iscrizione per avere l’onore di partecipare da esterno all’oliatura dell’ingranaggio tritadati incartati o digitati (publish or die!) e riempire i loro otri fino alle crepe degli occhi con il classico riso prestampato sul volto di cartapecora, per nulla appetitosi, ti portano a rifiutare il comune banchettare al Gala dinner, piuttosto a svicolare in un locale fuori mano a startene solo con la scarsezza della tua preparazione in cui cessare di crogiolarti con indecenza per riscattarsi con la pervicace spremitura della propria insufficienza.</p>
<p><strong>NATANTE</strong></p>
<p>Tirare i remi in barca è allungare i piedi sotto un tavolino all’aperto di un caffè sull’acciottolato della viuzza a quattro passi dal largo fiume indolente – chissà quando navigabile: allo stabile attracco due barconi-bar e una serie di barchette galleggianti su una pigra acquetta in discesa svogliata verso il Po nel pomeridiano scarpinare tra Gotico e Romanico: lieve sollievo al disfacimento d’afa pre-estiva in margine a un convegno che una volta di più, Giona, ha confermato la tua pochezza e l’altresì lottare contro mulini ai venti del potere: La solitudine del mezzofondista al confronto della tua nella ricerca è puro piacere mentre questi mostri qui spremono schiere di giovani schiavi precari predicando l’assoluta necessità del team work in cui solo il capitano vince la partita…</p>
<p><strong>MESCHINITÀ</strong></p>
<p>Nel libretto minimo tescabile Adelphi leggi quanto già supponevi o sapevi nelle parole tradotte di W.G. Sebald che il maestro di tutti i prosatori brevi – quegli strani baffetti in cappello, giacca e cravatta consunti con l’ombrello al gomito appesi sul poster della porta del bagno di riserva a nome Robert Walser – “mai poté disporre di qualcosa di suo, fosse pure l’oggetto più insignificante. Persino di ciò che occorre a uno scrittore nell’esercizio del proprio mestiere, non c’era praticamente nulla che egli potesse dire suo. In fatto di libri non possedeva, credo, nemmeno quelli scritti da lui. Ciò che leggeva, di solito lo prendeva in prestito. Anche la carta su cui scriveva era di seconda mano”. E tu, Giona, che vivi di feticci in fatto di scrittura: le penne stilografiche che ti concedi e che usi con piacere a vergare blocchetti e taccuini atti allo scopo, non puoi che sorridere della tua piccola ricchezza: a chi non è data l’ebbrezza dell’immortalità sia data almeno la pochezza di gioire della propria mediocrità nel vergarla a peritura premura a duratura immemoria…</p>
<p><strong>SIMILARITÀ</strong></p>
<p>Dove ti porta, Giona, quel riflesso di sole al telefonino che ti inonda il volto, anonimo a distanza, illuminandolo di identità?: esisti come specchio nell’attesa di un messaggio che ti confermi…</p>
<p><strong>ESOTISMO</strong></p>
<p>Non è più solo una faccenda di fette, cocomero o melone, sì con panna o yoghurt che si distende davanti a te, Giona, ma di tette, in una finta isola caraibica, oasi nel traffico consolare, sotto pini marittimi secolari: gazebo in paglierino di cocco e sfoggio di palmizi in vasi o tappeti di terriccio d’occasione e rotoprato, tra porosità di pietre al tufo e plastica di felci a legioni, sassi veri e cumuli a manghi banane ananassi cocchi mangosteens papayas and passion fruits: tra rotondità d’angurie tricolori o dolcezze al miele di melone, sono le inarrivabili bocce sobbalzanti e palpitanti ai tavoli affollati di sudore ad assetare la tua voglia estiva…</p>
<p><strong>REFERTO</strong></p>
<p>Mai riesci a vincere, Giona, non la fame atavica già ignota alla tua generazione, ma questo tuo appetito, l’irrefrenabile golosità per tartine paste e tramezzini, patatine, olive e salatini, ancor meglio se bagnati in prosecchi frizzantini o in analcolici crodini con ghiaccio a cubettini e scorza d’agrume purchessia nell’ora mediana tra un pasto e l’altro, e in tal modo procurarti esami clinici sballati, colesterolo e trigliceridi a impennarsi come quei capezzoli in bicicletta vogliosi dell’estate che ti sfiorano lambendo l’ombrellone di un bar deserto nel pigro tardo pomeriggio di provincia italica, prima del bivacco aperitivo a ostentare sensualmente altezzosi corpi di denaro e apparenza, l’unico senso dello stare al mondo…</p>
<p><strong>LIBERTÉ EGALITÉ FRATERNITÉ</strong></p>
<p>La lapide slavata da sole e tempeste atlantiche nella cittadina fiera delle case a traliccio sgargianti nel centro storico un’autonomia turistica di cartelli bilingui ti ricorda – Giona – che ogni meta di libera individualità deve essere passata al vaglio storico del boia assolutistico bollante ogni diversità, anche linguistica, quale sfasciatrice di un’unità necessaria a imporre la tolleranza: “Le 7 août fut signé à Vannes le traite d’union du duché de Bretagne au Royaume de France. La Bretagne conserva un statut d’autonomie abrogé par la Revolution Française de 1789”.</p>
<p><strong>IMPULSI</strong></p>
<p>Le grigio-arrugginite, sfondate navi militari dismesse e alla fonda nel porto bretone meidionale di Lorient hanno corvi e cornacchie a far da radar a chi, locale o forestiero, s’addentra nel moderno non folklorico di un orgoglio che neppure gli equilibri rotolatori di teste sono riusciti ad annientare, incapaci di capire nella presupposta, fraterna giustezza abolente ducali o regali privilegi, che l’appartenenza, il senso creato della storia di ogni singolo anfratto, sono innati nei vivi e incisi su ogni pietra levigata da vento e correnti d’Atlantico…</p>
<p><strong>TRASFUSIONE</strong></p>
<p>…e il walkman nuova maniera appiattito che dall’alba ti accompagna nella fondina dei jeans, Giona, nella traversata dei canyon cittadini su autobus metro e pensili navette pneumatiche rombandoti in testa songs e canzoni brani e concerti tra Haydn e il Boss, Haden&#038;Metheney e la fjordica tromba di Molvær ti deambula in un’anemica bolla d’esilio sonoro privo del sangue di verace sound metropolitano a iniettarti i globuli rossi, il plasma del quotidiano: eppure lo sai e lo senti che il senso del suono s’alza soltanto dal dissonante intrigo dei giorni stridenti, dal consonante intreccio di polvere vita e cemento…</p>
<p><strong>ETÀ SENZ’ETÀ</strong></p>
<p>Non sai a chi o a che credere, Giona: se allo specchio che ti sbarba un paio d’anni soltanto nella sua avarizia quando il tuo spirito è a dirti ancora il progetto –speranza, l’utopica tensione della giovinezza, sogni e sentimenti, voglie e sensi, sì il sesso dei vent’anni, oppure credere alla piacente consorte dell’amico che sbianca incredula al tuo rivelare i 52 anni, lei che ti stimava perfetto coetaneo del marito quarantaquattrenne, o piuttosto allo sguardo e alla pelle che copre i corpi sformati degli altri ex-liceali all’ennesima cena dei cento rimpianti, a quella loro scocciata e danarosa vecchiezza e ti chiedi, nella fuga alla volta di un futuro ancora tutto da scoprire, se non sia l’amare il giorno e il godere l’attimo sempre e ovunque a preservare la tua illusione di mantenimento, a non farti sentire il decadimento…</p>
<p><strong>VITACLIP</strong></p>
<p>Il plexiglas che ti sfiora postmoderno nelle colonne-tralicci tubolari del metropolitano germanico mall indistinto e infinito serve a proteggere la tua salsiccia al panino e senape incurante delle masse di colori, odori e sudori a penetrare i sensi nello shopping interminato dal tempo atmosferico indistinguibile nella luce artificiale filtrante l’aria spirata da uno pneuma stagionale, bollente o gelata, a far sì che il tuo portacards liberi il chip del debito al piè sospinto della voglia e del bisogno indotti da un’insipida melodia subliminale, impossibile ormai la fuga tra i campi di un maggio d’infanzia a piedi scalzi e spoglio di marchi e modelli soltanto a tirare calci a un vecchio pallone cucito e sassi con fionde agli uccelli…</p>
<p><strong>BRUNCH</strong></p>
<p>La lenta, sonnolenta mattinata domenicale in onore della festeggiata, colta e amorevole, sensibile benestante di campagna oltre la maschera di scostante serietà, è introdotta da italico prosecco e germanico Pflaumenspeck – lo stuzzicadente che tenero penetra il dolciastro succo vaginale della prugna flambée nell’aroma affumicato – sulle stranianti note di una locale arpa celtica che stereotipatizza una brezza atlantica in un Bassopiano Tedesco frustato da una medesima tempesta oceanica: Giona, lo sai, questa non è una semplice colazione-pranzo meridiana: il languore che s’alza dal tuo stomaco rumoreggiando di succhi gastrici è pura, dolorosa Sehnsucht per l’eternità dell’attimo che semplicemente si scioglierà nell’appisolamento di un pallido sole nordico…</p>
<p><strong>BUON VICINATO</strong></p>
<p>Come ladri entrano nella tua ombra mentale, Giona, spargono il veleno antilumache, ti irrorano di diserbante il prato sinaptico e in tutti i modi cercano di sradicarti l’edera centenaria, la spuntano, la smembrano, la segano alla radice affinché la smetta una volta per sempre di ondeggiare, tremolare sopra le loro ormoniche zucchine, i cetrioli all’insetticida, i pomodori gonfiati di venefico blu per la loro zotica fame di tronfia vita prepotente…</p>
<p><strong>EOLO</strong></p>
<p>Lo sbuffo sottile, una carezza frustata dalle pale macinanti atomi di vento senza timore d’esaurimento e la tua donchiosciettesca boria di consumo di questi novelli mulini piantati in rete a dozzina tra girasoli e stoppie di segale arate in cima a ogni colle, dolce declivio, di questo ondulato Bassopiano germanico, scandinava era glaciale anticipata, sinuoso ti soffia sul collo – Giona – la lotta dell’umana inventiva nel riciclaggio energetico, brigosa, laboriosa alternativa alle briganti oliate guerre sbrigate altrove per il tuo comodo qui, mentre l’ombra della pala nella sera si fa lancia a infilzare con reiterato gesto regolare tremule betulle e fitte abetaie… </p>
<p><strong>STAZIONE DI SALZWEDEL 28 AGOSTO 2006</strong></p>
<p>(Verso il Wendland sulle tracce di Nicolas Born e la sua poesia “Bahnhof Lüneburg 30. April 1976” [Stazione di Luneburgo 30 aprile 1976])<br />
Questa landa a forza unita, da tre lustri e più riunificata, in cui svettano i mattoni rossi zu verkaufen dell’edificio in svendita della DB GmbH – ferrovie tedesche ormai da giocarsi in borsa – poco o nulla ti ricorda, Giona, della vecchia sigla, muro invalicabile a idee e uomini negante la libertà pensante del grande ironista ebreo nell’esilio di Francia: die Gedanken sind frei, fino al confine/confino di Salzwedel, ex-DDR denke ich an Deutschland in der Nacht…<br />
Ed ora sfreccia proveniente da Magdeburgo krank und verwohnt un treno malaticcio e da troppe vite consunto, mentre al sorriso maestoso di femmina da spot murale solo e soli stanno barboni rompicoglioni sulle lise panche in legno di uno stabile in disuso, perdenti il treno garantito anche ai ritardatari fuori tempo massimo della sociale economia di mercato che si concede – ancora – il lusso di non lasciar all’addiaccio nessuno nell’attesa della fantasmatica corriera sostitutiva del fallimento… </p>
<p><strong>EX-</strong></p>
<p>In questa tratta-terra di nessuno ogni torretta in legno per l’avvistamento degli incendi alla posta nella fradicia landa estiva di ex-confine riunificato nell’illusione di “un sol popolo” ti è – Giona – garitta di famigerati Vopos, Volkspolizisten-poliziotti del popolo da cortina di ferro, ex-funzionari di un ex-stato estinto nella storia riscattanti ora la pensione benestante dell’ex-nemico d’Occidente, a sparare allora alla sorte di liberi pensieri e desideri fuggitivi, perché il caso non esiste: nella lettera scritta dai tuoi giorni è soltanto i due punti aperti sul destino… </p>
<p><strong>SAGRA DELLA BALENA FRITTA</strong></p>
<p>(Festa per il 20° anniversario della Libreria Moby Dick di Faenza: Auguri!)<br />
…e dunque alla distanza di vent’anni vinse l’arpione di Achab e più che la sete – di che? Di conoscenza? – poterono i marosi della contingenza: per galleggiare ancora un po’ il balenottero librario a nome Moby Dick s’adagia – sì, sbuffando – e ripiega la coda sull’ovvio sagraiolo digitalcatodicamente local-popolare con karaoke di letterati da ridente cittadina e comedians che del comico la teoria non sanno, divorandone soltanto fecalmente le frattaglie, per festeggiare la fausta ricorrenza da pseudolettura nel paese dell’apparenza, della non-letteratura, declinando l’intelligenza sul semipiatto encefalogramma del consumo purchessia unico programma, al fine di pagare la fattura di bottega, l’obolo sadico alla religione di questo tempo italico, cinico e occidentale, perché, Giona – tu tacciato di eburneo elitismo, o etilismo? Già più non sai – la tua inutile e invendibile scrittura può condurti, ben che vada, sul sentiero solitario di povero lettore del folle Robert Walser, che al vocio delle folle preferì “un territorio libero di idee e sogni”, il lento passeggiare sulla neve, e lì crepare…</p>
<p><strong>SCRITTURA</strong></p>
<p>…e così, quando meno te l’aspetti, come già è accaduto quella volta, col suo fare indifferente – non sapendo che pericolo per coronarie ultracinquantenni – ti si siede accanto, appoggiando la sua vasta chioma al banco, di rosso irrorando la sorpresa del tuo sguardo e, quasi non bastasse, come allora un’altra volta, affinché nessuno senta in quella riunione di colleghi tanto inutile quanto spenta, ti sussurra in un orecchio, non sfiorandoti per poco le tue labbra – a posteriori già ti immagini di bagnare del suo néttare la lingua tra le sue – quel dilemma apparente, suo di sempre: “Ma tu, Giona, come fai a conciliare queste robe da burocrate romano in ministero con l’irruente tuo creare?”…<br />
Bella mia, non scordare: creare è soltanto una questione di appoggiare alla parete dei tuoi giorni, e delle notti, la giusta scala di valori, saper porre priorità, alla faccia della gente, del contingente che ti spreme, e se ci credi veramente, imparerai a venire alla sostanza, ad aggrapparti all’essenziale del tuo essere ora e basta, accettando come dato naturale ciò che chiami invece l’abusivo, lasciando scorrere paciosamente sulla scorza abbronzata dell’estate, tua e solo tua, l’esiziale della vita: a questo pensa anche per te, chi vi ha fatto una carriera…<br />
Scrivi, dunque, vola alta, non temere di staccare, illegale, la tua ombra dalla terra…</p>
<p><strong>ALLA BRACE</strong></p>
<p><em>Cheira bem, cheira Lisboa</em> ti intona l’orchestrina – e canti pure tu, Giona, a squarciagola leggendo il ritornello dal foglietto – nella notte calda di S. Jõao annegata in <em>vinho</em> rosso di caraffa e sardoni sfregolanti su graticole dai bracieri-bidoni arroventati di osti e ostesse improvvisati tra panche, panchetti e banconi alla buona, banchetti a ogni rampa tra festoni variopinti, a ogni spiazzo di scalini nei vicoli d’Alfada, trancio di città risparmiata da terremoti e specolame cementizio, risa e grida colorate al salmastro atlantico che asseta questa umanità tanto meticciata in cui, per questa dolce notte soltanto, approdi per intero…<br />
<em>Cheira bem, cheira Lisboa</em>.</p>
<p><strong>ELEMINATORIE</strong></p>
<p>… e lo sguardo avvezzo di neri pensionati angolani schienati su panchine nei pressi di Praça Dom Pedro falsamente ad aspettare il guizzo arancione tra i vicoli in salita dei vecchi funicolari, facili prede di turisti in sosta, ti spinge, Giona, all’attracco del vaporetto affollato che, lento, muove, parallelo al grande e ardito asse sovrastante il Tejo e l’Oltremondo, alla volta di Cacilhas, l’altra faccia di Lisboa per sole guide alternative, e sbarcare al molo di immediate viuzze alla griglia in fumo e bandiere orgogliose alle finestre do mundial: “até que a bola entre”, finché la palla entri almeno nel quarto di finale di un inizio secolo sbragato da ingiustizia e diffuse guerre nell’incrociare il volto pensoso della quotidianità normale di euri ancora <em>kaufkräftig</em>, per poi perderti in un inatteso <em>café com letras</em> per appuntare tra un <em>caipirinha</em>  e un <em>caipiroska</em> la solitudine di parole che nessuno incontrerà…</p>
<p><strong>VOLUBILITÀ</strong></p>
<p>Giona a volte, sì a sera, di maggio, seduto a un tavolino di Piazza del Popolo, lo sguardo che salta dal frontone a pietra viva del Duomo quattrocentesco in un flash d’arancio, presto rosso tarocco, agli spruzzi della Fontana monumentale, angeli e leoni con vescica sempre giovanile, fino ai buttons in jeans bianchi e attillati a zonzo, in mostra sul selciato tra bici zigzaganti e parole al vento, un caldo scirocchino già estivo di cellulari e auricolari, ecco, Giona a volte, in quell’ora serotina sente come una sorta di convinzione per quell’italica bellezza a misura e fonte d’umano, che rimbalza tra cotti e colonnati, per lasciare poi gradualmente il campo a un’amara sensazione, una certa delusione, per quell’illusione di mera istantanea affogata nell’illegalità, macro o spicciola, dei suoi tanti abitanti, e fors’anche sua in questa terra, lì e altrove, comunque sua.</p>
<p><strong>SPERIMENTAZIONE</strong></p>
<p>…e quel suo porsi civettuolo, apparente innocente naturalmente (o forse soltanto abile gioco di finzione), potrebbe indurti – Giona – all’illusione che la scrittura assoluta e sperimentale, spinta dall’inesorabile commitment per la causa in sé, di cui si dice alla ricerca, si manifesti seduta stante in quegli occhi azzurri persi nel vuoto sognante l’opera d’arte del nuovo millennio rilegata tra riccioli rossicci, e persino a fraintendere il suo desiderio d’espressione col tuo – se non di possessione – ebbene sì d’evasione alla volta del destino: mera sovrinterpretazione, pura sega mentale, rara delusione, precorritrice della vera…</p>
<p><strong>GO HIGHER!</strong></p>
<p>…e le coppie grasse coi bambini lentigginosi e schiamazzanti, i pensionati appassiti, disossati sotto le canotte e i loro zainetti rifoccilatori ordinati nell’infinita doppia fila di mattinata domenicale, ventilata di nubi bianche, mare grigio e sole a spicchi, all’arrembaggio dell’ascensore in volo alla volta dell’ardita punta-bar-ristorante, simbolo-vela d’acciaio, <em>Spinnaker Tower</em>  verniciata a candore brucianti il tuo attonito sguardo, Giona, e di chi non sale nel sole e che accende la notte del centro commerciale sovraportuale coi suoi occhi vetrati di violaceo blu, non li invidi nella tua attesa a terra bevendo un falso intruglio all’albionico Caffè Giardino: l’ebbrezza del presente, le vertigini dell’assente ti seguono costanti nei marosi di giornate vomitate alla sopravvivenza mentale…</p>
<p><strong>ÀUGURI I (PRE-GIUDIZIO)</strong></p>
<p>“C’è urano nel vostro segno, che promette novità epocali. Se avete appena fatto un incontro, prendetelo sul serio e puntate a una realizzazione duratura. Se invece attendete ancora qualche novità eccezionale, non perdete la speranza: Urano si fa spesso aspettare, ma non delude mai chi sa preparare il suo arrivo, sbarazzandosi di legami superati”…è prima dell’alba, al risveglio dei figli per il viaggio verso il sapere fonte, si spera, di vita creativa con gli occhi arrossati e l’emicrania notturna al sollievo verticale che afferri il rotocalco e non sai neppure tu da dove venga questa disperazione che ti spinge alla foga di leggere d’acchito il tuo presunto pressagio di astri illustrati da una pennivendola settimanale… cos’è che ti manca, Giona, cos’è che ricerchi tra quelle righe sintetizzanti medie e statistiche forse probabili per tutti colori che nati nel segno dei pesci nulla sanno della canzone del romano, Antonello o Francesco, proprio non ricordi, la speranza da non perdere, la novità epocale che quasi ti intimidisce a scavare nel profondo della psiche o dello stomaco inconscio…</p>
<p><strong>ÀUGURI II</strong></p>
<p>Scirocchino al primo di ottobre nel tramonto trafitto dagli ultimi gitanti marini nel rombare autostradale di un’umidità che si rapprende alla prima oscurità tra erba, rovi e sciabordio di canne di un fiume che scorre torbido di piogge ormai monsoniche nella loro discesa a valle da cambio di clima e tu, Giona, di colpo ti senti avvinto dalla fradicia frescura amazzonica nel rigoglio serale di versi volatili e balzi improvvisi di sguscianti mammiferi un tempo sconosciuti in pianura e poi è lo stridere della fagiana in volo raso pero a trascinarti verso il destino che tollera scelte… </p>
<p><strong>ÀUGURI III</strong></p>
<p>Fisionomista come sei, Giona, rispondi cordialmente sorpreso al “Salve” sculettante in completo bianco ossigenato che ti fiacca le gambe immemori di quel volto nel cammino a ritroso della memoria visiva: preso nell’assalto quotidiano dei colori di un ottobre da note diaristiche, cerchi avventatamente sul fondo del caffè alto in tazza grande ormai rappreso lo specchio di un volto avventato, inventato dai neuroni del desiderio: tanto fragile è la tua fedeltà al dato reale da barattarlo in fantasia al primo flirt del destino.</p>
<p><strong>KILI A KILOMETRI</strong></p>
<p>Ora che arranchi nell’autunnale sabato serotino, Giona, spostando la pancetta in una corsa “seduta”, tu ex maratoneta da record bruti, da tanti inarrivati, a vincere colesterolo e trigliceridi, sei sorpassato in riva al fosso da ciclisti forzati albanorumeriucraini di ritorno dalla spesa superdiscountata alla tedesca: i borsoni Lidl di plastica fermati alla meglio con fermagli di fortuna sul portabagagli si allontano ridendoti in faccia la fatica del welfare: appena potranno ti lasceranno ansimante nel loro diesel scarburato da salone dell’usato.</p>
<p><strong>THE MEDIUM IS THE MASSAGE</strong></p>
<p>Giona, figlio mio, hai travisato il messaggio, o perlomeno mal contestualizzato: avere una giusta distanza, un salutare distacco dalle cose – intendendo in questo frangente in particolare: gli oggetti! – non significa potersi avventare contro di esse scaricando la tigna sorda e assurda dei quindici anni che ti scoppiano per ogni poro e palla, farle lesse sotto le nike bianche e al massimo abbandonarsi alla bestemmia per lo sfregio sulle punte mentre il laptop langue in un angolo della stanza impossibilitato per sempre a visualizzare sullo schermo crepato i gigabyte da lavoro mentale di un decennio che, pur non perso, dovrà trasmigrare altrove, senza che tu ti risolva a salvare la faccia: il rispetto che si deve alle cose, non solo proprie, è appunto il distacco che ti manca: solo sapendo della fine, si può accettare la loro e la nostra fragilità, sopportarne il distacco.</p>
<p><strong>ZIGZAGANDO TRA VITE</strong></p>
<p>Sgangherato flâneur di bassa provincia italica, annoiata e affluente, distratta alle morti da incroci saltati, scodinzoli il mezzo toscano a cavallo di una due ruote pieghevole tra le zone pedonali in saldo e offerta perenni alla volta di qualche tavolo ancora all’aperto di stanchi pomeriggi autunnali a origliare l’apparenza di pseudoproblemi di giovani signore incazzate, desiderose di una libertà comportante il disimpegno da ogni sentimento fattosi figlio, figlia, foglia al videofonino: l’unica forma di vicinanza, comunanza acconsentibile.</p>
<p><strong>SERENITÀ</strong></p>
<p>Ancora non sai perché e cos’è che ti manca – Giona – in questa landa di confine tagliata dalla storia di un fiume in lingue e scritture inconciliabili, germaniche e slave, mentre cammini e fotografi contrasti a grappoli, il nuovo dell’asfittico architettonico da riempirsi di vita l’antico restaurato a dovere e l’abbandono di residuati culturali di una sedicente economia di proprietà popolare: Volkseigenes Theater der Jugend, tra rovi, macerie di ideologia lungo la Karl-Marx-Straße a quattro corsie semivuote: non è l’apparente rudezza della gente anziana o l’indifferenza annoiata della giovinezza… poi d’un tratto l’illuminazione: è l’assenza di ogni parvenza d’erotismo che sgorga da ogni passione per la bellezza, la serena leggerezza vera sostanza dell’arte.</p>
<p><strong>QUADRI VIVENTI</strong></p>
<p>Nella fredda serata schiarita allo scroscio travolgente il pomeriggio al tavolo della <em>Brasserie den Artist</em> (&#8220;<em>koelkast leeg?</em>&#8220;) sulla gran via d’Anversa detta <em>trendy</em>  e chiamata <em>Museumstraat</em>, stai in oservazione, Giona, di questo giovane popolo affluente di una fiamminghitudine multietnica di terza generazione a mitigare il gaggio rossiccio e fulvo con la varietà di toni da Terra di Siena bruciata fino all’asiatico olivastro: momentanei quadri di varia umanità, tanti piccoli Pollock bastardi ancora da esporsi nel monumentale MUKA. </p>
<p><strong>TRADUZIONI</strong></p>
<p>Eccoli a sguazzare assatanati di risa a chiazze, a schizzarsi bionde treccine e zuccotto, a schizzare pure te, Giona a zonzo nello <em>Stadspark</em> a quattro passi dal quartiere ebraico d’Antwerpen, col fango di pozzanghera, fonte battesimale alla vita a venire, maschi marmocchi ortodossi dai lazzi yiddisch, in una lingua – <em>lontana, da dove?</em> – troppo presto data per morta, a rinascere qui nel futuro del gioco sotto lo sguardo barbuto e distratto di padri intenti a palpare palmari con polpastrelli sicuri nello scrutinio di quotazioni di borsa in anglobo: è il prezzo da pagare ai diamanti affinché il feltro nero dei cappelli continui a luccicare e le arcaiche consonanti trovino ancora le giuste vocali.</p>
<p><strong>SOLITUDINE ALTICCIA</strong></p>
<p>Questo tiepido sole che scende sulla sera d’Anversa dopo i freschi scrosci del giorno, per altro previsti, a rammentarti un barlume d’estate tra le <em>trendy Straaten</em>, i ristoranti e i caffè con ombrelloni a stormire alla brezza che s’alza dalla Skelda, i lecci dei viali a baciarti sulla fronte – Giona – l’inestinguibile sete di conoscere l’Altro e l’Altra, la lingua che mastichi appena mentre la bruna trappista t’aiuta solo a ruttare ancora una volta.</p>
<p><strong>LEZIONE DI LINGUA</strong></p>
<p>E mentre siedi ancora una volta, Giona, alla luce fioca di un altro caffè che ti ha ccolto con la sua atmosfera fuori da qualsiasi percorso turistico – stavolta è l’<em>Entrepot du Congo</em> con le sue colonne, le travi arricciate d’inizio secolo (solo un ripasso recente di lacca), i tavolini in legno massello e piastre di marmo, gli specchi rettangolari ad altezza del capo di chi sta seduto – ti perdi tra le storie narrate nel forte chiacchiericcio dalo sgaurdo vagante di vecchi e isolati fumatori nell’angolo rokers, o dalle sorridenti, violenti scollature di giovani donne colme dell’autostima del loro colore fulvo-fiammingo, per poi ritrovarti ad ascoltare soltanto il racconto tutto suo del sedere della mora cameriera vallone: e per l’ennesima volta sei preso tra il fuoco delle lingue.</p>
<p><strong>ISOLA SUL MARE DEL NORD</strong></p>
<p>Sdraiato in un cosidetto <em>Strandkorb</em>, cesto da spiaggia riparante da flagellanti brezze marine spallucce e pelata, mentre osservi nordiche stirpi a valicare dune millenarie, sabbia trafitta da caspi, cardi selvatici e ciuffi d’erba tagliente, tute sportive biascicanti commestibili ipercalorici fin sulla battigia, dove risale la risacca d’alta marea ad accogliere i pochi arditi a sfidare i 18° dei cavalloni: e tu ti accontenti di cavalcare mentalmente le gonfie nubi pasturone spingendoti al largo di desideri inconfessati.</p>
<p><strong>FRANZ E WALTER (I)</strong></p>
<p>Nel saggio sul Flanieren dedicato al libro di Franz Hessel, Walter Benjamin a un certo punto definisce l’arte compiuta del flâneur [die vollendete Kunst des Flaneurs] come “la conoscenza dell’abitare” [das Wissen vom Wohnen], intendendo l’abitare nel vecchio senso nordeuropeo o mitteleuropeo, in cui al primo posto si trovava la Geborgenheit [il sentimento di sicurezza e protezione]. Anche questo concetto, che fa il paio con la Gemütlichkeit [la confortevolezza] contrasta agli occhi di Giona con l’esperienza che possono aver fatto i più nelle sue italiche terre fino ai giorni nostri. Qui, anche in quelle sparute aree di comodità, piacevolezza, atmosfera, colore e calore, tutto viene trafitto e svuotato dall’invadente artificiosità reale dell’ininterrotta volgarità mediatica.</p>
<p><strong>FRANZ E WALTER (II)</strong><br />
					<em>Wegen der überstürzten Flucht mußte ein Koffer<br />
mit seinen Manuskripten und Tagebüchern in Berlin zurückgelassen werden. Sie sind seitdem verschollen</em> </p>
<p>Valigie piene di appunti, quaderni e taccuini manoscritti, dattiloscritti corretti, ritagli di articoli di giornale sul fondo di qualche baule o cassetta di legno, dimenticati o, più probabilmente, costretti all’abbandono nell’ultima fuga per salvare la pelle: di Franz Hessel, Walter Benjamin, Bertolt Brecht e di migliaia di anonimi e dimenticati… e da allora spariti, cenere o polvere sotto un bombardamento, marciti in qualche cantina o contemplati a temperatura costante in un qualche caveau di tanto in tanto, palpati da un riccastro feticista e – comunque – cancellati allo spirito umano…<br />
Forse oggi qualche pensatore cinese, nordcoreano, curdo, ceceno, iraniano, ruandese o di chissà dove, fors’anche statutinitense, porterebbe con sé una piccola data pen o memory stick o chiavetta con alcuni giga di scritti e sarebbe costretto a consegnarle al controllo del volo in arrivo extra-Schengen e qualche ligio funzionario all’oscuro di lingue e caratteri stando dalla parte della security cancellerà cartelle e file per il bene di tutti. Che fortuna Giona a viaggiare con l’insospettabile stilografica a macchiare di verde scuro un liso taccuino di carta riciclata. </p>
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