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	<title>Giovanni Nadiani</title>
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		<title>LA PIPA DI FLAIANO &#8211; Taccuino inutile</title>
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		<pubDate>Wed, 06 Jun 2012 16:06:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gnadiani</dc:creator>
				<category><![CDATA[LA PIPA DI FLAIANO - Taccuino inutile]]></category>

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		<description><![CDATA[STAGIONI A – Ah, quanto l’ho amata: io ero cieco, lei era matta. Il tempo passa: l’erba cresce, la pancia ingrassa. B – Ah, quanto l’hai amata: la tua vita è disfatta. Non sei mai stato scaltro: lei si scopa &#8230; <a href="http://lnx.gionni.net/wordpress/?p=512">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>STAGIONI<br />
A – Ah, quanto l’ho amata: io ero cieco, lei era matta.<br />
Il tempo passa: l’erba cresce, la pancia ingrassa.<br />
B – Ah, quanto l’hai amata: la tua vita è disfatta.<br />
Non sei mai stato scaltro: lei si scopa un altro. </p>
<p>POETI I<br />
Poeta giovane e ruffiano imprenditore di sé stesso, avvocato di successo, nella pausa-pranzo s’infila nel loggiato stringendo con un ghigno la cravatta sul gessato nero fumo, a mano la cartella nera gonfia di faldoni da studiare. Solo a sera potrà indossare la divisa da poeta: il baseball cap tirato giù da un lato, le Superga vintage anni Trenta e una polo Coop equo-solidale. Ora è pronto a performare sullo stage dell’italica piazzetta provinciale.</p>
<p>POETI II<br />
Certi poeti e scrittori eletti / nelle liste di chi è sempre in testa / oh poveretti non san che son ometti / dai giorni lunghi o brevi / sol cenere di travi di case senza base.</p>
<p>GLORIA<br />
Sei stato fortunato, ti sei salvato per il rotto della cuffia della tua stilografica: il tuo nome giace in corpo otto – per la bontà del critico sopravvalutato – in una striminzita nota spregiativa a piè di pagina di una pingue storia letteraria imperitura…<br />
Ce n’è per non morire di fame né di fama, finché dura…</p>
<p>SMS<br />
[Voce fuori campo] – Ti piacciono le rosse? Il proverbio locale dice: “E’ pel ros, chi ch’n’e’ prova, u n’e’ cnos = Il pelo rosso, chi non lo prova, non lo conosce”.<br />
[Campo] – Mandami 1 batuffolo di peli pubici rossicci:<br />
ne farò 1 treccina, 1 piercing x il mio ombelico mentale.<br />
[Voce fuori campo] – Attento, nn t’illudere, nn è trash-letteratura: ogni scopata nn è senza un costo, di una qualche natura!</p>
<p>COSTANZA<br />
A – Ma papà nella tua vita ci sarà una costante, no?!<br />
B – Ebbene sì, figliolo: le seghe.<br />
A – Finché s’alza.</p>
<p>ARMI A DOPPIO TAGLIO<br />
A – Il coltello scende sulla carne di distratto, che divora.<br />
B – Il capitale cresce sulla pelle di coglione, che consuma.</p>
<p>ACRONIMO I<br />
Vale nel 90% dei casi: SMS = Senza Motivo Serio.</p>
<p>PATRIA<br />
A – Terribile: la cucina è invasa dagli scarafaggi!<br />
B – C’è un motivo: togli la tua sporcizia! Anzi, meglio: disinfestati e cambia stanza!</p>
<p>COERENZA<br />
A – Ah, essere un girasole: sbocciare lentamente, starsene ritti fedeli alla posizione assunta, col capo appena girato di lato, e poi, esaurite le forze, soltanto reclinarlo in attesa di appassire per sempre e diventare un seme per un altro girasole…<br />
B – Invece: da voltagabbana consumato, sei un carpe diem, ti pieghi subito a 90° e rivolti anche le braghe, mentre te le abbassi.</p>
<p>COLTO IN FALLO<br />
A – Caro, fallo per me: non darlo a tutte; che ci sia la sua ragione!<br />
B – Non temere, cara. Non lo do a tutte; solo se ci sono le loro ragioni: se me la danno…</p>
<p>JOINT-VENTURE<br />
A – Sono un uomo di satira scomodo. La fatwa del Capo pende sul mio: bandito dalla televisione, censurato, sono un perseguitato mediatico.<br />
B – Sei proprio un comico, fai ridere: i tuoi bestseller li pubblica la multinazionale editoriale del Capo. La censura paga: fate i soldi insieme.</p>
<p>NUMERO PERFETTO<br />
A – Ingozzati, ingurgita, trangugia pure la sozzura, il junk-food, la spazzatura che ti fai servire sul vassoio globale: un tris di hamburger, patatine e coca!<br />
B –  Tutta invidia perché non te la puoi più permettere alla tua età: un tris perenne di colesterolo, trigliceridi e diabete!<br />
A –  Li combatto, li abbatto, li batto col movimento: un tris di nuoto, bici e corsa.<br />
B –  Sì, il triathlon della mutua!</p>
<p>SCELTE DI VITA<br />
A – Attenti a come parlate: sarò io a scegliere la vostra casa di riposo!<br />
B – Questo è il risultato di aver scelto di mandarlo all’asilo delle suore.<br />
C – Prima che ci scelga il legno della bara, scegliamo per lui un tirocinio come si deve:<br />
in miniera!</p>
<p>OFFLINE I<br />
Posta elettronica. Risposta automatica: “Sono assente fino a prova contraria”.</p>
<p>OFFLINE II<br />
Non avere fretta: la giornata è lunga, gustala!<br />
Nessuno ti potrà mai rinfacciare di non averlo rispettato l’appuntamento: con la morte.</p>
<p>CRESCERE<br />
A – È ora di camminare: noi ti abbiamo messo sulla strada.<br />
B – Poi avete spento la luce.</p>
<p>SVILUPPO<br />
A – Cosa differenzia i cuccioli d’uomo da quelli di bestia, tutti così dolci e simpatici?<br />
B – Il fatto che, pur cercando di educare sia gli uni che gli altri, i primi nel giro di pochissimo tempo si trasformano in insopportabili bestie rompicoglioni.</p>
<p>FARE L’ ECONOMIA<br />
A – Il primo di ottobre, “Giornata del risparmio”, a scuola ci consegnavano un salvadanaio, in cui avremmo infilato anche le medaglie al valore scolastico (rosse per un “otto”; giallo-oro per un “sette”) da scambiare allo sportello della locale Cassa di Risparmio: ti insegnavano a “fare economia”. Ci si sentiva dei risparmiatori.<br />
B – Dal primo di settembre ai tuoi figli in età scolare l’anonima multinazionale del credito offrirà di aprire gratuitamente una carta di credito prepagata (da genitori, nonni o zie varie) affinché tutta l’economia tragga profitto dalle loro spese. In omaggio come gadget uno zainetto col logo dove infilare la merce. Orgogliosi, si sentiranno dei consumatori.</p>
<p>MULTISERVIZIO<br />
Cittadino – L’acqua è un bene di tutti!<br />
Holding Multiutility – Bene, anche la mia. Nell’interesse di tutti me la bevo tutta io, la piscio in borsa e poi te la rivendo. </p>
<p>CONSEGUENZE<br />
A – Signore, cos’ho fatto per avere un figlio così rompicoglioni?<br />
B – Vecchio coglione, hai scopato senza preservativo.</p>
<p>E-BOOK I<br />
A – La lettura sotto vetro.<br />
B – La letteratura sotto vuoto.</p>
<p>E-BOOK II<br />
A – Ah, finalmente: scaricato l’intero pacchetto tutto compreso. In tasca, sempre appresso, 1.200 libri, un’intera biblioteca da richiamarsi in un battibaleno sullo schermo, basta la pila carica! E basta con la polvere e i pesciolini d’argento, voraci di porose copertine Adelphi, Guanda e Mobydick! E ora abbandonarsi al sottile piacere sfiorando appena, con sensuale dolcezza, le pagine…<br />
B – L’amore è sempre anche autoinganno, piacere di un piacere sempre procrastinato. Il tuo fido strumento in un battibaleno ti offre un’altra opzione in agguato della tua attenzione: le notizie in virtuale in tempo reale di cinquanta giornali in cinque lingue, in omaggio con l’acquisto del pacchetto. Un’offerta comprendente pure cinquecento audiolibri da ascoltarsi, e in un angolo ecco farti l’occhiolino un’altra opzione ancora, tra le tante: audio-video-grafici messaggi invocanti un tuo cenno, un cinguettio di risposta.<br />
A – Uffa!<br />
B – Non ti resta che un’opzione, ora lo sai.<br />
La let(tera)tura è tempo!<br />
Che non hai.<br />
Spegnere lo schermo.</p>
<p>SILENTE, DOLCE FAR NIENTE<br />
Sabato. Mattino.<br />
Seduto a un tavolino di un caffè a fissare il vuoto dell’ancora deserta pseudo piazza dell’outlet più vicino, in fuga da: tosaerba, potasiepi, trapani, seghe, martelli pneumatici di attivi pensionati, finestre aperte coi televisori accesi su repliche di Grandi e piccoli Fratelli, cani cagatori, cicaleccio assordante di padroni e padrone (di cani) senza museruola…</p>
<p>SAGGEZZA<br />
Non sono gli anni che passano a pesare, ma l’insipienza che col tempo si accumula nella supponenza dell’ego.</p>
<p>DESTINO<br />
A – Figliolo, nonostante qualche colpo di testa, ho sempre saputo di non essere un genio.<br />
Non immaginavo come, lo speravo soltanto: non essere completa nullità.<br />
B – Vecchio, lavorando sodo, dandoci dentro di mani per tutta una vita, spremendoti al massimo, hai conseguito l’obiettivo: una mezza sega.</p>
<p>SPORT NAZIONALE I<br />
Palloni gonfiati si rivoltano nel fango mediatico.</p>
<p>SPORT NAZIONALE II: CAMPIONI DEL MONDO!<br />
Quasi rete!<br />
Tira! Tira! Tira!<br />
A forza di tirare anche la calunnia entra.</p>
<p>SPORT NAZIONALE III<br />
La triade arbitrale dispone di: auricolari, fischietto, bandierine, cartellino giallo, cartellino rosso e tessere di partito.</p>
<p>SPORT NAZIONALE IV<br />
A – La legge è uguale per tutti.<br />
B – Il fuorilegge è il più uguale di tutti.</p>
<p>AUTOSTIMA<br />
A – Cos’hai mangiato? Stai diventando verde…<br />
B – Ho sempre saputo di essere di un altro pianeta.<br />
C – Vabbe’, ti accettiamo lo stesso: sei ciò che vomita questa galassia.</p>
<p>LEGGE FISICA DI GIOVANNI BROCCO<br />
Più ti alleni, più vai piano e più fai fatica.</p>
<p>USANZE<br />
A – Il postino bussa sempre due volte.<br />
B – Il corriere non bussa mai, chiava subito.</p>
<p>PRIME OLIMPIADI GIOVANILI<br />
Gli astuti vegliardi del CIO hanno trovato il modo di allevare per tempo i futuri tedofori per alimentare il sacro fuoco del loro business planetario.</p>
<p>COMMUNITY<br />
A – Facebook ha superato il miliardo di iscritti: quanti amici!<br />
B – Che bello: nessuno è più solo!<br />
C – Su un cesso della stazione di Bologna sta scritto: “Ciao, sono Mario Rossi. Contattami su Facebook: sono quello con la chitarra e la barba rossa”.</p>
<p>DISOCCUPAZIONE<br />
A – Mi fai da mangiare? Mi lavi i panni? Mi paghi una ricarica?<br />
B – Come?<br />
A – Insomma, vecchio, sei un genitore, no?! È il tuo lavoro!<br />
B – C’è la crisi, figliolo: da oggi sono in esubero. Arrangiati!</p>
<p>E-MAIL TRADUTTIVAMENTE DOPATA<br />
Oggetto: molto econimici e di qualita<br />
A – Trova migliore offerta in materia droga a garanzia qualita? Qui si sta a destra, si ottiene subito il tuo pillole. Famracia professionale per tutto scopi! Abbiamo tutto cio che vaete bisogno per vostro corpo e l’anima ha bisogni: http://calculi7971.spaces.live.com<br />
B – We are wrong, però qui si sta a sinistra. Pregasi inviare pillole di accenti! </p>
<p>PREVIDENZA PRIVATA<br />
A – Che idea: un vitalizio con un “gratta e vinci”!<br />
B – Finanziato coi risparmi di pletore di illusi coglioni grattatori. E se se li grattassero piuttosto?!</p>
<p>LIBERO MERCATO: DRITTI E DOVERI<br />
A – Il lavoro è un diritto. Il diritto di vivere del proprio lavoro.<br />
B – Il consumo è un dovere. Il dovere di vivere del proprio consumo perché non venga meno il diritto al lavoro.<br />
C – Probabilmente ho perso un passaggio nel ragionamento; senz’altro però chi ha reso il lavoratore un mero consumatore di sé stesso ha fatto il proprio dovere di dritto.</p>
<p>NEOLIBERTÀ<br />
Con lo spauracchio della crisi il libero capitale neo-neoliberale s’avvale della libertà di creare nuovi servi della gleba sul dumping d’umanità.</p>
<p>CERTEZZA<br />
Il fascino di conoscere un’anima che condivide con te in ogni istante la suggestione di un vacuo scambio di sms: per te esisto!</p>
<p>FILOSOFIA SPICCIOLA<br />
A – Il pensiero del sesso mi divora.<br />
B – Non pensare, fallo! Ti passerà.</p>
<p>OGGETTO INUTILE<br />
A – A cosa ti serve un orologio?<br />
B – Be’, a misurare il mio tempo, no?!<br />
A – Illuso. Il tuo tempo è da sempre predefinito, e né tu né lui lo conoscete. Buttalo!</p>
<p>L’OROSCOPO AL TEMPO DELLA CRISI<br />
Salute: da cani.<br />
Lavoro: da schiavi.<br />
Denaro: da strozzini.<br />
Amore: da becchi.</p>
<p>FORZA LAVORO<br />
A – Nell’ultimo anno solo in Italia mille morti bianche: mille morti in incidenti sul lavoro!<br />
B – Non ti preoccupare. Troveremo presto i sostituti: al mondo vi sono più di sei miliardi di esseri in esubero!</p>
<p>LA CONDANNA DELL’UOMO<br />
Te la devi sempre e solo sudare la pagnocca, e spesso della sua fragranza non lecchi che poche briciole.</p>
<p>OSSIMORO<br />
Debito sovrano = il creditore che spadroneggia in casa tua.</p>
<p>CIVETTA ALL’EDICOLA<br />
Morta la donna travolta sulle strisce.<br />
Ieri falciati due fratelli.<br />
_________________<br />
Qualità della vita: Forlì migliora</p>
<p>BOTTO<br />
A – A Capodanno ogni scusa è buona per illuderci di farla al Tempo, mentre è lui – senza capo né coda – a contarci: inutili granelli di polvere di una stella spenta.<br />
B – Stappiamo, dunque, lo spumante, augurandoci che almeno impregni un po’ sto pulviscolo fastidioso!</p>
<p>CONGEDO<br />
A – Oh, figlio, passate le feste te ne riparti nel buio di un gelido mattino invernale volando nella grande città dei tuoi studi, abbandonandoci in questa anonima landa…<br />
B – Non essere patetico: anche là la gente nasce e muore, ama e odia, aiuta e inganna, vive e uccide.<br />
Ricorda, vecchio: nel nostro cammino ci salverà soltanto la coscienza di appartenere a qualcuno.<br />
A – Che dovrai sempre cercare in una Terra di Nessuno.</p>
<p>MORBOSITÀ-MOROSITÀ<br />
Si era infatuato di lei, o meglio della sua immagine scovata casualmente in Internet. L’aveva inseguita nei siti dedicati: innocenti occhi verdi su sensuali lentiggini appena velate da un caschetto di capelli rossicci, all’apparenza naturali. Dopo ore allo schermo, si coricò immaginando ancora il suo sguardo lascivio. In sogno si fuse con lei: un deliquio di morbida, calda, tenera, impalpabile sostanza.<br />
Fu il fetore a strapparlo dal piacere: fumanti deiezioni di feci, sperma, urina e vomito sul materasso fradicio fino al suolo: un’altra delle sue deificazioni!</p>
<p>TELECOMUNICAZIONI<br />
A – È uno scandalo! Non si può neppure più parlare: la voce trasformata in business.<br />
B – Te lo comunico: ti fai spennare da anonime multinazionali comandate da manager voraci per regalar loro l’unica tua vera cosa che hai gratuitamente: il tempo.</p>
<p>FIAT (VOLUNTAS SUA)<br />
A – Il costo del lavoro incide di ben il 7% sul processo di produzione delle vetture, un tempo, torinesi.<br />
B – Uno scandalo!<br />
A – Spremiamolo ancora un po’ ’sto costo del lavoro, oppure delocalizziamo!<br />
B – Magari ci cascano ancora 2 o 3 punti in percentuale per i manager.</p>
<p>RISVEGLIO<br />
A – Cara, stamattina per colazione vorrei un po’ di gnoccole, senza tante caccole.<br />
B – Tesoro, sono ancora in dormiveglia.  Vedi di sgocciolare il tuo cappuccino sulla sveglia o, ancora meglio, su una tovaglia. </p>
<p>L’ITALIA È UNA BUCA<br />
A – Gli italiani preferiscono, anzi adorano i fuoristrada.<br />
B – Per forza: con le strade che si ritrovano, poco più che mulattiere d’asfalto in frantumi…<br />
A – Rovinate dal passaggio ininterrotto dei loro bestioni griffati a doppia trazione.</p>
<p>AMICIZIA<br />
									<em>A Luigi</em></p>
<p>A –  I rami secchi bisogna tagliarli, ne va della pianta, cioè di me.<br />
B – Ora che m’hai tagliato, mi sembra di star meglio: sto rinverdendo, e pure ridendo.</p>
<p>SENSE OF HUMOR I<br />
A – Comico è ciò che fa ridere la gente. E una battuta che funziona può essere liberatoria come un orgasmo.<br />
B – Ma le tue battute non fanno più ridere nessuno, neanche me.<br />
A – Beh sai, l’ansia da prestazione fa male al sesso e al comico.<br />
B – È giunta l’ora che mi trovi un nuovo partner: chissà che almeno non mi faccia ridere.</p>
<p>SENSE OF HUMOR II<br />
A – Cara, tu confondi l’essere spiritosi e la comicità con il senso dell’umorismo. Tutti sono capaci di ridere a una buona barzelletta o davanti a una scena comica. Questo non vuol dire, però, che tutti posseggano humor. Lo humor, infatti, è un atteggiamento nei confronti del mondo e della vita; è la capacità di riconoscere, accettare e superare col riso un’incongruenza vissuta sulla propria pelle. Ti faccio un esempio: cado scivolando su una buccia di banana e, rialzandomi, mi dico: «Fortuna che non era una merda di cane!»<br />
B – Ah, è per questo, caro, che io continuo a vivere con te ridendo di me: sono scivolata su una merda umana credendo fosse una buccia di banana.</p>
<p>MACCHINETTE<br />
A – “Il distributore non dà resto”<br />
B – In cambio eroga schifezze.<br />
C – “Il dispensatore di bonifici esige silenzio”.<br />
D – In cambio le erogatrici di servigi rilasciano interviste.<br />
A – In cambio di altri bonifici.</p>
<p>FINE DELLE IDEOLOGIE<br />
A – Il mondo è pieno di stronzi.<br />
B – A prescindere dalle bandiere che battono.</p>
<p>GREEN ECONOMY<br />
A – Ma cos’è ’sta green economy?<br />
B – Trasformare il verde di fertilissimi campi in specchi per le allodole: pannelli fotovoltaici a perdita d’occhio per la brama di speculatori senza scrupoli incentivati.<br />
C – Bene, così un giorno mangeremo energia elettrica D.O.C. e D.O.P.</p>
<p>MODELLO DI COERENZA ITALICO<br />
A – Nella vita per ottenere alcunché bisogna assolutamente essere coerenti.<br />
B – Assolutamente d’accordo.<br />
C – Assolutamente coerenti sul proprio asse senza sgarro: inchiappettare tutti, sempre e comunque, a prescindere.</p>
<p>DATE<br />
13 FEBBRAIO 2011: SANTA FOSCA E MARTA<br />
Un milione di donne in piazza per la loro dignità<br />
14 FEBBRAIO: SAN VALENTINO<br />
Milioni di donne gratificate dai loro maschi<br />
15 FEBBRAIO: SAN FAUSTINO E SAN GIOVITA<br />
Sentore di primavera: lui tira calci al pallone con gli amici all’aperto; lei stira con la finestra aperta.</p>
<p>GESTO GRATUITO<br />
Se la gratuità – come dimostra abbondantemente la vita di tutti i giorni – non è di questo mondo e ciò nonostante ci si imbatte in essa, ci si dovrà chiedere quale sia il secondo fine di chi la mette in pratica: il premio del Paradiso? Ma se il premio sperato è la motivazione della gratuità, essa non sarà più tale nella sua essenza, non sarà più espressione di un inconscio, innato, irrazionale atteggiamento vitale, bensì piuttosto un altro caso di comportamento mercenario ed egoistico indotto da qualche culturema (religioso, morale ecc.). Ma se nonostante tutto, si trovasse un essere umano capace di gratuità – la quale per sua intrinseca natura non può implicare nessun premio, neppure di ordine morale – sarebbe intollerabile perché contro natura: andrebbe contro la nostra sostanziale natura di esseri egoistici interessati esclusivamente al proprio tornaconto. La gratuità, dunque, con un gesto estremamente gratuito, nel senso di «arbitrario», ma con un preciso secondo fine, andrebbe rifiutata, e quel tale che comunque la praticasse, soppresso, per la mera salvaguardia della specie umana.</p>
<p>RITOCCHI<br />
A – La pubblicità de L’Oreal con Julia Roberts ritoccata è stata fatta togliere dalla circolazione perché ingannevole.<br />
B – A quale istanza bisogna rivolgersi per far togliere dalla circolazione il Premier di Bananopoli?</p>
<p>FUGA DI DATI<br />
A – Nell’epoca dei dati sulla “nuvola” accessibili da ogni angolo del globo c’è ancora chi pensa di spostare “poltrone” da Roma a Milano.<br />
B – Provincialismo per provincialismo chissà che qualcuno non sposti costui sulla Luna.</p>
<p>NEO(LIBERAL)COLONIALISMO<br />
A – Nel Corno d’Africa la gente muore di fame.<br />
B – I governi africani affittano per 99 anni le ultime terre fertili a multinazionali asiatiche, americane ed europee per le loro monoculture.<br />
C – Come garantire al mondo biodisel programmando la fame e la selezione della specie.</p>
<p>PLACARE I MERCATI (AGOSTO 2011)<br />
A – Il superministro dell’economia sostiene che viviamo sulla bocca di un vulcano.<br />
B – L’Etna ha ripreso a eruttare bruciando precari, pensionati minimi, salariati medio-bassi e giovani senza futuro.<br />
C – Il consueto sacrificio al Dio Debito, offerto dagli abbienti immolando abbietti.</p>
<p>SMALTIMENTI FUTURI<br />
A – Il premier: “L’energia atomica è il futuro”.<br />
B – Per smaltire le sue scorie e quelle dell’atomo a questo paese serviranno millenni.</p>
<p>FORTE PERSONALITÀ<br />
A – Le agenzie di rating dei social network coi loro algoritmi sono capaci di rilevare automaticamente il tuo valore in base a quanto smanetti in rete e a quanto vieni citato: si chiama personalità digitale. Io ho uno dei massimi punteggi e sono considerato “leader di pensiero”.<br />
B – Visto che sei un leader, prova a pensare e a spiegare perché un miliardo di persone, te compreso, è felice di regalare il proprio tempo e la propria personalità all’ANQUI (Anonima Quattrini d’Internet) perché ne faccia commercio.</p>
<p>SPRECHI<br />
A – La cultura non si mangia!<br />
B – Per riuscire a dirlo hai mangiato cultura fin dalle elementari.<br />
C – Inutilmente.</p>
<p>PARADOSSO ITALICO<br />
Baciapile baciabile.</p>
<p>ANTIDOTO<br />
Contro il baciapile basta un baciabìle </p>
<p>SIM CARD<br />
Puoi cambiare pelle, ma il credito che hai è quello che porti dentro.</p>
<p>PRIVATIZZAZIONE<br />
Forma, ideologicamente furbissima, di spietata pirateria impostasi nell’interesse di anonimi possidenti a scapito delle masse di utenti in epoca neoliberista.</p>
<p>PROGRESSO<br />
A – Il lavoro è un diritto.<br />
B – La crescita oggi si ha razionalizzando, tagliando posti di lavoro.<br />
C – Se l’uomo per sentirsi tale deve per forza lavorare, troviamogli delle occasioni a costo zero.<br />
D – Per esempio, costruendo piramidi di nuovo tipo.</p>
<p>EFFETTI DELLA CREAZIONE<br />
A – La donna non per forza nacque pettegola, ma senz’altro narratrice.<br />
B – Per una narratrice nata ci voleva chi stesse ad ascoltarla.<br />
A – Così fu creato l’uomo.<br />
B – Sempre accusato dalla donna di tacere, di non raccontarle nulla e, dunque, di disprezzarla.<br />
C – Non tenendo in considerazione che qualcuno prima di parlare deve pensare.</p>
<p>FEDE<br />
A – I liberal neoliberisti sono i più pericolosi.<br />
B – Da convertiti al credo dominante, anzi dittatoriale, non fanno ostaggi nel cimitero di ideali.</p>
<p>UP-TO-DATE PEOPLE  I<br />
A – Il tal politico e il tal altro per star al passo coi tempi twittano a più non posso e in ogni situazione.<br />
B – È la loro condizione: cinguettano seduta stante, la loro parola è più veloce del pensiero: non han tempo!<br />
C – Il tempo che dovrebbero impiegare per pensare e connettere il cervello – anche in wireless – alle parole prima di us(ur)arle!</p>
<p>UP-TO-DATE PEOPLE  II<br />
A – Il tal insegnante e il tal altro per star al passo con le loro classi le contattano via facebook nel tempo libero.<br />
B – Beati gli insegnanti, che saran pagati pure male, ma hanno il tempo per chattare col network sociale.<br />
C – Se il tempo lo impiegassero per studiare (cosa ai più ignota dai tempi della laurea) e leggere, a scopo aggiornamento, magari un e-book da scaricare!</p>
<p>UP-TO-DATE PEOPLE III<br />
A – Vecchio, non puoi sperare che qualcuno ti cerchi ancora al telefono o via email…<br />
B – Oggi gli amici ti seguono, e tu li devi seguire, nel social network in tempo reale sul tuo smartphone: sì, vecchio, sei proprio definitivamente tagliato fuori!<br />
C – Figlioli, lo so: sono un vecchio anti-social tagliato fuori, ma almeno non sarò uno spezzatino dentro!</p>
<p>SECREZIONI<br />
A – La ministra piange in conferenza stampa alla parola «sacrificio».<br />
B – Il pensionato prostatico lacrima urina sul ticket sanitario.<br />
C – Il co.co.pro. lecca le gocce di benzina fuoriuscite dal serbatoio alla pompa self-service del Conad.</p>
<p>MUTAZIONE GENETICA<br />
A – Un tempo gli italiani erano noti per la loro musica e la loro poesia.<br />
B – Verdi, Rossini, Dante, Leopardi, i mandolini, …<br />
C – Oggi, a parte il tentativo di sovrastare con chiacchiere urlate chiunque cerchi di proporre musica e o parole dal vivo, gli italiani riescono a stare in ascolto esclusivamente del trillo del loro smartphone.</p>
<p>IDIOMI<br />
A – Gli inglesi parlano l’inglese; gli americani parlano l’inglese americano.<br />
B – I tedeschi parlano il tedesco; gli austriaci il tedesco austriaco e gli svizzeri tedeschi lo svizzero tedesco.<br />
A – Gli spagnoli parlano spagnolo; i catalani parlano catalano e lo spagnolo catalano.<br />
B – E gli italiani? Cosa parlano gli italiani?<br />
C – Gli italiani, quando non si cimentano in una lingua inventata come il padano, vergognandosi delle lingue che parlavano i loro vecchi – i dialetti – si sono dedicati a imparare l’itelese: un minestrone riscaldato di approssimativo italiano televisivo, burocratese e falso inglese inventato da presunti opinionisti mediatici, il tutto su base fonetica dialettale.</p>
<p>ACROMIA<br />
A – A me piacciono le rosse.<br />
B – È sempre più difficile sapere il vero colore dei capelli di una donna: tutte se li tingono e altrove sono completamente depilate, brazilian waxing.<br />
C – Il colore dipende solo dalle stagioni e dalle mode.<br />
A – Allora non ci resta che scoparle al buio immaginando il colore preferito.</p>
<p>CONSEGUENZE<br />
A – Figliolo, quanti input ti ho dato, inutilmente.<br />
B – Vecchio, mi stupisco di te: ma che risultati ti aspettavi da un tuo output?!</p>
<p>CREDIT CRUNCH<br />
A – Il cane è il migliore amico dell’uomo.<br />
B – Il mio si chiama Fido, ma da quando la banca non mi dà più il fido non ce n’è più né per me né per Fido.<br />
A – Il banchiere è il peggior nemico del cane.</p>
<p>PUNTI DI VISTA<br />
A – Negli ultimi tempi guardandomi allo specchio mi vedo sempre più vecchio. Eppure mi sento sempre e soltanto uno studente della vita desideroso di apprendere, incapace di insegnare a me stesso o ad altri, più giovani, alcunché: forse è la saggezza socratica derivante dal sapere di non sapere.<br />
B – Può darsi. Dalle nostre parti la chiamano rincoglionimento.</p>
<p>ASTE  LETTERARIE I<br />
A – Su eBay èstato messo in vendita a un milione di dollari il water dell’ultima casa in cui ha vissuto il geniale scrittore J.D. Salinger.<br />
B – Quando si dice il genio degli eredi: trasformano in oro colato qualsiasi stronzata.</p>
<p>ASTE  LETTERARIE II<br />
A – Nella sede di New York Avenue Sotheby’s ha battuto i jeans di Jack Kerouac e Allen Ginsberg, i mitologici padri della Beat Generation, soltanto per un pugno di dollari.<br />
B – Evidentemente il tempo ha fatto svaporare dai jeans il profumo perverso delle macchie di sperma e whisky.</p>
<p>ASTE  LETTERARIE III<br />
A – Le università americane, a causa della rivoluzione digitale, non trovando più manoscritti-feticcio degli scrittori per i loro lucrativi fondi, si sono messe a raccattare all’asta a suon di dollari persino i brogliacci, i dattiloscritti, le stampe da computer e le bozze con correzioni autografe dei loro traduttori.<br />
B – Un giusto conguaglio e un piccolo riconoscimento morale per chi nell’anonimato funge da scrittore della stessa opera in un’altra lingua. </p>
<p>DIAGNOSI<br />
A – Dottore, ho un mal di testa continuo, proprio qui sopra la fronte. Che ci sia un grumo di catarro? Avrò la sinusite?<br />
B – A visita terminata, posso constatare solo che lei è sano come un pesce. Mi dica, quando ha avuto l’ultimo rapporto sessuale?<br />
A – Come direbbe Woody Allen, non entro in una donna dalla mia ultima visita alla Statua della Libertà cinque anni fa.<br />
B – Bene: la causa del suo mal di testa è un grumo di sperma nel cervello.</p>
<p>EVASIONE (CONSONANTICA)<br />
A – In questo bar non lo fate lo scontrino?<br />
B – Assolutamente.<br />
A – Assolutamente che? Sì, o no?<br />
B – Assolutamente. Noi ci facciamo sempre solo lo scontino.</p>
<p>FAIR  PLAY<br />
Due ciclisti over 60 (un tempo si sarebbero chiamati cicloturisti, categoria Gentlemen), un ex-tipografo e un ex-ferroviere, già pensionati-baby, in realtà professionisti della bicicletta da corsa supersonica al carbonio e titanio, fisicamente e soprattutto mentalmente dopati, compagni di duri allenamenti quotidiani, estate e inverno a prescindere dalle temperature purché le strade siano agibili, stanno raggiungendo la cima dell’ultimo colle, a 70 Km. dall’arrivo ideale:<br />
A – Cazzo, devo andare a forare proprio ora! Aspetta un po’, che cambio il tubolare…<br />
B – Aspettarti? Se son tornati a casa nel 1975 i rugbysti cannibali precipitati sulle Ande, tornerai a casa pure tu!<br />
E via che B si tuffa giù in discesa a volo d’aquila staccando inesorabilmente l’appiedato verso la vittoria ideale…</p>
<p>LETTERATI<br />
Esseri classificabili sotto la categoria «vecchi compagni di strada», che la fame di fama ha portato a fagocitare e a defecare qualsiasi amicizia.</p>
<p>GESTA<br />
A – Beato il Paese che non ha bisogno d’eroi, diceva il vecchio b.b.<br />
B – Sciagurato il Paese in cui chi fa semplicemente il proprio dovere e paga pure le tasse è considerato un eroe!<br />
C – Proprio un’impresa! Si vede che è cambiato il clima politico-sociale: prima era considerato soltanto un coglione, dal premier all’uomo del bar.</p>
<p>DIALOGO SULL’INDOLE I<br />
A – Vecchio, come mai l’indole umana – e tu ne sei la prova lampante – possiede una dose considerevole di meschinità?<br />
B – Figliola, accontentati di sapere che i geni di tua madre l’hanno neutralizzata in te.<br />
A – Ma tu come fai a conviverci senza disperarti, senza spararti?<br />
B – È l’essenza stessa della meschinità che mi pervade a preservarmi, a farmela perdonare.</p>
<p>DIALOGO SULL’INDOLE II<br />
A – Perché gli uomini (intendendo con essi la specie, dunque anche le donne), presentandosi l’occasione, sono così portati al tradimento?<br />
B – Perché l’unica cosa che tutti e tutte veramente amano senza condizioni è il proprio ego.</p>
<p>DIALOGO SULL’INDOLE III<br />
A – Vecchio, perché nell’uomo, che nasce completamente nudo e per crescere si affida alla gratuità, si annida e – in esseri come te – pacchianamente si manifesta l’avidità tanto da coprirsi, fin quasi a soffocarne, di cose inutili?<br />
B – Beh, figliola, ciò sta iscritto nei suoi geni: uomo, arraffa quanto e più che puoi, dal colostro della mammella alla rendita del derivato tossico! È una legge di natura: mors tua, vita mea!<br />
A – Ma, allora, l’esistenza di persone che compiono gesti d’amore, così semplicemente gratuiti, senza secondi fini e senza aspettarsi nulla in cambio, come la spieghi, vecchio?<br />
B – Uffa, figliola, come ben sai al mondo esistono gli «scherzi di natura», che se fossero lasciati alla natura stessa, verrebbero soppressi «naturalmente»…</p>
<p>PARCELLE<br />
A – Gli ex leader Bill Clinton e Tony Blair girano il mondo tenendo conferenze. Il loro cachet tradotto in euro:  € 150.000,-<br />
B – Io giro la provincia italica a tenere conferenze e recital. Il mio cachet senza traduzione: € 150,- lordi.<br />
A – Quando sei in giro, allora, lavati bene i denti. Con cifre del genere non potrai più permetterti il dentista. Al massimo una scatola di cachet.<br />
B – Che non è neppure più deducibile.<br />
A – In compenso, si spera che – a differenza dei primi due – almeno tu abbia qualcosa da dire…</p>
<p>FINANZA CREATIVA<br />
A – Quando si dice la creatività… L’ex superministro dell’economia Trecarte appena un mese dopo il crollo del governo, di cui lui si credeva l’unico pilastro insostituibile, ha pubblicato un saggio di 300 pagine in cui consiglia di mettere l’ordine al posto del caos, regole politiche al posto dell’anarchia dei mercati finanziari, incassando un superanticipo dal nuovo supereditore: un genio della finanza e della scrittura.<br />
B – Be’, senz’altro avrà scritto anche di notte con l’aiuto di cosiddetti «negri» sulla base degli appunti presi per mesi e anni non prendendo decisioni politiche e lasciando sprofondare il Paese nel caos economico e finanziario.</p>
<p>GENDER STUDIES<br />
A – Non se ne può più! Non rispetti nessun appuntamento. Perennemente in ritardo!<br />
B – È la vita, cara, la nostra condizione di uomini, l’innata insufficienza dell’uomo di far fronte alle sempre nuove scadenze che incombono…<br />
A – La lingua italiana in questo è imprecisa, caro. Non si tratta di uomini, intendendo con essi la specie umana, bensì di maschi: a parte l’eiaculazione precoce, l’unico appuntamento che siete in grado di rispettare è quello con la morte!</p>
<p>INVESTIMENTI<br />
Il noto artista della parola, illuminato e ufficialmente «di sinistra», che a teatro e alla radio colta sferza i benpensanti, confessa al giudice che il milione di euro trafugato in un paradiso fiscale con l’aiuto di una fantomatica finanziaria-bolla di sapone che gli garantiva il 20% di interessi era frutto di duro lavoro.<br />
Artista: «Io canto, recito, faccio produzioni. Quei soldi perduti erano una sorte di pensione».<br />
Giudice: «Bene, continui a cantare, recitare e fare produzioni. All’inferno fiscale c’è tanta gente che ha bisogno di divertirsi e Lucifero le darà un vitalizio in nero!»</p>
<p>IN CONFIDENZA<br />
Sono un italiano medio, non amo gli sport invernali.<br />
In particolare: 1) spalare la neve; 2) montare le catene della macchina nella bufera.</p>
<p>LA FEDE SPOSTA LE MONTAGNE<br />
A – Il capo-cosca della poesia italiana (sic!), nonché maître à penser del quotidiano dei vescovi, sostiene che la fede fa essere creativi in ogni circostanza della vita.<br />
B – La creatività di trovare sempre e solo il proprio (suo) tornaconto.<br />
C – Aaamen!</p>
<p>PREVISIONI<br />
Ogni giorno ha la sua pena.<br />
E ognuno spala la sua neve.</p>
<p>CALL CENTER<br />
A – Buongiorno. È lei che paga le bollette? Le offriamo uno sconto del 15% rispetto alla concorrenza sul pacchetto completo luce-gas-acqua.<br />
B – Mi assicurate l’erogazione sempre e comunque in qualsiasi condizione atmosferica?<br />
A – Ma lei vuole il cielo! E pure la terra!<br />
B – No, soltanto quello che cielo e terra danno, a prescindere dalle privatizzazioni.</p>
<p>IMPRENDITORIA<br />
A – Scoperta rivendita di bottigliette con acqua di Lourdes falsa.<br />
B – Il miracolo fai-da-te.</p>
<p>EMERGENZA<br />
Iperonimo adottato dai bipedi parlanti della penisola italica per definire la condizione stabile in cui per egoismo, imprevidenza, incuria, incapacità ecc. si erano condannati a vivere.<br />
Alla bisogna, il termine veniva declinato nelle varianti sintagmatiche del tipo «emergenza neve», «emergenza alluvione», emergenza idrica», «emergenza terremoto», emergenza energia», «emergenza ospedali», «emergenza scuole» ecc. ad libitum.</p>
<p>MONOTONIE<br />
A – Il posto di lavoro fisso è monotono.<br />
B – Anche le bollette fisse lo sono.<br />
C – E pure quelle estemporanee, che non sai come pagare senza accredito fisso sul conto corrente.</p>
<p>SBILANCIO CLIMATICO<br />
A – La neve, copiosa, viene giù. Che nevone!<br />
B – I prezzi, odiosi, vanno su. Benone!<br />
C – Si cambi subito stagione!<br />
A – Ah, le belle estati! Quando la temperatura s’impenna…<br />
B – Che vada su o giù, i prezzi son già arrivati a livello d’antenna!<br />
C – È colpa del cambio climatico: non ci son più le stagioni di una volta!<br />
È un’unica stagione, è matematico: ai furbi speculatori l’avidità mai nessuno l’ha tolta!</p>
<p>FUTURE I<br />
A – Negli Stati Uniti sono nati a opera di Deutsche Bank i «bond morte», un nuovo tipo di future, di prodotto finanziario. Si individua un gruppo di 500 persone tra i 72 e gli 85 anni, si raccolgono col loro consenso le informazioni sulle condizioni di salute e si propone a terzi di investire sulla durata delle loro vite. Più rapidi sono i decessi, maggiore è il guadagno dell’investitore, mentre il profitto delle banche cresce con la sopravvivenza delle persone appartenenti al campione selezionato.<br />
B – Geniale: un future sulla no future generation!<br />
A – Comunque non si tratta di un’assoluta novità in termini di speculazione.<br />
B – È vero: i tedeschi l’avevano già praticata quando nei lager gli aguzzini delle SS scommettevano tra loro sulla durata della vita dei rastrellati, se arrivavano vivi alla camera a gas o morivano prima di stenti. </p>
<p>FUTURE II<br />
10 febbraio 2012, nevone storico: m. 1, 20.<br />
Bacheca annunci Bar del Borgo Vecchio: «Affare di stagione: Vendo gomme estive Opel Meriva praticamente nuove a soli € 150,-. Approfittane ora!»</p>
<p>DIALOGO SULL’INDOLE IV<br />
A – Vecchio, perché tu e i maschi della tua specie, con le gote cadenti e le occhiaie rugose che vi arrivano alla bocca, passate ore e ore in internet su siti porno-erotici.<br />
B – Figliola, anche l’occhio vuole la sua parte: tanto più la bellezza diventa un pio desiderio, tanto più si ha nostalgia di essa.<br />
A – Sì, la nostalgia dell’ultima erezione.</p>
<p>POETRY IN HEAVEN<br />
A – Un altro poeta condannato a morte per tre versi blasfemi pubblicati in Rete…<br />
B – L’entità divina – che si presume sia stata bestemmiata – appunto in quanto tale, nella sua onnipotente magnanimità, se ne frega assolutamente della poesia scadente e della maleducazione, e non ha bisogno di alcun sacrificio umano.<br />
C – In realtà, sono i bipedi parlanti adepti di quell’entità ad avere bisogno di roghi e lapidazioni: la blasfemia sfregia, lacera l’involucro artificioso di debolezza, insicurezza e intolleranza in cui si sono avvolti e adagiati per negare la loro realtà mortale.<br />
A – E la poesia scadente rimane in circolazione: Internet non dimentica!</p>
<p>CONCERTO I<br />
A – Il massimo piacere psicofisico concesso all’essere umano sulla Terra, oltre a un riuscito orgasmo con la persona amata, è quello procuratogli dal suonare uno strumento musicale.<br />
B – Beh, anche soltanto ascoltare musica può procurargli piacere.<br />
A – Giusto. La masturbazione delle orecchie.</p>
<p>CONCERTO II<br />
A – Suonare da soli uno strumento musicale dà lo stesso piacere di un orgasmo.<br />
B – Non hai mai provato un’ammucchiata: prova a suonare in gruppo, poi mi dirai.</p>
<p>RISANAMENTO ALIMENTARE<br />
A – Oggi, 12 febbraio 2012, in Grecia i cittadini esasperati lanciano mandarini – in cambio di lacrimogeni – contro il diktat della «Troika» (EU, IMF, ECB) della dittatura neoliberale.<br />
B – L’arancione ormai è diventato il colore dell’ultima speranza di chi non ha né lobby in terra né santi in cielo.<br />
A – Sì, vabbé, ma una volta si lanciavano uova marce.<br />
C – Son finite. Visti i provvedimenti, si son mangiate pure quelle. Ne avessero!</p>
<p>TIPOLOGIE<br />
								<em>A Isabel e Yvonne</em></p>
<p>Tra la fauna di bipedi parlanti sgambettante sul suolo italico vi sono diverse specie che la natura ha destinato – se non proprio a vivere in simbiosi – a relazionarsi forzatamente in coppia. Una di tali coppie è costituita, da un lato, dall’Organizzatore Culturale [OC] ovvero Organizzatrice Culturale (questa, spesso, ben più motivata, creativa e decisa nel perseguire i suoi fini del suo collega maschio) e, dall’altro, dal/dalla Burocrate Culturale [BC], intendendo con tale etichetta un funzionario dell’Amministrazione di un Ente Pubblico, talvolta fregiantesi dell’altisonante titolo di «dirigente» dall’immeritato lauto stipendio e relativi benefits.<br />
Genralmente, OC opera per spassionato, gratuito spirito di servizio dedito all’arricchimento del Bene Comune, alla crescita umana, civile e spirituale della Comunità; a volte, tuttavia, il suo operato con la relativa «movimentazione di denaro», cifre irrisorie invero, stimola pure la sopravvivenza economica di artisti in senso lato co.co.pro. e relativo indotto «movimentato»: dal letterato al teatrante, dal musico all’elettricista e allo staff del service luci-suoni.<br />
BC, al contrario, ha come scopo precipuo della propria funzione – da cui, appunto, «funzionario» -, oltre a navigare in Internet usando compulsivamente i social network comunicando il nulla al calduccio di un recondito ufficio del tal o tal altro Ente Pubblico, mentre fuori i cittadini spalano la neve, ovvero alla penombra e al fresco sussurrato del condizionatore, mentre fuori in strada gli operai in nero della ditta subappaltata dall’Ente Pubblico si bruciano la schiena a 40° asfaltando le buche lasciate dal gelo, BC ha come scopo precipuo – si diceva – l’ostacolare e il frenare sine die l’operato di OC. Le strategie messe in atto da BC – ganglio essenziale e superfluo a un tempo dell’Amministrazione Pubblica tra cittadini e relativo Assessorato – per raggiungere il suo fine possono essere le più disparate, dimostrando in questa una creatività e inventiva degne del suo antagonista OC. Si va dal procrastinare all’infinito un semplice appuntamento, chiesto da OC con l’Assessore o col Dirigente, allo «smarrire» tra le scartoffie cartacee e/o digitali la lettera con la richiesta di finanziamento a un certo progetto di OC, invitando sfacciatamente OC a ripresentarlo, oppure a rallentarne al parossismo il relativo «percorso istituzionale», fino al colpo da maestro di riuscire a informare fuori tempo massimo, a scadenza superata, OC dell’oppurtinità esistente – o meglio, esistita, ormai sfumata – di richiesta fondi su determinati progetti, e via discorrendo. Il fine ultimo, per così dire, supremo di BC, quello che gli varrà l’incondizionato rispetto dell’Amministratore Pubblico (come si sa un’infima variabile politica transeunte a confronto della graniticità del «posto» riscaldato da BC) rassicurando questi sull’importanza e sul ruolo essenziale – confondendolo per esiziale – rivestiti da BC, avendogli fatto risparmiare eventuali fondi destinati alla cultura (con la quale notoriamente non si mangia, ma si può pasteggiare con le clientele), è però un altro. Il fine supremo, che dimostrerà le inarrivate capacità di BC e che sole giustificano il suo inutile vitalizio, è impedire a ogni costo la realizzazione dei progetti di OC. Poiché nel momento in cui qualcosa non si realizza, certamente non si commettono errori, né di forma né di sostanza, errori che potrebbero inficiare il funzionamento dell’oliata macchina politico-amministrativa, parando così ex ante il deretano a tutti i coinvolti, ma, soprattutto, se nulla ha luogo, matematicamente non si varano azioni che potrebbero sovvertire la tranquilla, sonnolente e ignorante noia e ignavia della popolazione.<br />
Ovviamente, OC non si dà e non si darà per vinto, per vinta, e opererà fino alla fine dei suoi giorni per i suoi scopi di crescita culturale ecc. (vedi sopra), o perlomeno fino a quando non sarà l’Alzheimer a porre freno alla sua innata – generalmente, trasmessa geneticamente – creatività, capacità ideativa e di iniziativa rompicoglionesche. Sarà ancora sulla breccia quando BC, uscendo furbescamente da qualche «finestrone» dell’INPS, starà a godersi la sua immeritata prebenda pensionistica abbronzando le chiappe su qualche atollo di uno Stato di Banana. Per un breve periodo di interregno – comunque regno della stasi assoluta per qualsiasi progetto culturale – OC si sentirà interiormente vincitore morale della sua impari lotta.<br />
Sfortunatamente per OC, al posto di BC subentrerà una giovane forza fresca, BC 2 , vincitrice di un concorso all’uopo, nel quale sono state verificate quelle capacità e abilità imprenditoriali e amministrative nella gestione della Cosa Pubblica di cui già BC aveva fatto impareggiabilmente ed esemplarmente sfoggio durante tutta la sua indefessa carriera.<br />
Fortunatamente per OC, però, la Comunità, per il cui bene ecc. (vedi sopra) aveva spremuto tutte le proprie energie ideative, creative e operative, si sarà nel frattempo dissolta in una miriade di singolarità, individualità, intente a impedire che nessuno in strada, in piazza, a teatro, nei musei eccetera, «faccia casino» con assembramenti culturali sediziosi, distongliendole in tal modo dal perseguire la loro unica meta: la distrazione permanente al fine di non pensare.</p>
<p>ETERNITÀ</p>
<p>Duemila vite accertate mandate al Padre Eterno.<br />
Decine di migliaia da accertarsi e altrettante che vi verranno mandate.<br />
Condannati in Italia a 16 anni e a 95 milioni di euro di risarcimento un magnate svizzero filantropico e un barone belga, comunque inespugnabili nei loro bunker dorati.<br />
Altre migliaia di morti avvenute e a venire a causa delle loro aziende filantropiche ora delocalizzate in Bolivia, Colombia e chissà dove, laddove nessun giudice gli rompe le palle perché – al pari del Belpaese 40 anni fa – portatori di benessere e di magnifiche sorti progressive.<br />
E il magnate svizzero e il barone belga continueranno a fare i loro affari in Eternit… </p>
<p>NEVONE 2012: INGIUSTIZIA ATMOSFERICA<br />
A – C’è chi spala.<br />
B – E c’è chi scopa.</p>
<p>SPIRITO OLIMPICO<br />
A – Il tecnocrate neoliberale premier ha detto no alla candidatura di Roma alle Olimpiadi.<br />
B – Per una volta ha pensato a chi paga le tasse, al bene della comunità a scapito delle solite cricche sportivo-immobiliariste di stampo mafioso e clientelare con relativo indotto di parentati.<br />
A – Le cricche stavano già per vincere le gare d’appalto.<br />
B – Gare perdute sul filo del buon senso.<br />
A – Come diceva il Barone De Coubertin, l’ideatore del più grande business planetario dell’intrattenimento pseudo sportivo?<br />
B – L’importante è gareggiare, non vincere.</p>
<p>MERCATO SGONFIATO<br />
A – In crisi l’industria plastica: ritirate in tutto il mondo decine di migliaia di protesi al silicone difettose.<br />
B – In crisi l’industria tessile: chiudono fabbriche specializzate in reggiseni di taglia superiore alla terza.</p>
<p>SFOGO PER SAN VALENTINO<br />
Stanotte ho avuto un’eruzione cutanea.<br />
E un’erezione penosa.</p>
<p>DIALOGO SULL’INDOLE V<br />
A – Vecchio, tu che sei un ex atleta brocco che ha fatto carriera e soldi come dirigente sportivo federale, mi sai dire cosa spinge ancora e sempre la gente a pagare televisioni e biglietti d’ingresso per seguire eventi di un sistema in tutto e per tutto corrotto e dopato di trucchi, sotterfugi, potere, nandrolone e ormone della crescita del conto in banca o in nero di «praticanti» e di praticoni?<br />
B – Sai, figliola, in molti casi è l’amore per la semplice e pura bellezza del gesto atletico, in altri l’invidia del bipede sedentario per i suoi consimili semidei.<br />
A – Sì, l’invidiato gesto atletico di scimmie drogate e ammaestrate a saltare in grembo a chi paga meglio le loro inenarrabili prestazioni divine negli stadi postribolari!<br />
Ma se noi, «gente» terrestre, non ci stanchiamo mai delle vostre circensi arti di distrazione di massa, come fate voi, decrepiti furbastri bacucchi pseudo sportivi del Cio, Coni, Fifa, Uefa, Fidal ecc. con l’agile piede equino e il gomito del tennista già nella fossa, a non smagarvi mai e poi mai del potere?<br />
B – Beh, per parafrasare un grande sportivo amante del gesto politico puro e disinteressato: il potere smaga chi non ce l’ha.<br />
A – E la dignità non si logora in chi non ce l’ha!</p>
<p>CACCIA ALL’EVASIONE<br />
Irruzione della finanza al Festival di Sanremo.<br />
Sequestrato il copione del monologo di Celentano: aveva evaso l’intelligenza e il buon senso di chi paga il canone.</p>
<p>POLITICA AZIENDALE IN EPOCA PSEUDO LIBERALE E PSEUDO CONCORRENZIALE<br />
Piano strategico di Trenitalia in caso di emergenza per maltempo<br />
1)	Sopprimere tutti i treni possibili, in particolare quelli «sovvenzionati» del traffico regionale pendolare.<br />
2)	Nell’impossibilità di applicare la misura al punto 1), mandare in riparazione lo scarso materiale rotabile ancora disponibile e agire di conseguenza: a) non sostituirlo con altro e, contemporaneamente, non avvertire né preventivamente né in assoluto i passeggeri in attesa al gelo sui marciapiedi delle stazioni della tratta interessata; b) eventualmente sostituirlo con altro materiabile appena rotabile della capacità passeggeri inferiore di ¾ rispetto all’effettiva necessità; in tal caso applicare le seguenti ulteriori misure: b1) mandare il macchinista-capotreno-bigliettaio-assistente sociale ad affrontare la folla inferocita per spiegare ad essa la straordinarietà dell’evento atmosferico; b2) respingere con l’aiuto della Polfer l’assalto alle portiere dei pendolari stremati e sull’orlo della follia impossibilitati a salire a bordo – intendendo il tetto delle carrozze – per mancanza di spazio.<br />
3)	 L’AD supermanager convocherà una prima conferenza stampa per sottolineare l’encomiabile impegno profuso dall’Azienda con uomini e mezzi razionalizzati (cioè ridotti all’osso) per far fronte all’eccezionale ondata di maltempo che in ben altri paesi all’avanguardia avrebbero causato ben maggiori disagi all’utenza.<br />
4)	L’AD supermanager convocherà una seconda conferenza stampa per comunicare agli azionisti dell’Azienda l’ottimo andamento delle azioni e i grandi guadagni realizzati da tutti gli azionisti sotto la sua dirigenza.<br />
5)	L’Azienda parastatale riconoscerà all’AD supermanager e ai suoi stretti collaboratori dirigenziali un extra bonus milionario per i risultati tangibili e d’immagine conseguiti.</p>
<p>TREND<br />
A – La corruzione sta dilagando.<br />
B – È più facile vincere al superenalotto che rinunciare a una mazzetta.</p>
<p>PAESAGGIO UMANO<br />
A – La corruzione sta dilagando.<br />
B – Ancora?<br />
A – Ma guardati attorno: ovunque mani tese in attesa di qualcosa, di qualcuno…<br />
B – …mazzette, bustarelle, borsette, valigette, gioielli, corpi da stringere.<br />
A – E anime da spremere. </p>
<p>DIALOGO SULL’INDOLE VI<br />
A – Figliola, man mano che i giorni passano, senza che noi ci possiamo metter mano per fermarli, il proprio paesaggio neuronale interiore fatto di esseri, cose, colori, sapori e relativi linguaggi forzatamente diventa sempre meno condivisibile, vuoi per la loro scomparsa e quella delle loro flebili tracce che fino a ieri ancora si intuivano, vuoi per le strategie oblianti messe in atto dall’indole di sopravvivenza dell’essere umano. Questi, benché sia costituto, oltre che d’acqua, esclusivamente di ricordi che si accumulano sul suo corpo e sulla sua psiche sotto forma di rughe, cicatrici e ferite di varia natura, viene spinto dalla citata indole a vivere proiettato in un passato «a breve», rallentato, da esso illusoriamente interpretato come continuo presente. Eh sì, ancora deve essere invitata l’app che gli permetta di condividere in «tempo reale» (altra illusione) quel paesaggio interiore, che pure era costituito da esseri, cose, colori, sapori realmente esistenti al di fuori del mero Sé.<br />
B – Cos’è? Sei tutto bagnato. Ti piangi addosso, vecchio, oltre che pisciarti addosso?! Cosa vorresti una macchina tipo quella ancora da inventarsi per la registrazione dei sogni? A parte il fatto, vecchio, che stai scoprendo l’acqua calda, ti sento ormai preda di quella venefica e contagiosa malattia chiamata malinconia, che fa il pari con la sdolcinata nostalgia trasfigurante tipica di quelli della tua età.<br />
A – No, figliola. Ciò che più mi indispone – indipendentemente dal fatto che la condivisibilità sia o no tecnicamente possibile – è la rimozione preventiva della materia di condivisione da parte dei pochi che ancora potrebbero condividerla, illusi che il tempo – che non esiste e se ne frega di noi – abbia un futuro che non sia la forma verbale.<br />
B – Vecchio, sii contento di poterla condividere ancora con te stesso «a breve» la materia di cui blateri, prima che l’Alzheimer ti grazi definitivamente col vuoto neuronale assoluto!</p>
<p>GIUSTO PREMIO<br />
A – In un attimo di debolezza mi sono sintonizzato in streaming sulla diretta tv della rete ammiraglia per verificare che cosa spingesse – stando allo share annunciato da tutte le gazzette cartacee e online – un quarto dei connazionali a stare seduti, al pari del pubblico di semi-vip dal biglietto omaggio in platea, davanti agli schermi. Dopo una decina di minuti, durante i quali la palpebra destra ha minacciato più volte pericolosamente di chiudersi invitando la sinistra a imitarla, mi sono scosso, dicendomi che non potevo farmi rubare altri minuti del preziosissimo tempo concessomi dal destino da infime banalità del genere partorite dalla mente bacata di prezzolati «autori» a carico dei contribuenti.<br />
B – L’esposizione alla banalità è il giusto premio per chi, come te, da incorreggibile snobbatore intellettuale del «nazionalpopolare», per un attimo alza lo sguardo sulla banale realtà in cui è immerso fino al collo staccandosi dal suo spocchioso e inane riflettere ombelicale! </p>
<p>LA FORZA DELLA FEDE<br />
L’Italia vanta, purtroppo, un numero molto alto di persone colpite da cecità. Tuttavia, percentualmente l’incidenza non si distribuisce in modo omogeneo su tutto il territorio nazionale: essa risulta più sostenuta nelle regioni meridionali, in particolare in Sicilia (percentuale doppia rispetto alla Lombardia). Fortunatamente, nelle regioni italiane – si pensa per ragioni climatiche – molti ciechi, oltre a percepire la pensione d’invalidità dall’INPS, sono stati anche miracolati dai suoi funzionari dotati di poteri soprannaturali: «Vai, la tua fede ti ha salvato!» E via che vanno in bicicletta a far la spesa, oppure guidando un SUV. Sono stati avvistati ciechi che, sciando, consultavano l’andamento delle azioni tablet per poi dedicarsi alla lettura dei giornali economici al calduccio dell’albergo. Altri, più modestamente, si limitano a giocare a tressette o a guardare la televisione al bar del paese.<br />
Quando si dice che la fortuna è cieca, ma la corruzione ci vede benissimo.</p>
<p>CONCERTO III<br />
A – Fare musica, suonare è saper contare: è matematico!<br />
B – La matematica non è semplice aritmetica: è saper ragionare.<br />
A – Sta di fatto che due semiminime fanno una minima, e due semicrome una croma.<br />
B – Non si può ridurre la musica a un mero far di conto. Suonare è ragionare coi sentimenti, le emozioni.<br />
A – Allora, quando tenti di suonare, ragiona: anche chi involontariamente ti ascolta ha diritto a sentimenti ed emozioni che non portino soltanto a maledire te e a spaccare il tuo strumento.</p>
<p>INQUINAMENTO<br />
A – Cara, facendo sempre i lavori di casa, sono giunto alla conclusione che l’essere umano dal momento in cui vede la luce e per tutta la vita non fa altro che consumare energia e inquinare. In definitiva, l’uomo è inquinamento.<br />
B – Porta pazienza, caro. Se sei sfortunato, tra qualche decennio al massimo, in caso contrario anche prima, smetterai di inquinare: sarai soltanto un mucchietto insignificante di polvere spazzato dal vento in un anfratto campestre o metropolitano.<br />
A – Si vede, cara, che sei una donna in carriera e che a casa non spolveri mai: per legge fisica la polvere cambia semplicemente di posto, si sposta solo da qualche altra parte, indistruttibile.<br />
B – Vedi, caro, l’importante è appunto questo: che anche in polvere, tu cambi di posto, ti tolga dalle palle andando a inquinare da un’altra parte!</p>
<p>ACRONIMO II<br />
Vale nel caso dei soci vitalizi: SIAE=Società Italiana Affari Esclusivi.</p>
<p>DIALOGO SULL’INDOLE VII<br />
A – Mi sai dire, vecchio, perché l’essere umano, per definizione così caduco, così transeunte, che nasce nudo e senza possedere nulla, e muore nudo senza portare con sé nulla, si trasformi, nel caso della scomparsa di un parente (stretto o alla lontana), in un essere assatanato desideroso di arraffare qualcosa del defunto, azzuffandosi con gli altri parenti: denaro, titoli, orologi, tegami, bicchieri, forbici, vestiti, una stilografica, vecchie mutande, quell’anello di nessun valore se non affettivo per chi l’ha portato? Non ti comportasti così anche tu alla morte dei tuoi vecchi, o ricordo male?<br />
B – Bene, figliola, è giusto che tu ti ponga il problema per tempo per non arrivare ultima nella gara. Devi sapere che tanta premura si deve esclusivamente al disinteressato desiderio di impossessarsi e di custodire gelosamente per la breve durata dei propri giorni un segno tangibile, un ricordo concreto dell’affetto che riservava il defunto ai parenti, e il possedere un simile segno da parte di questi ultimi è voler ricambiare idealmente tale affetto nei confronti del defunto.<br />
A – Fortunatamente per il defunto, questi non sentirà più alcun bisogno di segni tangibili di ipocrisia.</p>
<p>INTEGRAZIONE I<br />
La mafia ha in mano la Lombardia.</p>
<p>INTEGRAZIONE II<br />
La ’ndrangheta gestisce l’Emilia-Romagna.</p>
<p>INTEGRAZIONE III<br />
Rimpatriato Fabio Capello, ex c.t. della nazionale inglese, esonerato con un bonus ultramilionario per razzismo. </p>
<p>NATO FURBO<br />
Il saltar a ogni costo la fila, facendo le scarpe e la pazienza, a coloro che lo precedono, secondo modalità denotanti tanta creatività (leggi: furbizia) quanto cinismo, è iscritto nel codice genetico del bipede italico, che mal sopporta, anzi proprio non capisce perché debba inutilmente perdere un po’ del suo preziosissimo tempo alle spalle di altri per conseguire quanto gli spetta. Questo atteggiamento ha qualcosa di ancestrale e di animalesco: «Mordi l’osso prima che sparisca!»<br />
Talvolta capita che l’osso sia avvelenato.</p>
<p>ASSUNZIONI<br />
A – Sono depresso.<br />
B – Perché?<br />
A – Ho perso il lavoro e tutti mi dicono che sono troppo vecchio per essere assunto.<br />
B – Suvvia, non buttarti giù. Hai ancora una chance: entra in politica!<br />
A – Perché?<br />
B – È l’unico settore dove assumono solo over 50.</p>
<p>IL BEL TEMPO AIUTA IL PIL<br />
Giornate di primavera nettamente in anticipo, assolutamente fuori stagione: agli angoli delle strade in ombra si ergono ancora i vistosi cumuli di neve sporca mista a rifiuti di ogni genere, i resti delle straordinarie precipitazioni nevose delle prime due settimane di febbraio. Un dolce tepore e un sole vivace, che in questo lungo week-end di splendore inonda tutto di una luce brillante e insolita, ti spingono a uscir di casa, ad abbandonare finalmente la prigione invernale.<br />
E così, con la mente leggera e il cuore preda di una soffusa euforia, ti lasci trasportare dal parcheggio sotterraneo su rampe mobili fin dentro la pancia accogliente del Mega Centro Commerciale, respirando a pieni polmoni l’aria artificiale, facendoti assordare dal vocio al massimo volume sul tappeto di annunci e musica ambient e stritolare dalla calca di bipedi che, al par di te, rotti i lacci imposti dalla crisi atmosferica danno finalmente sfogo al desiderio di poter consumare, se non altro il proprio inutile tempo.</p>
<p>AGGIORNAMENTO<br />
A – Pecunia non olet.<br />
B – Mazzetta non dolet.</p>
<p>DIALOGO SULL’INDOLE VIII<br />
A – perché, vecchio, l’essere umano sente prepotentemente il bisogno di spogliarsi metaforicamente in pubblico durante qualche spettacolo televisivo e, fuor di metafora, in rete pubblicando videoclip con le proprie gesta pornografiche a disposizione dell’intera umanità con un semplice clic, mostrando tra l’altro spesso corpi, o parti di corpo, vomitevoli e ridicole prestazioni ginniche coi genitali?<br />
B – Devi sapere, figliola, che l’esibizionismo, il mettersi in mostra – qualsiasi forma essi assumano – sono assolutamente necessari all’essere umano affinché esso sviluppi una giusta autostima, senza la quale sarebbe destinato immediatamente a soccombere nella giungla metropolitana in cui si trova a combattere per sopravvivere.<br />
A – D’accordo, però, a prescindere dal fatto che l’umiltà al pari della gentilezza non ha mai ammazzato nessuno, esso potrebbe limitarsi a esibire modestamente e moderatamente i prodotti del suo ingegno, delle sue braccia o della sua sensibilità artistica, che possono contribuire alla crescita della sua specie, e non tanto della propria persona e dei suoi anfratti più intimi, impudichi e deprimenti, come nel tuo caso.<br />
B – Ma insomma, figliola, questo vorrebbe dire condannare l’intera specie umana all’anonimato assoluto. Sai che noia il pianeta!</p>
<p>NEW GENDER<br />
La piaggeria, il paraculismo, la leccaculaggine del bipede italico, maschio o femmina che sia, è un dato incontrovertibile.<br />
Verterlo, significherebbe spopolare la Penisola.<br />
Lo potrà salvare soltanto un’umile dignità trans gender.</p>
<p>CIRCOLO VIRTUOSO<br />
Lo scopo per cui uno dei tanti scribacchini – che infestano senza possibilità di controllo la magna provincia italica, compreso lo scrivente – intasa le caselle di posta elettronica della mailing list, santantoniamente autoclonantesi, dei colleghi con la straordinaria notizia di un prestigioso premio letterario assegnato a una sua opera, oppure della pubblicazione della medesima presso un editore prestigioso, oppure ancora della recensione avuta dalla medesima su un prestigioso organo di informazione, ovvero posta detta notizia sul proprio profilo socialnetworkiano spartendola coi sodali e via cinguettandola a tutti i follower non è la condivisione della gioia e dell’onore. Tale condivisione, infatti, è possibile al massimo con veri amici e familiari che si contano sulle dita di una mano, e spesso neanche con questi. Il vero scopo della disseminazione della notizia è far schiattare d’invidia i colleghi letterati, i quali, appena letta la news, si affretteranno con un grugnito a cestinarala, a cancellarla in qualche modo, pur sapendo che il loro gesto ormai è solo un’illusione pre-digitale. In tal modo essi porteranno a compimento lo scopo effettivo originato dal mittente.</p>
<p>DIALOGO SULL’INDOLE IX<br />
A – Vecchio, perché l’essere umano, in particolare la sottospecie sgambettante sulla penisola italica, è portato se non a distruggere intenzionalmente, senz’altro a lasciar perire con indifferenza i segni di ciò che la sua mente e le sue braccia hanno elaborato nel corso di millenni e delle generazioni e che si è soliti definire civiltà, l’unica cosa che possa giustificare in qualche modo la sua presenza su questo pianeta e a dargli una parvenza di persistenza?<br />
B – Ma, figliola, come fai a non arrivarci da sola?! È appunto la sua indole per l’incuria, la dimenticanza, il saccheggio, la devastazione a costituire la molla della civiltà: solo illudendosi di essere ogni volta originale e superiore a chi l’ha preceduto, scoprendo l’acqua calda, può sopportare, per il tempo che gli è dato sgambettare, la vana nullità di ciò che crea.<br />
A – Se, dunque, l’unica ragione e l’unica prospettiva del mio esistere consistono nel prestare continuità a chi mi ha creato – in sostanza, anche a te, vecchio – mi attende un futuro davvero molto allettante. </p>
<p>ANTIDOLORIFICO<br />
A – Cara, non strillare, ti prego. Ma non vedi come soffro? Ho già preso due triptani senza esito: ho un’emicrania che mi spacca la testa!<br />
B – Spaccare? Non risolve il problema per me. Bisogna andare alla radice del dolore: la testa, tagliala! Non noterai nulla. Tanto da quando ti conosco non l’hai mai avuta, la testa.</p>
<p>SOLO MUSICA ITALIANA<br />
A – Ennesima morte bianca: muore schiacciato sotto il crollo del megapalco per il concerto della megastar pop italica – sconvolta dal dolore affidato a un cinguettio digitale – giovane tecnico delle luci.<br />
B – Il governo tecnico con il decreto «Semplificazioni» ha «semplificato» i controlli sul lavoro.<br />
C – The show must go on.</p>
<p>PIETANZA ALLA MODA<br />
A – Sono andato a uno spettacolo di comici televisivamente famosi. Che delusione!<br />
B – Come mai? Cosa ti aspettavi?<br />
A – Di ridere. Invece, in uno spettacolo di due ore esatte, sono stato mosso al sorriso forzato appena due volte per la durata complessiva di 15”. Il resto dei 119 minuti e 45 secondi non ho fatto altro che chiedermi perché la gente ridesse tanto a pseudo battute di infimo livello, rasoterra, anzi sottosuolo volare, stereotipato e scontato. Che cazzo ridevano, poi…<br />
B – Beh, sai, far ridere la gente è faticosissimo, è uno dei lavori più difficili che si conoscano, e solo chi è dotato di intelligenza, spirito di osservazione fuori del comune, sensibilità linguistica eccetera ci riesce. E ben presto ciò che ha creato è già consunto: deve ricominciare da capo.<br />
A – Sì, vabbè, però questi fanno proprio cagare, lascia che te lo dica uno che non ha nulla da perdere. Ma è giusto così: se la gente vuol mangiar merda, dagliela e fagliela pure pagare!<br />
B – se non sbaglio, eri anche tu parte della «gente». Allora, buon appetito!</p>
<p>LOTTA DI CLASSE I<br />
A – Secoli di lotte per abolire le classi…<br />
B – Poi è arrivato il Freccia Rossa!</p>
<p>LOTTA DI CLASSE II<br />
A – Una classe ad Alta Velocità…<br />
B &#8211; …e le classi pendolari subalterne a piedi sui binari a protestare.</p>
<p>RICORRENZA<br />
Strillone: «11 marzo 2012: già un anno da Fukushima».<br />
Il solito appuntamento col bipede pensante: nell’ultimo anno già ordinate 163 nuove centrali nucleari.</p>
<p>AL QUAEDA<br />
Antisemitismo in aumento ovunque.<br />
Il 61% degli italici pensa che si parli ancora troppo dell’Olocausto (“Che palle!”).<br />
Il 45% crede al «complotto ebraico» come causa della crisi economico-finanziari (“Hanno succhiato tutto loro”).<br />
Il risultato di un decennio di lotta al terrorismo islamico nei paesi democratici.</p>
<p>SPREAD I<br />
I banchieri, detti altrimenti «signori del credito», hanno usato i fondi messi a disposizione dalla Banca Centrale Europea per mettere in sicurezza il sistema bancario nei prossimii tre anni non tanto per dare ossigeno all’economia, ma per arricchire il proprio portafoglio. Prendendo soldi dall’Eurotower all’1% reinvestondoli in BTP al 5%: un affarone. Le imprese nel frattempo possono aspettare e gli imprenditori indebitati a cui le loro banche di fiducia negano il credito possono suicidarsi: in media uno a settimana nel periodo gennaio-aprile 2012.<br />
Dalle morti bianche sul lavoro a quelle in cravatta sul credito.</p>
<p>AMBIZIONE<br />
A – È morto il grande Tonino Guerra, padre della poesia dialettale.<br />
B – Ora tocca a noi, finalmente, «giovani poeti dialettali»!<br />
C – Di morire.</p>
<p>ESODO BIBLICO<br />
I cosiddetti esodati sono lavoratori che dopo aver perso o lasciato il posto di lavoro in vista della pensione si sono ritrovati regole cambiate e ora dovranno aspettare 4 o 5 anni per poter incassare l’assegna, ma nel frattempo essi non possono ricevere il vecchio posto di lavoro e – vista la crisi economica e la loro età relativamente elevata – sono impossibilitati a trovarne uno nuovo.<br />
Gli esodati sono decine e decine di migliaia: un fiume in piena di esseri-numeri abbagliati dalla Terra Promessa di una lauta pensione retributiva vista attraverso una «finestra» Inps, esondati su un infido e inutile terreno paludoso alienato dal governo di salute pubblica agli arroganti e avidi pseudomercati neoliberali.</p>
<p>SPREAD II<br />
Gli imprenditori italici dichiarano in media € 18.170 di reddito.<br />
I loro dipendenti ben € 19.810.<br />
Anche questo un curioso mistero peninsulare.<br />
Chissà perché mai i primi con l’imprenditorialità che li caratterizza non abbiano ancora provato a scambiare i ruoli rinunciando a ben € 1.640, un medio stipendio mensile.</p>
<p>1 SU 4!<br />
A – Il 25% (e oltre) dei bipedi italici tenuti a dichiarare i redditi non dichiara nulla di IRPEF perché guadagnano appena € 10.700 annui, godendo di tutte le esenzioni del caso a carico della comunità.<br />
B – Poveretti, sono così impegnati a combattere la fame che fanno evadendo che non si accorgono neppure di essere ridicoli.<br />
C – Più ridicoli ancora sono gli altri tre quarti che continuano a pagare anche per loro stando zitti.</p>
<p>INTEGRAZIONE IV<br />
A – Da cosa si vede se un extracomunitario si è integrato nelle abitudini italiche e può dirsi uno di noi?<br />
B – Lasciando dove capita i propri rifiuti, trasformando una panchina, un giardinetto, un fosso in un immodenzaio.</p>
<p>INTEGRAZIONE V<br />
A – Da cosa si vede se un extracomunitario si è integrato perfettamente nelle nostre abitudini diventando un neoitalico modello?<br />
B – Prelevando i propri pargoli da scuola – lasciati ormai nel dimenticatoio i chilometri fatti a piedi (tutta salute!) nelle steppe dell’Est europeo o nelle savane centro- o nordafricane per andare a scuola – parcheggiando in terza fila: che non abbiano a faticare spingendo una bicicletta per un chilometro, poveri bambini italici!<br />
CITTADINI GRATI-FICATI<br />
A – Stanziati milioni di euro per le «gratifiche», per i «premi di produzione» spettanti a dirigenti e funzionari della regione, delle province e dei comuni per aver raggiunto gli obiettivi prefissati consistenti nel semplice svolgere il loro dovere.<br />
B – Siamo stati fortunati un’altra volta!<br />
Ti immagini come saremmo messi, noi semplici cittadini, postulanti inermi in fila da ieri a uno sportello, se ci fossero stati gli estremi per non pagare le gratifiche?!</p>
<p>ON THE ROAD I<br />
A – Da che cosa si riconosce un automobilista italico all’estero?<br />
B – Dal rispetto pignolo del limite di velocità e dal fermarsi alle zebre per far passare i pedoni.</p>
<p>ON THE ROAD II<br />
A – Da che cosa si riconosce un turista italico all’estero?<br />
B – Dal ringraziare con la manina sorridendo gli automobilisti fermi alle zebre per farlo passare, come gli spetta di diritto.</p>
<p>TEMPI E FACCE<br />
Eh, cara mia, s’invecchia. Quando si dice che i tempi cambiano…<br />
Ai miei tempi ovunque incontravi bipedi arroganti intenti a «istruirti». Erano i nati «saputi».<br />
Oggi, invece… Non che non si incontrino più gli arroganti – impossibile, visto che l’arroganza, spesso (anche se non necessariamente), abbinata al potere, alla ricchezza o all’ignoranza, è dai tempi di Giulio Cesare una delle costanti storiche rinvenibili sul suo suolo italico…<br />
Però oggi stranamente s’incappa di più negli «insaputi». Questi, a loro insaputa, si trovano improvvisamente a essere intestatari di attici milionari su prestigiosi centri storici, di ville su laghi prealpini o di fondi neri in Tanzania, alle isole Cayman o a Sciakallistan. La curiosità consiste nel fatto che i «saputi» a loro tempo ogni tanto andavano a sbattere e a rompersi la faccia contro qualcuno o qualcosa (un magistrato, una legge ecc.), mentre gli «insaputi» attuali – intervistati sulla loro ignoranza dei fatti da un povero cronista già da loro salutato col dito medio – cascano letteralmente dalle nuvole senza farsi male. Nemmeno la più piccola escoriazione sulle loro facce di bronzo! Del resto cascano sulla merda.</p>
<p>VARIANTE LATINA<br />
Tra i popoli sudamericani circola un chiste, una barzelletta sull’arroganza degli argentini, che come tutti gli stereotipi contiene un briciolo di verità.<br />
“Come si suicida un argentino?”<br />
“Sale sul suo ego e si butta giù”.<br />
La differenza tra un argentino e un italico, una percentuale significativa del cui sangue scorre nel Rio de la Plata, potrebbe allora consistere in questo: l’italico – probabilmente un milanese o un romano – sale sul suo ego e butta giù l’argentino.</p>
<p>GEOMETRIA ITALICA<br />
					Pubbliche relazioni</p>
<p>			Consulenza 				Lobbysmo</p>
<p>Triangolo perfetto = faccendiere</p>
<p>MODESTIA<br />
Fiction<br />
A – Tu mi dai fastidio perche’ ti credi tanto un Dio.<br />
B – Beh, dovro’ pur prendere qualcuno a modello, no?<br />
(Woody Allen)</p>
<p>Realtà italica<br />
A – Come mai ha preso come consulente un faccendiere?<br />
B – Ho sbagliato, come Gesù.<br />
(Il Celeste, dimenticabile governatore della Lombardia)</p>
<p>ESTEROFILIA CANINA<br />
A – Beati i cani dei paesi nordici, Olanda, Svezia, Finlandia…Nei parchi e giardini delle loro città i cani dispongono di aree apposite dove defecare liberamente e in pace.<br />
B – Nelle nostre città, invece, ci tocca farla in fretta e di soppiatto nel primo metro quadro di verde che capita, chiamato esageratamente giardino o parco pubblico.<br />
C – Per fortuna i bipedi italici non amano il verde e non vi si avventurano, così possiamo trasformarlo – sotto gli occhi fieri dei nostri padroni – tranquillamente in un cagatoio.</p>
<p>MISSIVE A VUOTO<br />
Quando – sì, quando? Beh senz’altro fino alla metà degli anni Novanta del secolo scorso, e poi sempre più saltuariamente fino a cavaliere del millennio – quando si scrivevano lettere di volgare carta inoltrate dalle lumache delle Regie Poste Peninsulari a nessuno sarebbe venuto in mente, se non proprio in casi ben ponderati e motivati, di concludere una tal missiva con la formula «un abbraccio», seguita dal nome proprio.<br />
Oggidì quando le «lettere» ti raggiungono ovunque quasi nello stesso istante in cui vengono <em>touchate</em> nelle più svariate forme per i più svariati devices digitali, esse portano con sé l’abbraccio stritolante, da farti temere per la salute delle tue costole virtuali, di persone conosciute un dì e mai più riviste, «amici» dimentichi di un’ora, ex compagni di strada, ex amori o amorazzi.<br />
Una strana coincidenza: quando ancora esisteva un rapporto per così dire «tattile» tra gli interlocutori mediato dalla carta che passava dalla mano scrivente alla mano leggente, riportante magari sbavature causate da una lacrima o da una goccia di sudore cadute sull’inchiostro e persino la disseccata memoria della saliva impiegata per chiudere la busta o incollare il francobollo sulla medesima, esisteva come una sorta di discrezione, una ritrosia nei confronti di formule che potessero dare adito al minimo sospetto di insincera esagerazione: si possedeva, in sostanza, ancora il pudore delle parole.<br />
Senz’altro il cambio di clima culturale e la cosiddetta surrapidità dell’epoca hanno contribuito all’evaporazione di suddetto pudore, per cui una parola vale l’altra al di fuori di qualsiasi contesto d’uso, tanto si sa che al massimo a dieci secondi dalla sua enunciazione, spedizione, fruizione sarà già dimenticata, e se non viene cancellata seduta stante dal ricevente, ci penserà il Grande Archivio Digitale a preservarla nel suo incommensurabile dimenticatoio.<br />
A questo punto basterebbe scrivere solo l’indispensabile senza tanto spreco di formule vuote, riservando un vero abbraccio fisico a quelle rarissime occasioni in cui qualcuno l’ha meritato. Sfortunatamente il bipede parlante e scrivente nel corso della sua evoluzione ha sviluppato la retorica, che non è l’arte del parlar bene con lo scopo di persuadere, bensì la <em>techne</em> di simulare ciò che non si è dissimulando la meschinità e la nequizia proprie.</p>
<p>FESTA NAZIONALE I<br />
<em>25 aprile: aperti negozi del centro, iper e outlet in periferia o aperta campagna post-agricola.</em></p>
<p>Finalmente il lavoratore-disoccupato-consumatore, liberato dal giogo dell’arcaica ideologia cattorepubblicancomunista della Resistenza, è libero di sfogare la sua compulsione consumistica su schiere di giovani o ex giovani co.co.co e co.co.pro. ben lieti di godere del privilegio di poter lavorare per loro in un giorno festivo.</p>
<p>FESTA NAZIONALE II<br />
<em>1 maggio: aperti negozi del centro, iper e outlet in periferia o aperta campagna post-agricola.</em></p>
<p>Finalmente, il lavoratore che lavora tutto l’anno nel giorno della sua festa per una volta può godersi lo shopping in santa pace, facendosi servire da giovani o ex giovani novelli schiavi che, in quanto tali, non godono dello status di lavoratori e – dunque – non essendo tali, è giusto che lavorino almeno loro a favore dei lavoratori nel dì di festa. </p>
<p>FESTA NAZIONALE III<br />
<em>25 aprile, 1 maggio e relativi ponti</em></p>
<p> Finalmente, ecco i bipedi italici più motivati – esponenti del cosiddetto turismo dolce – sciamare al sole primaverile di passo, corsa, in mountain bike, per carraie, sentieri, argini fluviali, arenili alla scoperta delle bellezze naturalistiche, della flora e della fauna sopravvissute del paesaggio antropico. Finalmente possono vederle coi loro occhi, non distratti dalla fretta del traffico, e toccarle nel vero senso della parola con mano: ovunque plastiche assortite e variopinte, bottiglie muranesche, cartacce palustri, materiali inerti (macerie, eternit a lastre), polistirolo in branchi frammentati, sempre più piccoli, indistruttibili, in balia del vento di maestrale che accarezza le code delle pantegane intente a sguazzare in ciò che tutto il mondo acculturato invidia al Bel Paese: il ben noto senso civico dei suoi abitanti.</p>
<p>STADI EVOLUTIVI<br />
Siamo polvere di calcinacci.<br />
I sismografi hanno finito l’inchiostro e i loro pennini sono slabbrati dall’incessante attività, e quelli digitali fanno esplodere gli schermi di bit&#038;byte.<br />
E c’è chi ancora continua biecamente solo a pensare a far soldi, ad esempio con partite di calcio truccate o in stadi taroccati; o a intrigare in miseri giochi di potere nelle varie ecclesie religiose e mondane, a mo&#8217; d&#8217;esempio presunte pedisseque plebi idiote.<br />
Se ce ne fosse stato bisogno, ecco un’evidenza in più di come l’ultimo stadio evolutivo dell’<em>homo sapiens sapiens</em> sia avvenuto in contemporanea a quello di avvoltoi, sciacalli e iene, sviluppando però, a differenza di queste ultime specie che consumano il loro «fiero pasto» per mero spirito di sopravvivenza, un istinto che i paleoantropologi hanno classificato come esclusivamente umano: l’avidità infinita.</p>
<p>FILOSOFIA DEL LINGUAGGIO<br />
A – Il famoso filosofo del linguaggio e onanista convinto Ludwig Wittgenstein sosteneva che i confini della sua lingua erano i confini del suo mondo.<br />
B – Forse non sapeva che le lingue altrui si possono anche studiare e che si può imparare a conoscere un altro mondo praticando il cunnilingus.</p>
<p>FRASI (RI)FATTE<br />
A – «La crisi è peggio della mafia!» sostiene un leader pseudo comico della cosiddetta antipolitica.<br />
B – Ha ragione, perché la mafia, se le dai il culo l&#8217;anima e la testa, un lavoro sporco te lo trova sempre, la crisi no.</p>
<p>METAFISICA DEL RIDERE<br />
Un elemento ricorrente in molte fedi, religiose o ideologiche, esoteriche o sportive (in specie, calcistiche da curva sud) è l’ostracismo nei confronti dell’umorismo, quasi che l’atto del ridere, o anche solo sorridere, costituisse una qualche forma di indecorosa irriverenza verso un dato credo. Corollario di tale ostracismo è, ovviamente, l’assenza assoluta di qualcosa che possa anche solo somigliare al senso dell’umorismo e all’autoironia.<br />
L’atto del ridere è visto come fumo negli occhi da qualsiasi integralista, suscitando in lui/lei immediatamente il sospetto che ci si voglia fare beffe dell’oggetto della sua fede e dei relativi fedeli: un peccato capitale! All’integralista non passa neppure per l’anticamera del cervello l’idea che si rida semplicemente perché il bipede parlante si trova in una condizione di comica discrepanza rispetto all’ordine dell’universo, in cui trovano spazio tutte le fedi possibili, alte e basse. Ridere diventa, dunque, un umile eppure rivoluzionario gesto di accettazione del sé in tutta la sua piccineria e insufficienza di carne storica (bene che vada della durata di 80-90 anni misurata nei consueti parametri umani). In questo caso, ridere significa dire che il re-uomo è nudo, in mutande al cospetto di un qualche dio: un re-uomo ridicolo. E il fatto che il tal dio se la possa ridere dei suoi fedeli, a questi ultimi risulta semplicemente intollerabile.<br />
Per quanto tempo ancora dio e suoi variegati fedeli dovranno aspettare di ridere insieme di sé stessi?</p>
<p>PSICOSI SISMICO-LETTERARIA<br />
A – Cara, sono come elettrizzato: mi si drizzano i peli delle gambe, delle braccia, del petto e del pube a ogni minimo rumore, scossore, tremore che possa anche solo vagamente ricordare il terremoto; mi sembra di essere un sensitivo.<br />
B – Sì, un sensitivo a posteriori, in grado di prevedere, a scossa avvenuta, la tua sepoltura sotto le montagne di libri in equilibrio precario ovunque. Buttali finché sei in tempo! E con loro la polvere che li ricopre.<br />
A – Ma se li butto, cara, cosa resta di me, del mio capitale?! Io sono ciò che ho letto.<br />
B – Ah, se è così allora il big one può anche tirare da un’altra parte: sto già convivendo con un mucchio di polvere umana e di macerie letterarie.</p>
<p>CONFLITTO D’INTERESSI ITALICO<br />
A – Chi fa da mangiare oggi?<br />
B – Se vi sta bene, cucino io.</p>
<p>A – Chi lava i piatti?<br />
B – Va beh, li laverò io.<br />
C – Eh no! Conflitto di interessi: tu fai già da mangiare!</p>
<p>A – C’è il bucato da fare? Chi lo fa?<br />
B – Lo farò io.</p>
<p>A – Ci sarebbe da spazzare e da passare lo strofinaccio. Chi lo fa?<br />
B – Va beh, ci penserò io.<br />
C – Eh no! Conflitto di interessi: fai già il bucato!</p>
<p>A – Senti un po’ C, ma perché non lo fai tu?<br />
C – Eh no! Io? Io faccio già troppo: vi ho già dimostrato tutto il mio spirito di servizio rompendovi le palle per tutto il tempo.</p>
<p>TRE (REFUSI) AL PREZZO DI UNO<br />
								<em>A Cristiana De Santis</em></p>
<p>A – A proposito di terremoti, senti un po’ qua cosa scrive stamattina il <em>Corrierone</em>: «L’epicentro avrebbe una potenza di 6 gradi <em>cent<strong>ri</strong>gradi</em>. C’è <em>strata</em> una prima scossa premonitrice e non si può sapere se ce ne saranno altre».<br />
B – Non c’è più revisione!</p>
<p>TUA CONDITIO SINE…<br />
È sempre più difficile non sfuggire alla maledizione di dover/voler svolgere più attività (poco importa qui che spesso si tratti di compiti importanti) contemporaneamente. Il <em>multitasking</em> sembra essere il tuo destino, e pure te ne vanti. Ma un conto è lavare i piatti ascoltando nell’auricolare l’ultimo, deludente Springsteen, o magari un adagio d’Albinoni, o canticchiando con Denise un’aria händeliana sognando un <em>date</em> con lei, e nel contempo gettare uno sguardo distratto alle cosce e alle tette di Michelle o di qualche velina di stagione, tra una bolla di sapone e l’altra, sul megaschermo piatto del salotto; un conto è farti credere che l’ultima frontiera della lettura è il libro elettronico richiamato su una tavoletta portatile. Non si tratta tanto di non percepire al tatto la sensualità delle pagine di carta – anche quella superficie ha una sua seduzione tattile, e già in passato si sono avuti altri supporti, altri <em>devices </em>(in italiano: aggeggi) per la scrittura, più o meno sensuali, al pare dell’aggeggio per scrivere: dal feticcio della stilografica che – confessalo! – ti ostini anacronisticamente a ad amare e a usare quotidianamente, alla macchina coi suoi tasti meccanici alla docile tastiera del micro-notebook-smartphone&#038;cc. No, lo sai, non si tratta di questo, bensì della spietata concorrenza che il libro virtuale deve sostenere nella stessa unità di tempo con tutte le altre funzioni che ti vengono rese disponibili a un tempo, lo stesso, dal medesimo supporto. E invece, e pure questo sai, la <em>letteratura</em>, scritta o orale, lunga o breve che sia, ha bisogno incondizionatamente del <em>tuo </em>tempo non condizionato da niente e nessuno, affinché essa possa realizzarsi compiutamente in te. Necessita incondizionatamente della tua attenzione e concentrazione non condizionate. La <em>letteratura</em> si dipana nel tempo; è tempo essa stessa, e vuole, esige il tuo tempo senza venire a  patti con altre forme di scrittura, altre informazioni visive e sonore, altri intrattenimenti (questi veramente infiniti, perché sempre disponibili nella loro inesauribilità perennemente online) altre distrazioni concorrenti in quella stessa unità di tempo. La letteratura, per sua intrinseca natura, non prevede il <em>multireading</em>, mentre altre forme di scrittura possono essere svolte in concorrenza con altre attività legate anche allo stesso supporto senza risentirne troppo. Il problema, dunque, è ancora una volta quello del <em>tuo tempo</em>, non parcellizzabile su più piani nello stesso istante in cui si realizza nella tua ricezione, nella <em>tua </em>risposta estetica, la letteratura. Ovvero: il problema è della <em>letteratura</em> che, probabilmente, ha fatto il <em>suo tempo</em>, visto che <em>tu</em> non sei più disposto a lasciarglielo in esclusiva.</p>
<p>TUO “HUMAN” CAPITAL<br />
Con certezza più che matematica, in un’altra epoca da oltre due decenni saresti già stato “terra da pignatte”, peraltro arrivando al dunque in pessimo stato: sdentato, semicieco e con le ossa fracassate, in quanto anonimo e ormai inutilizzabile servo della gleba, e per sovrappiù ignorante al 100% senza la minima coscienza del tuo essere un bipede parlante. Si può, dunque, vedere il tuo stare ora qui al primo sole marzolino seduto su un muretto di un giardino, invaso da cosiddetti extracomunitari, abbozzando queste inutili righe come un indiscutibile prodotto del capitalismo. Il punto è che il “sistema” sembra essere giunto a una svolta – sarà magari una questione di qualche centinaio di anni; una bazzecola per questa irrequieta, ballerina crosta padana – avendo cominciato a divorare se stesso e i suoi figli. Il produrre per il produrre, il “bisogno” di arricchirsi che magari ha spinto pure la ricerca per migliorare ad esempio la sanità, i medicinali o quant’altro; lo spremere per lo spremere le <em>risorse umane</em>, il <em>capitale umano</em> e della Terra, sembra inevitabilmente aver raggiunto il suo limite, a fronte di una continua, inarrestabile crescita della popolazione mondiale. La produzione dell’inutile e del superfluo (il ciarpame in vendita negli Outlet o sulle bancarelle dei mercati di quartiere o alle sagre di paese) su cui si basa l’infinita ricchezza di pochissimi, ma pure il piccolo benessere di molti (il <em>tuo</em>) e la loro (la <em>tua</em>) maggiore aspettativa d’esistenza su queste plaghe, sembra non bastare più a sostenere detto “sistema” nelle condizioni che esso ha creato all’inizio di questo millennio. Il timore, che sorge spontaneo, concerne l’incapacità di adeguarsi alle mutate condizioni dall’interno del sistema stesso. Questo, prima di rinnovarsi “retrocedendo”, tende per l’ennesima volta a “riviversi” coi metodi già sperimentati con successo in passato, scatenando un’orribile guerra annientante un terzo della popolazione per ricrescere dalle macerie e dalla disperazione causate, riportando quelli come te al loro stato originario di servi della gleba.</p>
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		<title>NUVOLE IN SOSTA</title>
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		<pubDate>Mon, 31 Dec 2007 11:42:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gnadiani</dc:creator>
				<category><![CDATA[LA PIPA DI FLAIANO - Taccuino inutile]]></category>

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		<description><![CDATA[A PIEDI DOPO UNA TELEFONATA VERSO IL SOKOS HOTEL VAAKUNA Non attraversare col rosso, aspettare per minuti e minuti l’omino verde guardando il vuoto assoluto, l’asfalto zebrato a quattro corsie del viale principale Salpausselänkatu a Kouvola, ex avamposto zarista nella &#8230; <a href="http://lnx.gionni.net/wordpress/?p=119">Continue reading <span class="meta-nav">&#8594;</span></a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>A PIEDI DOPO UNA TELEFONATA  VERSO IL SOKOS HOTEL VAAKUNA</strong></p>
<p>Non attraversare col rosso, aspettare per minuti e minuti l’omino verde guardando il vuoto assoluto, l’asfalto zebrato a quattro corsie del viale principale Salpausselänkatu a Kouvola, ex avamposto zarista nella Finlandia orientale a 450 Km. da San Pietroburgo, alle 22.58 del 24 agosto, neanche una puttana a cui scroccare una sigaretta, una serata mite e stellata, 20° segnati dal cerotto a luminosità rossa e intermittente dell’aptteekki, passata l’area pedonale con sparute coppiette ai tavoli di un kioski, ragazze prosperose dai seni luminescenti e capelli di stoppa, Giona lo sai, è rinunciare a fare accadere la vita, affidarsi esclusivamente al caso sapendo che non esiste.</p>
<p><strong>SOSTE</strong></p>
<p>I treni regionali che da Helsinki risalgono a Nordest le abetaie, le betulle ad agosto già fibrillanti di giallo tra sparute case in legno rosso ruggine e tetti di lamiere verde rame, stoppie d’avena scura a solchi neri, segale fradicia ancora in attesa di una liberazione da mietitrebbia, fermano a: Pasila, Tikkurila, Kerava, Järvenpää, Jokela, Hyvinkää, Riihimäki, Hikiä, Oitti, Mommila, Lappila, Järvelä, Herrala, Lahti, Nastola, Kausala, Koria, Kouvola… a volte è solo un cartello con tettoia ad accoglierti, Giona, mentre il cielo si squarcia d’azzurro dopo masse d’acqua notturna già assorbite dal suolo, nomi misteriosi che si adattano al sorriso crucciato, silenzioso e riservato dei loro abitanti: fotogrammi di passaggio alla Kaurismäki, alle infinite vocali ignote ad un povero parlante presunto indogermanico… a volte ti attendono tozzi vagoni merci blindati della Wagon Nord in attesa di ripartire per territori sconfinati che la cartina ferroviaria, di punto in bianco, abbandona a foreste, laghi, sassi e licheni, sterrati rossastri rigati da carraie procurate da automezzi mostruosi: l’ultima traccia prima della definitiva quiete di affioranti rocce nere striate di rosa: sei solo con la potenzialità squillante di un Nokia a poco prezzo dalla batteria semiscarica, preda di nugoli di zanzare assetate di vita meridionale: infine è la filosofica paciosità a spazzola di un tassista di campagna a salvarti…</p>
<p><strong>BANDIERE</strong></p>
<p>Qual è l’identità che ti porti appresso, Giona, che stai vestendo ora con la carta d’imbarco e il passaporto nel taschino della camicia slavata? La lingua da aeroporti con cui ti abbandoni in fila indiana a uno small talk con la hostess o l’inutile lingua che ti porti dentro che parla solo a te? L’arrival time è sempre e solo estimated, è una vita che lo sai nei pochi peli quasi bianchi sopra le orecchie otturate nell’alzarsi inclinato verso i 5.000 metri di un’illusoria posizione orizzontale in cui sorbire un agognato caffè e scartocciare la bandiera, la croce azzurra in campo bianco di un fiero cioccolatino Suomi, omaggiatoti al termine del plastico panino dal catering Finnair: non ti lega nessuna bandiera, non hai orgoglio di luogo da vendere né  boria di casta da far pesare: ciò che innalzi sopra le nuvole è soltanto la storia diseredata in cui nessuno più vuole riconoscersi, l’ineluttabile resistenza di una lingua ovunque sconfitta, anche nei cieli.</p>
<p><strong>PULSARE</strong></p>
<p>Quando alle tre del pomeriggio di una domenica di fine estate, afosa e bollente, ti allunghi sul letto appoggiandoti l’avambraccio sugli occhi chiusi per oscurare ulteriormente la luce grigia della stanza, veleno visivo per l’emicrania, la tua compagna di vita, Giona, che ti batte, ti perfora il cervello avanzando verso la fronte nel tentativo di sfondarla nell’emisfero destro, in attesa che il principio attivo si attivi almeno in parte attraverso una prima ebete sonnolenza, senti la vita pulsare in strada attutita ermeticamente dai vetri doppi di finestra: un clacson frettoloso, lo strategico pianto di un bambino, l’inesauribile tosaerba, il martellio da videoclip nel bar di fronte: l’amato dolore della normalità.</p>
<p><strong>ACHTERBAHN</strong></p>
<p>Ti deve insospettire, Giona, il suono occlusivo in gola della prima parte del Kompositum invece di invaghirti dell’italico ottovolante e cedere così non tanto all’incazzatura del figlio adolescente che ti accusa di codardia bensì alla promessa di fare qualcosa insieme in quell’estate piovosa e stramba – di merda, dice lui – risalendo dunque ora sulla navetta la prima montagna russa da Guinness dei primati, come recita l’orgoglio della targa in ottone alla partenza: 61 metri di tuffo negli abissi tutti in legno della forza di gravità, un istante per osservare tutt’intorno il lago azzurro di infinite abetaie, il verde pregno dei pascoli battuti da piogge torrenziali, e ti abbandoni a occhi chiusi al commento del figliolo anche lui impaurito in un saliscendi che ti spezza la cervice e maledici con la forza della mente chi ha inventato e ci guadagna i parchi a tema, di supposto divertimento: Disneyland, Gardaland, Mirabilandia e questo Heide-Park germanico: perché non può bastare all’umano l’estremo brivido di un verso riuscito, di una melodia che ti perfora, questa sì, lo stomaco e il cervello?</p>
<p><strong>DISGUISE</strong></p>
<p>Ti fai prendere dall’euforia, di falcata in falcata, Giona: lontane un quarto di secolo le prestazioni, quindici chili fa, ti abbandoni per un paio di chilometri all’ebbrezza del volo raso suolo sul sentiero curatissimo di terra-sabbia e segatura tra gli abeti secolari: cosa ti spinge alla follia di imitare il tuo passato nel fisico ultracinquantenne seppure allenato all’endurance? Questo terreno di finnica civiltà della corsa e sci da fondo, il mito che ancora affiora e ti affascina fin da ragazzo di Paavo, Pekka e Lasse o la certezza di essere fuori tempo massimo? La vita non è un postino, bussa sempre solo una volta, il resto è allucinazione: When I look in your eyes / is that you baby / or just a brilliant disguise, con Bruce negli auricolari.</p>
<p><strong>MODERNA MUSEET</strong></p>
<p>Uscito all’aperto, sfuggito alla tenera malía dello sguardo della moglie in un Ateljeidyll di Carl Larsson, abbandonato il ritmo della Midsommardans alla Anders Zorn, fradicio del bagno nelle generose rotondità delle sue ragazze nella sauna e del lavoro dei campi nella primavera sfregiata di Edvard Munch, piombi nel verde assolato digradante in un baltico e placido mare di bikini giallo-blù: sei grato alla capitale per quell’esposizione di artistica modernità scivolante in una media percentuale totale di contemporanea svedese femminilità perfetta: la vita dipinge euforica en plein air.</p>
<p><strong>FARFALLA</strong></p>
<p>                                              Per LARA</p>
<p>La carne non si può scolpire intagliare non è docile come morbido legno rosso da modellare trovato ai margini di un fosso vi si può solo infierire con aghi odio spilli  e catene la si può tatuare ben bene non amare persino svilire sfigurare…<br />
Ma cosa rimane a chi rimane se la carne non si fa scultura?<br />
Forse soltanto quella cosa pura e leggera fermata dal suono o dalla scrittura<br />
il volo a farfalla di un’umile parola vera troppo spesso altrove sconfitta martoriata<br />
trafitta dal clamore inutile clangore di chiacchiere al vento puro rumore mera letteratura un verbo detto così in un soffio un battito di ali quel giorno una volta per sempre…</p>
<p><strong>ICE (INTERCITY-EXPRESS)</strong></p>
<p>I fili di ferro piantati a chiodi sulle lamiere dei cartelli blu annuncianti la stazione di Würzburg annullano il guano, l’atterraggio momentaneo, lo scalo caghereccio dei piccioni in volo nel tramonto rispecchiato di ardite forme architettoniche di puro vetro nei parallelepipedi mediali a firma BR Bayerischer Rundfunk e chip<br />
e-on a illuminare teorie di tir in trasporto continuo su ponti sospesi su case a casaccio, così pare al tuo pisolo, Giona, mentre scivoli morbido, lieve, pneumatico nel profilattico di un sudaticcio e patinato sogno serale a riccioli rossi e occhi verdi da star…</p>
<p><strong>IMPOSSIBILE META</strong></p>
<p>L’impiegato in cerata rossa a strisce d’orizzonte fosforescente della Royal Mail all’intorto di una bionda in pausa pranzo+sigaretta sul muretto della stazione di Billingshurst alla volta della coincidenza di Chichester sfuma nel tappeto luccicante il pomeriggio di greve smeraldo autunnale che soffice accoglie lo sgambettare poderoso del tre quarti sfuggito alla fradicia mischia inseguito braccato e infine placcato dal destino mentre il pallone rimbalza ovale oltre il finestrino di una corsa inarrestabile …   </p>
<p><strong>LOW COST</strong></p>
<p>In due in piedi sul tronco segato del fico seccato a fare “a chi stava più in alto”, a mirare per primo oltre la siepe rinverdita dal fresco di lionicera lo spuntare tra l’indaco e il bordeaux l’intermittenza della sera: le lucine rosse e bianche in volo da Londra Stansted per l’ultimo balzo Ryanair alle pendici di Bertinoro e tu – Giona – a chiedermi per posta del gioco la risposta al quesito: perché babbo si sente la pancia a guardare i colori di quelle storie in volo sopra di noi? </p>
<p><strong>SUITE DELL’ERRORE</strong></p>
<p>I<br />
Questa stagione flaianesca… la vita tutt’intera pare un errore e il senso dei giorni si dilegua con gli scrosci e i piovaschi notturni di un maggio verde e fresco di preadolescenti rientri in bicicletta e calzoni corti dalla scuola di città con la paura al riparo da saette sotto il portone della chiesa di San Silvestro divorato già dal desiderio che mai ti sarebbe stato dato estinguere nell’età maggiore…</p>
<p>II<br />
Questa stagione flaianesca… tutto sembra esser già compiuto e l’indolenza la fiacchezza dei giorni di cui incolpi i valori della ferritina e la pressione troppo bassa è pari all’inadeguatezza delle tue forze fisico-mentali per i compiti che il destino ti riserva sbuffo dopo sbuffo…</p>
<p>III<br />
Questa stagione flaianesca appena attutita dal profumo del gelsomino mal o nulla si concilia con quell’unica vitale aspirazione dei dieci anni ogni sera di maggio di nuovo: in attesa del fischio finale del prete che tutti richiama allo spogliatoio della funzione mariana essere messo in squadra dai “grandi” provando l’ebbrezza del tiro al volo di prima col pallone consunto dal bianco ghiaino del sagrato calciato nel sette immaginario tra il tronco del tiglio e la prima fronda ormai in fiore inesorabilmente battuti per una sera il portiere e il destino…</p>
<p>IV<br />
Questa stagione flaianesca… all’entusiasmo incosciente dei trent’anni e all’intenso lavorio mirato dei quaranta nell’inconfessata speranza di una qualche riuscita dal volto neppure immaginato è subentrata la noia della propria anonima pochezza e quella noia inconsolabile della certezza che il manico era insufficiente troppo scadente e destinato a spezzarsi nel rivoltare la lama nel terreno fangoso e duro ad un tempo ribaltando un destino che prevede soltanto l’ironica accettazione della propria scarsezza…</p>
<p>V<br />
Questa stagione flaianesca – ti è dato toccare con mano il limite del tuo giardino rigoglioso d’erbacce e infestanti – se non altro questo lascerà: l’inutilità della traccia liquida ben presto seccata di una lumaca su taccuini e quaderni e la traccia finta di impulsi elettronici su una superficie digitale: inchiostri di bit e byte inane dispendio energetico per tenere in vita questa storia un giorno un foglio di più: consumare e sprecare e alimentare così la propria sopravvivenza…</p>
<p>VI<br />
Questa stagione flaianesca piomba dentro il terz’anno di malattia psichica in chi si ama o forse si amava il primo giorno influenzata dal terrore assurdo di chi ti sta a fianco dall’orrore di dover vivere un altro giorno in quello stato e fortunatamente traversata seghettata filtrata dal volo radente e repentino dei merli a sbecchettare tra l’erba incolta di pioggia del retrogiardino vermi grossi un mignolo mentre lame di un sole nordeuropeo riluccicano su penne lustre e d’acchito anche lo scorrere di questa finta penna Montblanc riacquista una parvenza di lucido senso:<br />
il sentimento del tuo fallimento…</p>
<p><strong>PROFILO</strong></p>
<p>Non sono i capelli – da castano chiari tendenti al gaggio con sfumature di rosso si sono schiariti ingrigiti dalla luce in sfumature giallognole – a segnare, Giona, la tua età mediosecolare in un corpo che ancora invoglia nelle sue forme pressoché perfette e lisce osservato a qualche passo da tergo: chiappe adorabili alla voglia sempre frustrata nella potenza della vita da quel tuo blocco mentale e ora – che ancora lo fai rizzare al solo sfiorarti a pensarti discinta nella mollezza di abiti estivi – dalla chimica a chili ingoiata nel vano tentativo di frenare il panico assurdo che ti divora lo spirito rendendo il tuo essere un altro da sé insopportabile a te e a nessuno – no, non è questo: è invece la linea orale di profilo, la bocca in perenne curvatura al ribasso che si incunea in rughe a piegare ancora l’espressione in una sorta di ghigno insofferente alla vita: è questo a segnare a rigare il nostro tempo, la distanza che ormai ci separa. </p>
<p><strong>VOGLIA MERIDIANA</strong></p>
<p>Quest’ombra pigra del meriggio in giardino forlivese frondoso il giusto per la stagione del caldo improvviso: “temperature nettamente superiori alla media climatologica”, con gruppi e gruppuscoli a discutere cinesicamente come comanda la lingua di ciascuno e il relativo tasso alcolico già ora piuttosto elevato e il rasta nero fatto di Heineken ed erba a sbraitare a qualche spirito a te ignoto e l’indolenza che attraversa con olezzo invasivo di profumi di marche globali, ti ricorda – Giona – in un domenicale lontano tardopomeriggio di un agosto assolato nell’immenso verde parchivo di Stoccolma la biondona quarantenne a spompinare decorosamente il suo uomo sdraiato sul fresco del prato, appoggiato ai gomiti, le gambe piegate ad angolo a protezione del volto della compagna, impegnato senz’ombra di dubbio nel moto regolare della bocca, dallo spasseggio per altro indifferente e dalla tua gonfia frustrazione di sottecchi: e oggi come allora vai in bianco nell’allergica brezza che ti scompiglia il desiderio degli ultimi capelli e ti perfora la testa accrescendo indubitabilmente l’emicrania…</p>
<p><strong>APERITIVO</strong></p>
<p>La signora-bene a cui sfugge lo sguardo indolente alla tua volta casualmente seduta nel tavolo accanto di un dehors all’ombra di una via secondaria in quel di Pavia rilascia a ogni occhiata una sorta di finta noia nobiliare andata in sposa a qualche danaroso professionista locale e con le labbra bordò mastica lo stuzzichino ad attutire il Campari in attesa a sera di annoiarsi a ciucciare indolente il membro stanco di un consorte che chiede il giusto tributo per il lavoro indefesso del giorno a rimorchiare euri a faldoni…</p>
<p><strong>RESTYLING</strong></p>
<p>L’anonimo guasto all’IntercityPlus a prenotazione obbligatoria – da pochi mesi passato al setaccio, rimodellato nelle officine di Varese – tra Villamaggiore e Certosa di Pavia ti appieda, Giona,  tra marcite e riquadri allagati di fili verdi che tu immagini risaie da sussidiario elementare, mentre nel maggio già estivo facilmente nuoti lo sguardo tra l’imberbe granoturco – già assapori l’autunnale giallo al ragù – fino a pigiare il bottone verde dell’apertura, che scatta in un soffio pneumatico ad aprirti ai tuoi piedi la pianura abbagliante di meriggio, invitandoti al viaggio per quel viottolo affusolato di giovani pioppi frondosi in fuga all’orizzonte di un numero periodico nella certezza che quel paesaggio, all’apparenza monomodale, è la multimodalità allo stato puro in cui perdere il sé…</p>
<p><strong>ITALIANITÀ</strong></p>
<p>Non è solo il volo dei rondoni nella limpida luce di una sera che già ti pare più lunga nel maggio estivo massacrato da nubifragi e piovaschi monsonici a rischiare le ali tra i vicoli e le forme gentili delle case così italiane – quasi uno spot televisivo tedesco per la vendita di un prodotto dall’immaginario nome italiano – con magro bottino, per poco, di zanzare a farti cadere dentro una sorta di quiete da troppo non provata ad appena venti minuti di Eurocity per Nizza dall’ex-Capitale Morale: è il ritmo di vita che ti pare respirare tra i vicoli acciottolati, i corsi agghindati in boutiques e botteghe in una fauna ostentante un giusto benestante savoir-vivre, quasi la frenesia mediatica il trasbordo delle merci tutt’altro che virtuali, il frastuono trapanato per ogni dove le parole rimbalzanti di cellulare in cellulare per la gioia a cartello dei pochi gestori di telefonia mobile – tabaccai di paese – fossero anestatizzati da chissà quale forza: l’assoluta normalità del cambiamento nell’infedeltà alla tradizione rinnovata.</p>
<p><strong>SLOW FOOD</strong></p>
<p>Al termine di un pasto che si presume locale e che in ogni caso si rivela gustoso e originale in fondo a un corso centrale di questa provincia lombarda placidamente sparuto di passanti serali e che – così speri, Giona – ti verrà rimborsato al completo dal tuo datore di lavoro finora latore di uno status che le tue umili origini e le indegne “capacità” mai ti avrebbero concesso (ma di questo almeno sei conscio e grato) ti chiedi perché il destino si ostini a non concederti anche il lusso di terminare quel pasto e l’intera giornata col dessert della rossa – quella rossa ginger verace – a raccontarti il suo corpo e la storia in una camera ardente a due stelle…</p>
<p><strong>ROMANICO</strong></p>
<p>“…una tenera arenaria dell’Oltrepò che purtroppo non ha resistito all’usura del tempo cosicché l’eccezionale apparato scultoreo originale a motivi zoomorfi e fitomorfi è ora facilmente apprezzabile all’interno negli splendidi capitelli delle navate” che accolgono nella loro frescura la tua anima in pena, Giona, l’inconfessato peccato che ti tortura: il capo reclinato sul legno dell’ultimo banco a chiedere in San Michele un perdono pendente per quel pensiero che per sempre peserà sulla tua povera pelle: un nulla nell’umile essenzialità di un’arte la cui protezione fu implorata perfino da imperatori e per ultimo dal Barbarossa…  </p>
<p><strong>PROSSEMICA</strong></p>
<p>Neppure tu ancora sai, Giona, cosa daresti dopo aver vinto l’aspro, accresciuto afrore clitorideo e strofinato le narici nell’irsuto, increspato pubico groviglio purpureo per inumidire le labbra e affondare le assetate pupille gustative nel ramato dolciastro succo vaginale per farlo fremere dello stesso dolore che ti arrecò quel giorno il suo sguardo, giunto ad appoggiare inavvertito i riccioli rossicci alla tua tempia, a sedersi privo di preavviso al tuo fianco narrando – ancora ti chiedi il perché – di sé, a te sconosciuta: eppure lo sai che solo un piccolo cenno da batticuore sul display portatile ti potrebbe pure bastare…</p>
<p><strong>VUCUMPRÀ</strong></p>
<p>L’invadenza ambulante del “tu” nordfarwestafricano all’assalto implacabile degli avventori tra gli ombrelloni-rifugio tutti uguali – forse per qualche ordinananza del municipio locale – ti tocca la colpa che fai scivolare col Lemonsoda con ghiaccio e limone senza conoscerne la causa diretta o, forse più plausibilmente, rimuovendola dalla coscienza: quell’amore, che ancora ti ostini a mostrare, scemato ad affetto soltanto e desiderio di un corpo ormai non più reattivo, perduto nel male che tutto perfora e prosciuga: la passione, la vita, lo studio e l’ardore, tanto da farti cercare ogni giorno sul giornale locale la becera previsione degli astri nell’indomita speranza che “Urano arroccato nel segno dei pesci ti baleni da remote lontananze una notizia che ti darà una spinta decisiva”: l’incontro che scatena il destino all’orgasmo…</p>
<p><strong>INGRANAGGIO</strong></p>
<p>Queste eminenze grigie, cime, capacità a zonzo per il mondo a sostentare e rimpinguare il ventre convegnistico sbrodolando la loro scienza a quattro iniziati con il loro codazzo succhiacazzo di dottorande, assegniste e postchissaché, le vedi – Giona – poi planare a poiana su megabuffet pagati col tuo pesante obolo d’iscrizione per avere l’onore di partecipare da esterno all’oliatura dell’ingranaggio tritadati incartati o digitati (publish or die!) e riempire i loro otri fino alle crepe degli occhi con il classico riso prestampato sul volto di cartapecora, per nulla appetitosi, ti portano a rifiutare il comune banchettare al Gala dinner, piuttosto a svicolare in un locale fuori mano a startene solo con la scarsezza della tua preparazione in cui cessare di crogiolarti con indecenza per riscattarsi con la pervicace spremitura della propria insufficienza.</p>
<p><strong>NATANTE</strong></p>
<p>Tirare i remi in barca è allungare i piedi sotto un tavolino all’aperto di un caffè sull’acciottolato della viuzza a quattro passi dal largo fiume indolente – chissà quando navigabile: allo stabile attracco due barconi-bar e una serie di barchette galleggianti su una pigra acquetta in discesa svogliata verso il Po nel pomeridiano scarpinare tra Gotico e Romanico: lieve sollievo al disfacimento d’afa pre-estiva in margine a un convegno che una volta di più, Giona, ha confermato la tua pochezza e l’altresì lottare contro mulini ai venti del potere: La solitudine del mezzofondista al confronto della tua nella ricerca è puro piacere mentre questi mostri qui spremono schiere di giovani schiavi precari predicando l’assoluta necessità del team work in cui solo il capitano vince la partita…</p>
<p><strong>MESCHINITÀ</strong></p>
<p>Nel libretto minimo tescabile Adelphi leggi quanto già supponevi o sapevi nelle parole tradotte di W.G. Sebald che il maestro di tutti i prosatori brevi – quegli strani baffetti in cappello, giacca e cravatta consunti con l’ombrello al gomito appesi sul poster della porta del bagno di riserva a nome Robert Walser – “mai poté disporre di qualcosa di suo, fosse pure l’oggetto più insignificante. Persino di ciò che occorre a uno scrittore nell’esercizio del proprio mestiere, non c’era praticamente nulla che egli potesse dire suo. In fatto di libri non possedeva, credo, nemmeno quelli scritti da lui. Ciò che leggeva, di solito lo prendeva in prestito. Anche la carta su cui scriveva era di seconda mano”. E tu, Giona, che vivi di feticci in fatto di scrittura: le penne stilografiche che ti concedi e che usi con piacere a vergare blocchetti e taccuini atti allo scopo, non puoi che sorridere della tua piccola ricchezza: a chi non è data l’ebbrezza dell’immortalità sia data almeno la pochezza di gioire della propria mediocrità nel vergarla a peritura premura a duratura immemoria…</p>
<p><strong>SIMILARITÀ</strong></p>
<p>Dove ti porta, Giona, quel riflesso di sole al telefonino che ti inonda il volto, anonimo a distanza, illuminandolo di identità?: esisti come specchio nell’attesa di un messaggio che ti confermi…</p>
<p><strong>ESOTISMO</strong></p>
<p>Non è più solo una faccenda di fette, cocomero o melone, sì con panna o yoghurt che si distende davanti a te, Giona, ma di tette, in una finta isola caraibica, oasi nel traffico consolare, sotto pini marittimi secolari: gazebo in paglierino di cocco e sfoggio di palmizi in vasi o tappeti di terriccio d’occasione e rotoprato, tra porosità di pietre al tufo e plastica di felci a legioni, sassi veri e cumuli a manghi banane ananassi cocchi mangosteens papayas and passion fruits: tra rotondità d’angurie tricolori o dolcezze al miele di melone, sono le inarrivabili bocce sobbalzanti e palpitanti ai tavoli affollati di sudore ad assetare la tua voglia estiva…</p>
<p><strong>REFERTO</strong></p>
<p>Mai riesci a vincere, Giona, non la fame atavica già ignota alla tua generazione, ma questo tuo appetito, l’irrefrenabile golosità per tartine paste e tramezzini, patatine, olive e salatini, ancor meglio se bagnati in prosecchi frizzantini o in analcolici crodini con ghiaccio a cubettini e scorza d’agrume purchessia nell’ora mediana tra un pasto e l’altro, e in tal modo procurarti esami clinici sballati, colesterolo e trigliceridi a impennarsi come quei capezzoli in bicicletta vogliosi dell’estate che ti sfiorano lambendo l’ombrellone di un bar deserto nel pigro tardo pomeriggio di provincia italica, prima del bivacco aperitivo a ostentare sensualmente altezzosi corpi di denaro e apparenza, l’unico senso dello stare al mondo…</p>
<p><strong>LIBERTÉ EGALITÉ FRATERNITÉ</strong></p>
<p>La lapide slavata da sole e tempeste atlantiche nella cittadina fiera delle case a traliccio sgargianti nel centro storico un’autonomia turistica di cartelli bilingui ti ricorda – Giona – che ogni meta di libera individualità deve essere passata al vaglio storico del boia assolutistico bollante ogni diversità, anche linguistica, quale sfasciatrice di un’unità necessaria a imporre la tolleranza: “Le 7 août fut signé à Vannes le traite d’union du duché de Bretagne au Royaume de France. La Bretagne conserva un statut d’autonomie abrogé par la Revolution Française de 1789”.</p>
<p><strong>IMPULSI</strong></p>
<p>Le grigio-arrugginite, sfondate navi militari dismesse e alla fonda nel porto bretone meidionale di Lorient hanno corvi e cornacchie a far da radar a chi, locale o forestiero, s’addentra nel moderno non folklorico di un orgoglio che neppure gli equilibri rotolatori di teste sono riusciti ad annientare, incapaci di capire nella presupposta, fraterna giustezza abolente ducali o regali privilegi, che l’appartenenza, il senso creato della storia di ogni singolo anfratto, sono innati nei vivi e incisi su ogni pietra levigata da vento e correnti d’Atlantico…</p>
<p><strong>TRASFUSIONE</strong></p>
<p>…e il walkman nuova maniera appiattito che dall’alba ti accompagna nella fondina dei jeans, Giona, nella traversata dei canyon cittadini su autobus metro e pensili navette pneumatiche rombandoti in testa songs e canzoni brani e concerti tra Haydn e il Boss, Haden&#038;Metheney e la fjordica tromba di Molvær ti deambula in un’anemica bolla d’esilio sonoro privo del sangue di verace sound metropolitano a iniettarti i globuli rossi, il plasma del quotidiano: eppure lo sai e lo senti che il senso del suono s’alza soltanto dal dissonante intrigo dei giorni stridenti, dal consonante intreccio di polvere vita e cemento…</p>
<p><strong>ETÀ SENZ’ETÀ</strong></p>
<p>Non sai a chi o a che credere, Giona: se allo specchio che ti sbarba un paio d’anni soltanto nella sua avarizia quando il tuo spirito è a dirti ancora il progetto –speranza, l’utopica tensione della giovinezza, sogni e sentimenti, voglie e sensi, sì il sesso dei vent’anni, oppure credere alla piacente consorte dell’amico che sbianca incredula al tuo rivelare i 52 anni, lei che ti stimava perfetto coetaneo del marito quarantaquattrenne, o piuttosto allo sguardo e alla pelle che copre i corpi sformati degli altri ex-liceali all’ennesima cena dei cento rimpianti, a quella loro scocciata e danarosa vecchiezza e ti chiedi, nella fuga alla volta di un futuro ancora tutto da scoprire, se non sia l’amare il giorno e il godere l’attimo sempre e ovunque a preservare la tua illusione di mantenimento, a non farti sentire il decadimento…</p>
<p><strong>VITACLIP</strong></p>
<p>Il plexiglas che ti sfiora postmoderno nelle colonne-tralicci tubolari del metropolitano germanico mall indistinto e infinito serve a proteggere la tua salsiccia al panino e senape incurante delle masse di colori, odori e sudori a penetrare i sensi nello shopping interminato dal tempo atmosferico indistinguibile nella luce artificiale filtrante l’aria spirata da uno pneuma stagionale, bollente o gelata, a far sì che il tuo portacards liberi il chip del debito al piè sospinto della voglia e del bisogno indotti da un’insipida melodia subliminale, impossibile ormai la fuga tra i campi di un maggio d’infanzia a piedi scalzi e spoglio di marchi e modelli soltanto a tirare calci a un vecchio pallone cucito e sassi con fionde agli uccelli…</p>
<p><strong>BRUNCH</strong></p>
<p>La lenta, sonnolenta mattinata domenicale in onore della festeggiata, colta e amorevole, sensibile benestante di campagna oltre la maschera di scostante serietà, è introdotta da italico prosecco e germanico Pflaumenspeck – lo stuzzicadente che tenero penetra il dolciastro succo vaginale della prugna flambée nell’aroma affumicato – sulle stranianti note di una locale arpa celtica che stereotipatizza una brezza atlantica in un Bassopiano Tedesco frustato da una medesima tempesta oceanica: Giona, lo sai, questa non è una semplice colazione-pranzo meridiana: il languore che s’alza dal tuo stomaco rumoreggiando di succhi gastrici è pura, dolorosa Sehnsucht per l’eternità dell’attimo che semplicemente si scioglierà nell’appisolamento di un pallido sole nordico…</p>
<p><strong>BUON VICINATO</strong></p>
<p>Come ladri entrano nella tua ombra mentale, Giona, spargono il veleno antilumache, ti irrorano di diserbante il prato sinaptico e in tutti i modi cercano di sradicarti l’edera centenaria, la spuntano, la smembrano, la segano alla radice affinché la smetta una volta per sempre di ondeggiare, tremolare sopra le loro ormoniche zucchine, i cetrioli all’insetticida, i pomodori gonfiati di venefico blu per la loro zotica fame di tronfia vita prepotente…</p>
<p><strong>EOLO</strong></p>
<p>Lo sbuffo sottile, una carezza frustata dalle pale macinanti atomi di vento senza timore d’esaurimento e la tua donchiosciettesca boria di consumo di questi novelli mulini piantati in rete a dozzina tra girasoli e stoppie di segale arate in cima a ogni colle, dolce declivio, di questo ondulato Bassopiano germanico, scandinava era glaciale anticipata, sinuoso ti soffia sul collo – Giona – la lotta dell’umana inventiva nel riciclaggio energetico, brigosa, laboriosa alternativa alle briganti oliate guerre sbrigate altrove per il tuo comodo qui, mentre l’ombra della pala nella sera si fa lancia a infilzare con reiterato gesto regolare tremule betulle e fitte abetaie… </p>
<p><strong>STAZIONE DI SALZWEDEL 28 AGOSTO 2006</strong></p>
<p>(Verso il Wendland sulle tracce di Nicolas Born e la sua poesia “Bahnhof Lüneburg 30. April 1976” [Stazione di Luneburgo 30 aprile 1976])<br />
Questa landa a forza unita, da tre lustri e più riunificata, in cui svettano i mattoni rossi zu verkaufen dell’edificio in svendita della DB GmbH – ferrovie tedesche ormai da giocarsi in borsa – poco o nulla ti ricorda, Giona, della vecchia sigla, muro invalicabile a idee e uomini negante la libertà pensante del grande ironista ebreo nell’esilio di Francia: die Gedanken sind frei, fino al confine/confino di Salzwedel, ex-DDR denke ich an Deutschland in der Nacht…<br />
Ed ora sfreccia proveniente da Magdeburgo krank und verwohnt un treno malaticcio e da troppe vite consunto, mentre al sorriso maestoso di femmina da spot murale solo e soli stanno barboni rompicoglioni sulle lise panche in legno di uno stabile in disuso, perdenti il treno garantito anche ai ritardatari fuori tempo massimo della sociale economia di mercato che si concede – ancora – il lusso di non lasciar all’addiaccio nessuno nell’attesa della fantasmatica corriera sostitutiva del fallimento… </p>
<p><strong>EX-</strong></p>
<p>In questa tratta-terra di nessuno ogni torretta in legno per l’avvistamento degli incendi alla posta nella fradicia landa estiva di ex-confine riunificato nell’illusione di “un sol popolo” ti è – Giona – garitta di famigerati Vopos, Volkspolizisten-poliziotti del popolo da cortina di ferro, ex-funzionari di un ex-stato estinto nella storia riscattanti ora la pensione benestante dell’ex-nemico d’Occidente, a sparare allora alla sorte di liberi pensieri e desideri fuggitivi, perché il caso non esiste: nella lettera scritta dai tuoi giorni è soltanto i due punti aperti sul destino… </p>
<p><strong>SAGRA DELLA BALENA FRITTA</strong></p>
<p>(Festa per il 20° anniversario della Libreria Moby Dick di Faenza: Auguri!)<br />
…e dunque alla distanza di vent’anni vinse l’arpione di Achab e più che la sete – di che? Di conoscenza? – poterono i marosi della contingenza: per galleggiare ancora un po’ il balenottero librario a nome Moby Dick s’adagia – sì, sbuffando – e ripiega la coda sull’ovvio sagraiolo digitalcatodicamente local-popolare con karaoke di letterati da ridente cittadina e comedians che del comico la teoria non sanno, divorandone soltanto fecalmente le frattaglie, per festeggiare la fausta ricorrenza da pseudolettura nel paese dell’apparenza, della non-letteratura, declinando l’intelligenza sul semipiatto encefalogramma del consumo purchessia unico programma, al fine di pagare la fattura di bottega, l’obolo sadico alla religione di questo tempo italico, cinico e occidentale, perché, Giona – tu tacciato di eburneo elitismo, o etilismo? Già più non sai – la tua inutile e invendibile scrittura può condurti, ben che vada, sul sentiero solitario di povero lettore del folle Robert Walser, che al vocio delle folle preferì “un territorio libero di idee e sogni”, il lento passeggiare sulla neve, e lì crepare…</p>
<p><strong>SCRITTURA</strong></p>
<p>…e così, quando meno te l’aspetti, come già è accaduto quella volta, col suo fare indifferente – non sapendo che pericolo per coronarie ultracinquantenni – ti si siede accanto, appoggiando la sua vasta chioma al banco, di rosso irrorando la sorpresa del tuo sguardo e, quasi non bastasse, come allora un’altra volta, affinché nessuno senta in quella riunione di colleghi tanto inutile quanto spenta, ti sussurra in un orecchio, non sfiorandoti per poco le tue labbra – a posteriori già ti immagini di bagnare del suo néttare la lingua tra le sue – quel dilemma apparente, suo di sempre: “Ma tu, Giona, come fai a conciliare queste robe da burocrate romano in ministero con l’irruente tuo creare?”…<br />
Bella mia, non scordare: creare è soltanto una questione di appoggiare alla parete dei tuoi giorni, e delle notti, la giusta scala di valori, saper porre priorità, alla faccia della gente, del contingente che ti spreme, e se ci credi veramente, imparerai a venire alla sostanza, ad aggrapparti all’essenziale del tuo essere ora e basta, accettando come dato naturale ciò che chiami invece l’abusivo, lasciando scorrere paciosamente sulla scorza abbronzata dell’estate, tua e solo tua, l’esiziale della vita: a questo pensa anche per te, chi vi ha fatto una carriera…<br />
Scrivi, dunque, vola alta, non temere di staccare, illegale, la tua ombra dalla terra…</p>
<p><strong>ALLA BRACE</strong></p>
<p><em>Cheira bem, cheira Lisboa</em> ti intona l’orchestrina – e canti pure tu, Giona, a squarciagola leggendo il ritornello dal foglietto – nella notte calda di S. Jõao annegata in <em>vinho</em> rosso di caraffa e sardoni sfregolanti su graticole dai bracieri-bidoni arroventati di osti e ostesse improvvisati tra panche, panchetti e banconi alla buona, banchetti a ogni rampa tra festoni variopinti, a ogni spiazzo di scalini nei vicoli d’Alfada, trancio di città risparmiata da terremoti e specolame cementizio, risa e grida colorate al salmastro atlantico che asseta questa umanità tanto meticciata in cui, per questa dolce notte soltanto, approdi per intero…<br />
<em>Cheira bem, cheira Lisboa</em>.</p>
<p><strong>ELEMINATORIE</strong></p>
<p>… e lo sguardo avvezzo di neri pensionati angolani schienati su panchine nei pressi di Praça Dom Pedro falsamente ad aspettare il guizzo arancione tra i vicoli in salita dei vecchi funicolari, facili prede di turisti in sosta, ti spinge, Giona, all’attracco del vaporetto affollato che, lento, muove, parallelo al grande e ardito asse sovrastante il Tejo e l’Oltremondo, alla volta di Cacilhas, l’altra faccia di Lisboa per sole guide alternative, e sbarcare al molo di immediate viuzze alla griglia in fumo e bandiere orgogliose alle finestre do mundial: “até que a bola entre”, finché la palla entri almeno nel quarto di finale di un inizio secolo sbragato da ingiustizia e diffuse guerre nell’incrociare il volto pensoso della quotidianità normale di euri ancora <em>kaufkräftig</em>, per poi perderti in un inatteso <em>café com letras</em> per appuntare tra un <em>caipirinha</em>  e un <em>caipiroska</em> la solitudine di parole che nessuno incontrerà…</p>
<p><strong>VOLUBILITÀ</strong></p>
<p>Giona a volte, sì a sera, di maggio, seduto a un tavolino di Piazza del Popolo, lo sguardo che salta dal frontone a pietra viva del Duomo quattrocentesco in un flash d’arancio, presto rosso tarocco, agli spruzzi della Fontana monumentale, angeli e leoni con vescica sempre giovanile, fino ai buttons in jeans bianchi e attillati a zonzo, in mostra sul selciato tra bici zigzaganti e parole al vento, un caldo scirocchino già estivo di cellulari e auricolari, ecco, Giona a volte, in quell’ora serotina sente come una sorta di convinzione per quell’italica bellezza a misura e fonte d’umano, che rimbalza tra cotti e colonnati, per lasciare poi gradualmente il campo a un’amara sensazione, una certa delusione, per quell’illusione di mera istantanea affogata nell’illegalità, macro o spicciola, dei suoi tanti abitanti, e fors’anche sua in questa terra, lì e altrove, comunque sua.</p>
<p><strong>SPERIMENTAZIONE</strong></p>
<p>…e quel suo porsi civettuolo, apparente innocente naturalmente (o forse soltanto abile gioco di finzione), potrebbe indurti – Giona – all’illusione che la scrittura assoluta e sperimentale, spinta dall’inesorabile commitment per la causa in sé, di cui si dice alla ricerca, si manifesti seduta stante in quegli occhi azzurri persi nel vuoto sognante l’opera d’arte del nuovo millennio rilegata tra riccioli rossicci, e persino a fraintendere il suo desiderio d’espressione col tuo – se non di possessione – ebbene sì d’evasione alla volta del destino: mera sovrinterpretazione, pura sega mentale, rara delusione, precorritrice della vera…</p>
<p><strong>GO HIGHER!</strong></p>
<p>…e le coppie grasse coi bambini lentigginosi e schiamazzanti, i pensionati appassiti, disossati sotto le canotte e i loro zainetti rifoccilatori ordinati nell’infinita doppia fila di mattinata domenicale, ventilata di nubi bianche, mare grigio e sole a spicchi, all’arrembaggio dell’ascensore in volo alla volta dell’ardita punta-bar-ristorante, simbolo-vela d’acciaio, <em>Spinnaker Tower</em>  verniciata a candore brucianti il tuo attonito sguardo, Giona, e di chi non sale nel sole e che accende la notte del centro commerciale sovraportuale coi suoi occhi vetrati di violaceo blu, non li invidi nella tua attesa a terra bevendo un falso intruglio all’albionico Caffè Giardino: l’ebbrezza del presente, le vertigini dell’assente ti seguono costanti nei marosi di giornate vomitate alla sopravvivenza mentale…</p>
<p><strong>ÀUGURI I (PRE-GIUDIZIO)</strong></p>
<p>“C’è urano nel vostro segno, che promette novità epocali. Se avete appena fatto un incontro, prendetelo sul serio e puntate a una realizzazione duratura. Se invece attendete ancora qualche novità eccezionale, non perdete la speranza: Urano si fa spesso aspettare, ma non delude mai chi sa preparare il suo arrivo, sbarazzandosi di legami superati”…è prima dell’alba, al risveglio dei figli per il viaggio verso il sapere fonte, si spera, di vita creativa con gli occhi arrossati e l’emicrania notturna al sollievo verticale che afferri il rotocalco e non sai neppure tu da dove venga questa disperazione che ti spinge alla foga di leggere d’acchito il tuo presunto pressagio di astri illustrati da una pennivendola settimanale… cos’è che ti manca, Giona, cos’è che ricerchi tra quelle righe sintetizzanti medie e statistiche forse probabili per tutti colori che nati nel segno dei pesci nulla sanno della canzone del romano, Antonello o Francesco, proprio non ricordi, la speranza da non perdere, la novità epocale che quasi ti intimidisce a scavare nel profondo della psiche o dello stomaco inconscio…</p>
<p><strong>ÀUGURI II</strong></p>
<p>Scirocchino al primo di ottobre nel tramonto trafitto dagli ultimi gitanti marini nel rombare autostradale di un’umidità che si rapprende alla prima oscurità tra erba, rovi e sciabordio di canne di un fiume che scorre torbido di piogge ormai monsoniche nella loro discesa a valle da cambio di clima e tu, Giona, di colpo ti senti avvinto dalla fradicia frescura amazzonica nel rigoglio serale di versi volatili e balzi improvvisi di sguscianti mammiferi un tempo sconosciuti in pianura e poi è lo stridere della fagiana in volo raso pero a trascinarti verso il destino che tollera scelte… </p>
<p><strong>ÀUGURI III</strong></p>
<p>Fisionomista come sei, Giona, rispondi cordialmente sorpreso al “Salve” sculettante in completo bianco ossigenato che ti fiacca le gambe immemori di quel volto nel cammino a ritroso della memoria visiva: preso nell’assalto quotidiano dei colori di un ottobre da note diaristiche, cerchi avventatamente sul fondo del caffè alto in tazza grande ormai rappreso lo specchio di un volto avventato, inventato dai neuroni del desiderio: tanto fragile è la tua fedeltà al dato reale da barattarlo in fantasia al primo flirt del destino.</p>
<p><strong>KILI A KILOMETRI</strong></p>
<p>Ora che arranchi nell’autunnale sabato serotino, Giona, spostando la pancetta in una corsa “seduta”, tu ex maratoneta da record bruti, da tanti inarrivati, a vincere colesterolo e trigliceridi, sei sorpassato in riva al fosso da ciclisti forzati albanorumeriucraini di ritorno dalla spesa superdiscountata alla tedesca: i borsoni Lidl di plastica fermati alla meglio con fermagli di fortuna sul portabagagli si allontano ridendoti in faccia la fatica del welfare: appena potranno ti lasceranno ansimante nel loro diesel scarburato da salone dell’usato.</p>
<p><strong>THE MEDIUM IS THE MASSAGE</strong></p>
<p>Giona, figlio mio, hai travisato il messaggio, o perlomeno mal contestualizzato: avere una giusta distanza, un salutare distacco dalle cose – intendendo in questo frangente in particolare: gli oggetti! – non significa potersi avventare contro di esse scaricando la tigna sorda e assurda dei quindici anni che ti scoppiano per ogni poro e palla, farle lesse sotto le nike bianche e al massimo abbandonarsi alla bestemmia per lo sfregio sulle punte mentre il laptop langue in un angolo della stanza impossibilitato per sempre a visualizzare sullo schermo crepato i gigabyte da lavoro mentale di un decennio che, pur non perso, dovrà trasmigrare altrove, senza che tu ti risolva a salvare la faccia: il rispetto che si deve alle cose, non solo proprie, è appunto il distacco che ti manca: solo sapendo della fine, si può accettare la loro e la nostra fragilità, sopportarne il distacco.</p>
<p><strong>ZIGZAGANDO TRA VITE</strong></p>
<p>Sgangherato flâneur di bassa provincia italica, annoiata e affluente, distratta alle morti da incroci saltati, scodinzoli il mezzo toscano a cavallo di una due ruote pieghevole tra le zone pedonali in saldo e offerta perenni alla volta di qualche tavolo ancora all’aperto di stanchi pomeriggi autunnali a origliare l’apparenza di pseudoproblemi di giovani signore incazzate, desiderose di una libertà comportante il disimpegno da ogni sentimento fattosi figlio, figlia, foglia al videofonino: l’unica forma di vicinanza, comunanza acconsentibile.</p>
<p><strong>SERENITÀ</strong></p>
<p>Ancora non sai perché e cos’è che ti manca – Giona – in questa landa di confine tagliata dalla storia di un fiume in lingue e scritture inconciliabili, germaniche e slave, mentre cammini e fotografi contrasti a grappoli, il nuovo dell’asfittico architettonico da riempirsi di vita l’antico restaurato a dovere e l’abbandono di residuati culturali di una sedicente economia di proprietà popolare: Volkseigenes Theater der Jugend, tra rovi, macerie di ideologia lungo la Karl-Marx-Straße a quattro corsie semivuote: non è l’apparente rudezza della gente anziana o l’indifferenza annoiata della giovinezza… poi d’un tratto l’illuminazione: è l’assenza di ogni parvenza d’erotismo che sgorga da ogni passione per la bellezza, la serena leggerezza vera sostanza dell’arte.</p>
<p><strong>QUADRI VIVENTI</strong></p>
<p>Nella fredda serata schiarita allo scroscio travolgente il pomeriggio al tavolo della <em>Brasserie den Artist</em> (&#8220;<em>koelkast leeg?</em>&#8220;) sulla gran via d’Anversa detta <em>trendy</em>  e chiamata <em>Museumstraat</em>, stai in oservazione, Giona, di questo giovane popolo affluente di una fiamminghitudine multietnica di terza generazione a mitigare il gaggio rossiccio e fulvo con la varietà di toni da Terra di Siena bruciata fino all’asiatico olivastro: momentanei quadri di varia umanità, tanti piccoli Pollock bastardi ancora da esporsi nel monumentale MUKA. </p>
<p><strong>TRADUZIONI</strong></p>
<p>Eccoli a sguazzare assatanati di risa a chiazze, a schizzarsi bionde treccine e zuccotto, a schizzare pure te, Giona a zonzo nello <em>Stadspark</em> a quattro passi dal quartiere ebraico d’Antwerpen, col fango di pozzanghera, fonte battesimale alla vita a venire, maschi marmocchi ortodossi dai lazzi yiddisch, in una lingua – <em>lontana, da dove?</em> – troppo presto data per morta, a rinascere qui nel futuro del gioco sotto lo sguardo barbuto e distratto di padri intenti a palpare palmari con polpastrelli sicuri nello scrutinio di quotazioni di borsa in anglobo: è il prezzo da pagare ai diamanti affinché il feltro nero dei cappelli continui a luccicare e le arcaiche consonanti trovino ancora le giuste vocali.</p>
<p><strong>SOLITUDINE ALTICCIA</strong></p>
<p>Questo tiepido sole che scende sulla sera d’Anversa dopo i freschi scrosci del giorno, per altro previsti, a rammentarti un barlume d’estate tra le <em>trendy Straaten</em>, i ristoranti e i caffè con ombrelloni a stormire alla brezza che s’alza dalla Skelda, i lecci dei viali a baciarti sulla fronte – Giona – l’inestinguibile sete di conoscere l’Altro e l’Altra, la lingua che mastichi appena mentre la bruna trappista t’aiuta solo a ruttare ancora una volta.</p>
<p><strong>LEZIONE DI LINGUA</strong></p>
<p>E mentre siedi ancora una volta, Giona, alla luce fioca di un altro caffè che ti ha ccolto con la sua atmosfera fuori da qualsiasi percorso turistico – stavolta è l’<em>Entrepot du Congo</em> con le sue colonne, le travi arricciate d’inizio secolo (solo un ripasso recente di lacca), i tavolini in legno massello e piastre di marmo, gli specchi rettangolari ad altezza del capo di chi sta seduto – ti perdi tra le storie narrate nel forte chiacchiericcio dalo sgaurdo vagante di vecchi e isolati fumatori nell’angolo rokers, o dalle sorridenti, violenti scollature di giovani donne colme dell’autostima del loro colore fulvo-fiammingo, per poi ritrovarti ad ascoltare soltanto il racconto tutto suo del sedere della mora cameriera vallone: e per l’ennesima volta sei preso tra il fuoco delle lingue.</p>
<p><strong>ISOLA SUL MARE DEL NORD</strong></p>
<p>Sdraiato in un cosidetto <em>Strandkorb</em>, cesto da spiaggia riparante da flagellanti brezze marine spallucce e pelata, mentre osservi nordiche stirpi a valicare dune millenarie, sabbia trafitta da caspi, cardi selvatici e ciuffi d’erba tagliente, tute sportive biascicanti commestibili ipercalorici fin sulla battigia, dove risale la risacca d’alta marea ad accogliere i pochi arditi a sfidare i 18° dei cavalloni: e tu ti accontenti di cavalcare mentalmente le gonfie nubi pasturone spingendoti al largo di desideri inconfessati.</p>
<p><strong>FRANZ E WALTER (I)</strong></p>
<p>Nel saggio sul Flanieren dedicato al libro di Franz Hessel, Walter Benjamin a un certo punto definisce l’arte compiuta del flâneur [die vollendete Kunst des Flaneurs] come “la conoscenza dell’abitare” [das Wissen vom Wohnen], intendendo l’abitare nel vecchio senso nordeuropeo o mitteleuropeo, in cui al primo posto si trovava la Geborgenheit [il sentimento di sicurezza e protezione]. Anche questo concetto, che fa il paio con la Gemütlichkeit [la confortevolezza] contrasta agli occhi di Giona con l’esperienza che possono aver fatto i più nelle sue italiche terre fino ai giorni nostri. Qui, anche in quelle sparute aree di comodità, piacevolezza, atmosfera, colore e calore, tutto viene trafitto e svuotato dall’invadente artificiosità reale dell’ininterrotta volgarità mediatica.</p>
<p><strong>FRANZ E WALTER (II)</strong><br />
					<em>Wegen der überstürzten Flucht mußte ein Koffer<br />
mit seinen Manuskripten und Tagebüchern in Berlin zurückgelassen werden. Sie sind seitdem verschollen</em> </p>
<p>Valigie piene di appunti, quaderni e taccuini manoscritti, dattiloscritti corretti, ritagli di articoli di giornale sul fondo di qualche baule o cassetta di legno, dimenticati o, più probabilmente, costretti all’abbandono nell’ultima fuga per salvare la pelle: di Franz Hessel, Walter Benjamin, Bertolt Brecht e di migliaia di anonimi e dimenticati… e da allora spariti, cenere o polvere sotto un bombardamento, marciti in qualche cantina o contemplati a temperatura costante in un qualche caveau di tanto in tanto, palpati da un riccastro feticista e – comunque – cancellati allo spirito umano…<br />
Forse oggi qualche pensatore cinese, nordcoreano, curdo, ceceno, iraniano, ruandese o di chissà dove, fors’anche statutinitense, porterebbe con sé una piccola data pen o memory stick o chiavetta con alcuni giga di scritti e sarebbe costretto a consegnarle al controllo del volo in arrivo extra-Schengen e qualche ligio funzionario all’oscuro di lingue e caratteri stando dalla parte della security cancellerà cartelle e file per il bene di tutti. Che fortuna Giona a viaggiare con l’insospettabile stilografica a macchiare di verde scuro un liso taccuino di carta riciclata. </p>
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