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	<title>Giovanni Nadiani</title>
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		<title>STORIES FROM RIDENTE TOWN</title>
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		<pubDate>Fri, 22 Jan 2010 16:23:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gnadiani</dc:creator>
				<category><![CDATA[STORIES FROM RIDENTE TOWN]]></category>

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		<description><![CDATA[UOMO DI BUONA VOLONTA’ Il bello del lavoratore precario è la sua libertà di scelta: lavoro o non lavoro. E Giona aveva scelto. Del resto erano anni che sognava di abbandonare per un po’ il freddo puttanone nebbione padano e spararsi alcune settimane a Santo Domingo, come facevano ormai tutti. E stavolta anche il broker [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>UOMO DI BUONA VOLONTA’</strong></p>
<p>Il bello del lavoratore precario è la sua libertà di scelta: lavoro o non lavoro. E Giona aveva scelto. Del resto erano anni che sognava di abbandonare per un po’ il freddo puttanone nebbione padano e spararsi alcune settimane a Santo Domingo, come facevano ormai tutti. E stavolta anche il broker (cus’ël e’ broker?, non l’aveva mai capito, quello a cui si lascia un quinto delle stipendio, quale stipendio?) lo aveva sconsigliato caldamente dal prendere un ulteriore prestito per la vacanza di sogno: già aveva in scadenza inevasa le 48 rate del divano-dimora sul quale si gingillava nelle troppe ore di ozio forzato davanti a Sky (ma quale cielo?) e le 32 della Hyunday, per la cui assicurazione si era inginocchiato ancora una volta (volta più volta meno) davanti alla vecchia zia zitella, che gli voleva così un bene a quel suo ragazzo tanto volenteroso, una volontà di ferro, disposto a tutto, e tanto sfortunato da “non sistemarsi” mai, intendendo il posto fisso in qualche ufficio comunale. E allora Giona aveva scelto. A lui, del resto, avevano fatto sempre tanta tenerezza quei Babbinatali rampichini: appesi a un cornicione con una mano, su una scaletta appoggiata precariamente a un comignolo, abbracciati languidamente a una grondaia o a cavalcioni di una ringhiera di balcone: così soli nel loro lavoro indefesso e tanto esposti agli agenti atmosferici. A Giona si stringeva il cuore soprattutto quando verso giugno, battuti dallo scirocco e dal libeccio, perdevano la cuffia e si scolorivano, si smalvivano.<br />
Ora toccava a lui. Era diventato uno di loro.<br />
L’idea era stata di una multinazionale dell’elettronica sita nel nuovissimo IperCeramiche, alla confluenza delle grandi arterie stradali che ormai asserragliavano da tutti i lati Ridente Town, ormai spazzata definitivamente qualsiasi parvenza di campagna: ingaggiare con contratti co.co.pro. Babbinatali viventi, in carne e ossa che, a differenza di quelli Made in China, nella loro statiticità pur erano costretti a muoversi e a dimenarsi in qualche modo sottolineando così il movimento flessuoso e dinamico dell’economia. Turni di 24 ore intervallati da 12 ore di riposo, da metà ottobre all’Epifania, e su questo Giona era sicuro: lui almeno non si sarebbe smalvito.<br />
Certo, un lavoro duro al pari dei carabinieri perennemente piantonati davanti alla Banca D’Italia o delle guardie penitenziarie, comunque sempre meglio che andare in miniera o in fonderia, e in ogni caso la sicurezza sul lavoro era garantita da una imbragatura a prova di bomba Made in Germany con dei moschettoni speciali in acciaio della Thyssen-Krupp: tutta roba firmata.<br />
E ora Giona era lì, proprio nella Santa Notte, a cavalcioni della ringhiera che sosteneva la megainsegna dell’outlet parallelepipedo-elettronico, con i pantaloni imbottiti con un cuscino per non schiacciarsi completamente i cosiddetti, che spostava di tanto in tanto con una mano da dentro la tasca come i vecchi in piazza nei giorni di mercato. In saccoccia aveva i panini del rifornimento e il termos del Gatorade caldo arricchito da una manciata di puro cloruro di sodio del Mare del Nord. Alle prime ombre della sera aveva schiacciato un piccolo interruttore incorporato e sulla schiena si era illuminata una grande scritta azzurro fosforescente, una sorta di cresta di drago: BUON NATALE A TUTTI GLI UOMINI DI BUONA VOLONTÀ!<br />
“Mammina, mammina, guarda quel Babbonatale là a cavalcioni, si muove, sembra proprio vero”. “Ma no, tesoro, va a pile, guarda solo come luccica!”</p>
<p><strong>GENIO ALLO SPECCHIO</strong></p>
<p>Trent’anni prima, agli albori della sua fortunata carriera di ideatore e organizzatore di eventi culturali di cui nessuno serbava memoria una volta avvenuti, per scherzo qualcuno gli aveva messo una pulce nell’orecchio sinistro, insalivandogli padiglione, chiocciola e martelletto con un sussurro: “Giona, sei un genio!”<br />
Giona aveva trasformato un soprannome, rimastogli appiccicato dai gloriosi Settanta, quando si esibiva come frontman del complesso – all’epoca si chiamavano così, oggi sarebbero stati una band – I Giovani Nati, in estenuanti tournée estive sugli stages (carri agricoli) dei campi sportivi di Reda, Bareda, la Pì d’Curleda, Fosso Ghiaia e Rocco Bilaccio (si consigliano le catene montate in qualsiasi stagione) e relative groupies, in nome d’arte per la sua factory.<br />
Anche stamattina, diciamo: in questa tarda mattinata, e visto che ci siamo: a mezzogiorno Giona si trascina stancamente allo specchio del bagno con Jacuzzi alzandosi sonnecchioso dalle accoglienti coperte del giusto riposo di un manager che si rispetti, dopo una nottata passata ad accudire l’ennesimo Evento meglio di una badante con le chiappe di un vegliardo e a mettere sotto chiave l’incasso senza aver lasciato un cent agli artisti invitati e mitragliati nei media locali in tutte le salse: “Per voi, ragazzi, è tutto grasso che cola, tutto promotion, e oggi senza communication non si va da nessuna parte, nowhere, siatemi grati di avervi concesso di esibirvi a Ridente, una piazza, una location fondamentale per la vostra affirmation, un future garantito al costo di una trasferta. Buona notte and see you!” E chi si è visto, s’è visto.<br />
Allo specchio, con gli occhi ancora pesti, saluta a uno a uno in un abbozzo di sorriso – in realtà il solito ghigno mediatico che lo caratterizza – gli ultimi capelli sopravvissuti al logorio della vita da impresario di se stesso. Sì, ormai dall’alto del suo conto in banca, una volta liquidata la percentuale della socia, la spalla-segretaria-amante-tuttofare, in un’epoca transgender definita il Gatto, essendo lui la Volpe, secondo la leggenda metropolitana messa in giro da quell’invidiosa accolita di “operatori culturali” locali, da quel culturame straccione di Ridente fatto di illusi e collusi, un ammasso indistinto di scrittori, editori, teatranti, musicanti, cabarettisti, librai, cineasti e poeti dialettali – sì, lui può dirselo anche stamattina, come ieri e domani, seppure in un ultimo moto di incerta modestia non osa pronunciarlo ad alta voce, se lo sussurra soltanto: “Giona, sei un genio!”<br />
Un conto in banca che tra poco avrebbe rimpinguato ulteriormente con l’incasso della sera, ma che altrimenti non movimentava: al momento meglio non investire, non fidarsi dei promotori bancari e finanziari, quei broker non gliela vendevano, poveri pataccari, a lui, lui il broker della cultura!<br />
Il colpo principale della sua genialità era consistito in un impiego accorto, studiato in ogni minimo dettagliato della self-promotion, della communication, e a volte, con un sospiro di insofferenza, si chiedeva come mai non gli fosse stata ancora conferita da una delle tante e prestigiose facoltà universitarie della sub regione uno straccio di laurea honoris causa in Scienza delle Comunicazioni, che poi avrebbe appeso dietro la scrivania nel suo ufficio, sulla cui porta una targhetta d’oro massiccio (l’unico vezzo che si concedeva, lui, uomo che veniva della terra e che conosceva il valore del denaro sudato): GIONA EVENTS – Project Manager.<br />
Non passava giorno cha la local press pompata a dovere, non riportasse l’ennesima ideuzza elucubrata dalla crapa pelata di Giona per – a suo dirsi – unicamente accrescere la notorietà della ridente cittadina, con il relativo indotto per politicame, commercianti, imprese, che tutto sommato, di questo era certo, dovevano quasi tutto a lui. Generalmente, accanto ai titoli cubitali si stagliava una foto col ghigno di Giona intento a stringere la mano della Ministra della Cultura di turno, a prescindere dal colore – “La cultura è di tutti, trasversale alle ideologie” affermava ecumenicamente in ogni occasione Giona – scesa in quella lontana provincia del Basso Impero a tagliare il nastro dell’ennesimo International Mega Event. Ed era stato lui a portarla lì, a Ridente, la Ministra! Ci provassero gli altri!<br />
Giona-Genio metteva quotidianamente in moto la macchina comunicativa nel tardo pomeriggio con un primo spreading di e-mail sparate a tappeto, che misteriosamente aggiravano qualsiasi sistema anti-spam adottato dagli ignari destinatari; passava poi a movimentare oculatamente alcuni social networks (a Giona piaceva la “s” del plurale inglese e la usava sempre), su uno dei quali si vantava di avere un milione di amici, per terminare a sera con alcune interviste rilasciate a emittenti radio-televisive di tutti i tipi e per tutti i target, che aveva sollecitato stuzzicando da par suo le giuste leve, arrivando talvolta su su fino a una finestrella nel telegiornale di massimo ascolto della Rete Ammiraglia. Un dispendio di energie sovrumano, ma era il prezzo da pagare alla Certezza che era riuscito a inculcare in generazioni di sindaci e assessori alla cultura e al territorio nonché alle danarose Associazioni di Categoria (insomma in tutti coloro che gestivano i cordoni della borsa aprendoli direttamente sul conto corrente di fantomatiche associazioni culturali che, dopo svariati giri, confluivano tutte nella non ancora premiata ditta Giona srl, affinché tutta Ridente ne guadagnasse). La Certezza di una fiaba campestre: per loro Giona costituiva da sempre l’ineguagliabile, indispensabile interlocutore privilegiato delle amorfe masse giovanili. Del resto, lui aveva cavalcato tutte le possibili mode mainstream o alternative, sotterranee o sub qualsiasi cosa, restando sempre sulla cresta dell’onda, mentre le onde s’infrangevano travolgendo mode modisti e modaioli. Di questo era convinto l’establishment (un colpo di genio della communication): Giona è in grado di manovrare e di indirizzare a suo piacimento il “voto giovanile”.<br />
Mentre molti “giovani” da tempo ormai erano impegnati in uno sfibrante “servizio nonni” full time spingendo nipotini in carrozzina, Giona era assalito sempre più da un cruccio: Non tanto la radura aperta sul cranio, del resto le teste rapate andavano ancora di moda e un po’ di tinta sul coppetto avrebbe fatto il resto. No, piuttosto a tormentarlo erano quelle macchie sulla pelle, bugni e protuberanze varie, tipiche di una pelle sessantenne, qual era quella di Giona, resistenti a qualsiasi crema o intervento anti-aging: si rendeva conto che come referente dei giovani stava perdendo lentamente, molto lentamente in verità, credibilità. E anche stamattina quell’infimo, subdolo, insistente pensiero si sta insinuando tra il lavorio geniale di neuroni e sinapsi sotto l’autunnale scatola cranica di Giona: anche il batterista dei Pooh ha smesso…</p>
<p><strong>AFFARI PRIVATI</strong></p>
<p>Uno, tipo Giona, sulla quarantina, un tipico non-vincente stempiato, ecco uno come lui che non possiede nemmeno le physique du rôle, che vedresti bene in silenzio dietro il suo bicchiere di rosso al tavolo di una di quelle osterie vintage, toh anni Cinquanta dal sapore di foto in bianco e nero, ecco una di quelle insomma Made in Ikea, un tipo taciturno come Giona, che ha fatto dell’inapparenza e della discrezione – virtù che non trovi più neppure sul dizionario Zanichelli – una vera filosofia di vita, non come certuni che se non appaiono (possibilmente sullo schermo) non esistono, ecco da uno come lui non ci si aspetterebbe mai che certe cose, certi affari privati, li andasse a spiattellare in piazza, o meglio: al bar, che poi è anche peggio, come ha fatto l’altra sera, che ci siamo rimasti tutti a bocca aperta da smettere di seguire la partita su Sky, lui che al massimo ti saluta con un grugnito. Ma si vede che era alla frutta ovvero che i cosiddetti gli erano esplosi del tutto.</p>
<p>“Ciô, non ero proprio capace di svegliarmi… era come un sogno cattivo, sì un incubo che non voleva finire. Io, sì ero io, anche se nel sogno non vedevo la mia faccia – che ci sia un significato recondito? – tutto stracciato a carponi sotto il sole cocente da non riuscire a tenere gli occhi aperti, e attorno tutte dune, montagne di sabbia infuocata sbattute dal vento, coi granelli che mi si infilavano dappertutto e… e… – sì, questo me lo ricordo bene – una sete bestiale, la gola secca in fiamme, e i granelli come tanti piccoli aghi, senza più voce per invocare un po’ d’acqua, e nessuno che mi sentisse: una solitudine totale, quasi metafisica – si dice così? – E io che avevo sete… Sarà stato perché lei, il mio amore ah ah, lei s’era rotto il cazzo una volta per tutte e se n’era andata sbattendo la porta: ‘Ma dove vai, che fuori c’è la tormenta, nevica che non s’è mai visto!’.<br />
‘Basta, non ne posso più di uno sfigato di precario che pensa solo al gioco d’azzardo con altri morti di fame come lui e che puzza sempre di vino, almeno fosse cuba libre!’ Ed era stata inghiottita dalla notte siderale e luccicante di Ridente Town, va be’ concedete anche a me un po’ di poesia…<br />
E io son rimasto lì in ’sto deserto, che non riesco più ad andare avanti, con ’sta sete che mi divora, datemi da bere! Da bere, se è acqua, va bene lo stesso! E chissà come mi sono svegliato in una pozza di sudore, che avrei bevuto anche quello, e sono corso subito in cucina per tirare un bicchier d’acqua fresca dal rubinetto. Ma dal rubinetto è scesa solo una goccia arrugginita – porca miseria, si sono ghiacciati i tubi! – poi, dopo un po’, comincia a uscire una pallina di plastica azzurra, un piccolo tonfo nella scafa, e s’è spaccata: ne è venuto fuori un bigliettino spiegazzato, a lettere cubitali: ‘SE VUOI BERE, PAGA. Firmato: NEW ERA – La TUA Multiservizi’. Cazzo, che roba è mai questa. Ma io voglio bere, bere, bere. Sento uno scuro sbattere, mi viene in mente che fuori nevica di brutto e mi precipito sull’uscio di casa: voglio raccogliere una manciata di quell’oro bianco, scioglierlo sul gas e poi berlo, cazzo, ho sete! E proprio mentre sto per raccattare un po’ di quel soffice e luccicante bianco, una voce da un altoparlante mi intima: ‘Alt! Proprietà privata. Prima di accedere al servizio, verificare se si è in regola col pagamento delle bollette precedenti sui beni atmosferici scrivendo con un dito il codice cliente sul bene desiderato: aria, pioggia, vento, grandine, neve.’<br />
E io che non mi ricordo mai il codice cliente perché le bollette le ha sempre pagate lei, ma io ho sete, sete, tanta sete e… mi guardo attorno, faccio l’indiano e, mentre quella voce non smette mai di ripetere la solfa, raccolgo di soppiatto una manata di neve e me la ficco in bocca…<br />
Non l’avessi mai fatto! Peggio di prima: al confronto il peperoncino negli occhi è una carezza erotica! Io che brucio tutto, mi brucia tutto: le labbra, la lingua, i denti, le gengive e in gola come se avessi degli aghi che forano, e quell’assurda voce che ora stride nelle orecchie rintronate: ‘I trasgressori saranno puniti con la legge del contrappasso!’<br />
Be’, vi dico una cosa: per salvarmi non m’è toccato di attaccarmi al boccione del sangiovese, che, cazzo!, almeno quello era il mio, che me l’aveva regalato il mio capo con la lettera di licenziamento”.</p>
<p><strong>COLORI</strong></p>
<p>In pigiama, spalancò con un colpo netto gli scuri richiudendo di tutta fretta i vetri. Posò le mani sul termosifone e lasciò correre la vista sulla “morsa di ghiaccio” – come riferivano instancabili i bollettini stereotipati degli organi di informazione – che le si apriva davanti. Era al mattino che Giona, alla faccia anche dei nuovi occhiali, provava tutto l’astigmatismo di cui soffriva ormai da vent’anni: l’abete innevato nel giardino del vicino si ergeva su due tronchi e il numero dei passeri che stridevano incazzati sugli ultimi due frutti del cachi – due decise pennellate d’arancio su una tela gelidamente bianca – era spropositato: tutto veniva implacabilmente raddoppiato. Ovviamente Giona sapeva trattarsi di un unico frutto, l’ultimo non ancora del tutto sbecchettato, ma le piaceva lasciarsi ingannare: fortunati loro che nessuna beccaccia, nessun merlo, per non parlare degli storni, se ne fossero ancora accorti.</p>
<p>Avevano smesso di salutarsi con un bacio al mattino un po’ alla volta, quasi senza rendersene conto: uno sguardo bastava a farli riemergere, ciascuno per proprio conto, dallo stordimento notturno, fatto di emicranie, scalci incoscienti e balzi improvvisi per rigirarsi nel letto – per non disturbarsi reciprocamente russando, da sempre dormivano uno con la testa ai piedi dell’altra, posizione permessa loro da lenzuola e coperte di tipo scandinavo.<br />
Lui grufolava già sulla colazione, biologicamente sana e abbondante, inebriandosi col profumo di un’intera moka, immerso come ogni santo giorno su quell’infinita, assolutamente illeggibile – su suo consiglio, Giona ci aveva provato, se non altro per avere un argomento comune di conversazione, inutilmente: non era mai andata oltre la prima pagina e mezza – trilogia narrativa di Beckett. E lui, il marito, il compagno, l’amante, il partner, ciò che era stato, di tanto in tanto sghignazzava tra sé, sottolineando con la stilografica alcune righe: più tardi le avrebbe trascritte in un taccuino che portava sempre con sé. Ciò sembrava bastargli tutto il giorno, fino al mattino successivo. Talvolta addirittura si ripeteva certe frasi ad alta voce, come in trance, in un sorriso, un ghigno: “Decomporsi è ancora vivere, lo so, lo so, non tormentatemi, non si può essere sempre tutti d’un pezzo… ah ah… perché il futuro, non parliamone, non ha proprio nulla d’incerto.”</p>
<p>Intenzionata ad adagiarsi sulla stuoia, un vello di morbida lana bianchissima e calda, per il consueto “saluto al sole” e gli altri esercizi di yoga che le avrebbero infuso la giusta energia e il necessario equilibrio fino a sera, Giona vide emergere sulla neve due ombre che la salutavano, forse sorridendo. Strinse gli occhi nel tentativo di mettere a fuoco le sagome che, sì, la stavano proprio salutando allontanandosi sulla neve gelata: le sembrava quasi di sentirne lo scricchiolio: la figlia e il figlio sorridenti, che da anni vagavano lontani per il mondo in cerca della loro strada, abbandonata per sempre Ridente Town, su una coltre di neve nera.</p>
<p><strong>SOLLEVAAARSI</strong></p>
<p>Lo zainetto “invitto”, decisamente fuori moda quasi da una generazione ma funzionale quanto l’Eastpack di serie, ereditato in tempo di crisi dal fratello maggiore, giace inesorabilmente floscio (vuoto dei libri sotto il peso dei quali la schiena potrebbe subire danni permanenti) sul ghiaino ancora lustro di umidità. Giona, invece, giace sulla panchina fredda, dimezzata dal bracciolo di metallo antibarbone, le gambe accavallate proprio sul bracciolo a mettere in bella mostra le sneakers anni Settanta sfilacciate e slabbrate, dal padre a suo tempo dimenticate in soffitta. Da un po’ è in attesa che un cool hunter, un cacciatore di tendenze di una qualche azienda d’abbigliamento, lo scopra per copiarlo; per il momento si limita a fare lui la tendenza lanciando quella moda tra i compagni e, soprattutto, le compagne di classe, tutte tranne una.</p>
<p>Ed è proprio lei, la Compagna, che ora, sotto i raggi di un sole incredibilmente caldo per febbraio – ma tutto l’inverno era stato di una mitezza quasi primaverile da far immaginare l’innalzarsi dell’Adriatico per lo scioglimento dei poli fino a sommergere anche Ridente Town: del Parco Urbano si sarebbero visti solo più i pini sulla collinetta artificiale – si manifestava nella fantasia di Giona con il dissolversi graduale della nebbia. Lei, la Compagna, che ormai a pochi mesi dalla maturità, rimaneva il chiodo fisso dei suoi pensieri. Immerso in quella visione a occhi aperti, mentre gli auricolari gli sparano per la millesima volta il falsetto di Elisa “Ti vorrei sollevaaare…”, trasbordato su quell’Ipod dismesso acquistato su ebay dal CD (lui che per principio non comprava mai dischi), per il quale aveva inconsciamente lasciato l’ultima, davvero ultima paghetta, come gli aveva garantito il suo vecchio, ormai cassaintegrato e anche lui dismesso, solo perché infatuatosi (da masturbarsi) del tatuaggio azzurrino sul seno sinistro della cover, non sente i commenti nella lingua secca e arcaica dei primi pensionati a spasso coi cani vogliosi di pisciare attorno alle “loro” panchine sulla gioventù sfaticata: “Vóia d’lavurê seltam adös…”</p>
<p>La maturità, cinque anni di mazzo in quella scuola e poi? Per cosa? L’università? Per spostare in avanti, e con i soldi di chi, lo stesso risultato? I cervelli non erano più richiesti, e nemmeno la mano d’opera per pulire i culi dei vecchi, monopolio di un cartello di stranieri e di indigeni cinquantenni espulsi dalla produzione… E questi qua al governo che pensano solo al proprio tornaconto e a quello di parenti, amici e amiche in particolare; per non parlare degli altri intenti a farsela con trans e viados di tutte le specie – per carità: il lavoro, è lavoro, rispettiamolo e uno/una dà quel che può, ma qualcuno dovrà pur fare anche politica, o no?<br />
“Ti vorrei sollevaaare, ti vorrei consolaaare”. No, Giona, ormai un pesantissimo sacco di patate evaporante sotto il sole nel cielo fattosi terso, non vuol essere consolaaato… Ma per la miseria, perché lui e tutti quegli altri pecoroni si avviano ogni mattina, appena scesi dalla corriera, alla macellazione del proprio futuro senza sollevarsi?<br />
“DovremmO invadere la statale numero nove, occupare il municipio di Ridente, minacciare di buttarci giù sulla Piazza del Popolo dopo aver sequestrato il segretario comunale, e invece accettiamo tutto così supinamente, sdraiati sul quotidiano fatto di lagne virtuali su qualche social network assetato di dati di potenziali consumatori, aperitivi scroccati alle zie e sniffate di noce moscata, altro che ‘generazione mille euro’, in questo sistema ognuno è l’imprenditore di se stesso: sarà grassa intrufolarsi in un call center a € 250,00 lordi al mese fregando sul mobbing la concorrenza…”<br />
“Ti vorrei sollevaaare…”</p>
<p>Agli occhi fantasticanti di Giona ormai la compagna si era completamente manifestata in tutto il suo splendore: Compagna Precarietà.<br />
“Fido, dove vai, non scappare, vieni quaaa Fido!”<br />
Troppo tardi: Fido ha alzato la zampa e, sicuro di sé, lascia il sentore inconfondibile del suo passaggio sulla “sua” panchina spruzzandolo in faccia a Giona.<br />
E Giona si solleva.</p>
<p><strong>BULLDOZER TOURISM</strong></p>
<p>La decadenza di un’intera nazione, di una regione, di una città, era direttamente proporzionale alla mancanza di innovazione, a quel dormire sugli allori sibilando soltanto lamenti contro l’invadenza della concorrenza – vuoi spagnola, vuoi greca o tunisina, a seconda delle annate – tipica di tanti suoi corregionali albergatori e operatori turistici: Giona ne era più che certa.<br />
La conferma l’aveva avuta durante l’ultimo viaggio a Berlino in qualità di guida turistica locale (munita di patentino regionale) e internazionale: ma come avevano fatto a non farsi venir loro, in Romagna, a Ridente, per primi quella idea?! Con tutte quelle schiere di pensionati appoggiati al cannone della bicicletta in estasi davanti al procedere dei lavori nei mille cantieri di cui andava fiera la cittadina e le tante ridenti consorelle?! Mera assenza di iniziativa, curiosità azzerata, cultura della decadenza!<br />
Eh no, non si poteva più andare avanti così, con ’sto lamento perenne e annoiante: che il Belpaese  non tira più come una volta, che non bastano vitelloni&#038;pedalò, disco-pub&#038;happy-hour&#038;Fellini, piadina&#038;ceramica! E allora? Allora ci voleva un kick particolare che stuzzicasse il potenziale cliente, come a Berlino per esempio, che tra l’altro Giona aveva trovato pullulante di italiani, quasi come camminare per Ridente nei giorni di mercato.<br />
Lì, da quando avevano tirato giù il Muro, stavano tirando su un’altra metropoli: la città trasformata in un unico cantiere a cielo aperto e, come se non bastassero tre aeroporti, ne stavano varando un altro a perdita d’orizzonte: durata del cantiere: 15 anni. Ma – e questo era il punto! – già adesso code infinite di shuttle vi rovesciavano migliaia di turisti tutti i giorni e tutte le notti, a getto continuo, proprio davanti a quella aviostazione in fieri. Corrierate di ominidi digitalizzati pronti a fissare sui loro supporti quel fantastico e stratosferico Baustelle – sì proprio come il gruppo musicale – salivano sulla piattaforma, un’impalcatura tra le altre, costruita allo scopo ai margini dell’infinito cantiere con le sue 4.000 gru a forare il cielo, i bulldozer, i caterpillar, gli escavatori, tutte quelle formichine nei loro caschi bianchi protettivi in continuo fermento: di notte, sotto i fasci di luci multicolori, uno spettacolo nello spettacolo!<br />
Certi turisti in volo low-cost, ma pure residenti con l’abbonamento annuale, al pari dei pensionati di Ridente in Corso Mazzini, tornavano tutte le settimane su quella piattaforma e, imbroccato il binocolo, erano pronti a stupirsi del celere ma a occhio nudo impercettibile progredire dei lavori in corso…<br />
Era un business a costo zero! I sociologi, nel tentativo disumano di spiegare quel fenomeno, avevano coniato il sintagma “Fascino dell’Inconcluso”, una particolare forma di sex-appeal intellettuale che seduceva le masse. E a Francoforte e a Parigi lo stavano imitando…<br />
Perché dunque non organizzare corrierate di turisti crucchi, asiatici e moscoviti da Cesenatico o Marina Romea, o direttamente dagli aeroporti “Marconi”, “Ridolfi” e “Fellini”, alla volta della famigerata E45, da quarant’anni un fascinoso cantiere dell’inconcluso?! Perché no a un cantiere della TAV, oppure a quell’indicibile opera d’arte contemporanea, a quell’installazione a cielo aperto che Giona aveva adocchiato qualche giorno prima alle porte di Ridente verso il Capoluogo?!<br />
Un’opera senza paragoni, che neanche Maurizio Cattelan coi suoi falsi bimbi impiccati… Indescrivibile seduzione: un cavalcavia spezzato a metà pendente sopra un campo di erba medica, di spagnera verdissima. Eccolo nel bianco immacolato del cemento stagliarsi contro l’azzurro: un colpo d’occhio fenomenale: l’art pour l’art allo stato puro, di cui è superfluo chiedersi il senso: si deve solo contemplarla per arrivare alla Conoscenza.<br />
Giona ha deciso: se la gente fa la fila per le mostre, la farà anche per lei: si farà promotrice dell’ “evento conoscitivo” imbarcando nugoli di giapponesi e sovietici foresti alla volta della “sua” opera, che lei spiegherà loro in tutte le lingue e le salse essere stata possibile al pari della cupola di Michelangelo soltanto nel Belpaese: <em>Ridente’s Half-Bridge over the Grass</em>.<br />
Ha già commissionata alla fabbrichetta cinese dietro casa la produzione in serie di un mezzo cavalcavia in bachelite come gadget-portachiavi da smerciare ai suoi clienti su cui risalta la scritta: “L’inconfondibile fascino dell’inconcludente”, che – dice a se stessa ridacchiando – potrebbe essere anche il titolo di un bestseller, che magari scriverà.</p>
<p>(15 febbraio)</p>
<p><strong>STALKING!</strong></p>
<p>Non c’è denuncia che tenga, Giona lo sa: deve sbrigarsela da sé. Tanto i Carabinieri arrivano sempre dopo il fatto. E qui ne va della sua liberà. Ormai non può più muoversi: è una persecuzione continua. Non respira più. Appena prova a uscire, eccole lì pronte all’attacco, pronte a colpirlo nei modi più impensabili e da tutte le posizioni e postazioni.<br />
È proprio come aveva appena finito di leggere sul giornale, al quale la always-sorridente bionda star – la perfetta dentiera promanante dagli schermi di mezza Europa in varie lingue, avendo avuto lei in dono oltre alle lingue della elvetica Confederazione Bancaria, oltre all’ombelico perfetto, anche quello della diretta pluriubiqua – aveva rilasciato un’intervista sullo scottante argomento: «Quando uscivo di casa mi guardavo sempre le spalle. A un certo punto avevo il timore di essere aggredita persino sul palco; mi sentivo molto vulnerabile. Poi però ho capito che dovevo superarlo, che se ho scelto di fare questo lavoro, devo accettare la mia esposizione» (Gazzetta di Ridente). E la star elvetica aveva ottenuto giustizia: la nuova legge contro lo “stalking” era entrata in vigore e lei era riuscita a farla valere. Anche Giona avrebbe voluto giustizia, e l’avrebbe avuta.<br />
Con la sua dichiarazione alla stampa la star aveva messo il dito nella piaga, anche di Giona: esposizione. Giona era esageratamente esposto, anzi era sovresposto mediaticamente!<br />
Questo era il suo vero problema e il suo cruccio: troppo esposto, sempre sotto i fari, le luci della ribalta: le stroboscopiche luci emanate dagli ultimi modelli di videogiochi nonché la fibrillazione ad alta definizione del nuovissimo megaschermo LDC del televisore appeso a tutto una parete appena varcata la soglia del Bar del Borgo Vecchio. Esposto ai grandi occhi che lo seguivano silenziosi pronti a impallinarlo per ogni dove sotto il loggiato illuminato a giorno 24ore24 – affinché tutte vedessero, tutte sapessero –, contornanti piazze, piazzette, slarghi, vicoli e viali di Ridente Town. Impossibile ormai la fuga per Giona: massima esposizione! Ovunque luci al neon da macellaio mettevano a nudo implacabilmente la sua indole, peggio dei body scanner di London Heathrow. Per non parlare degli Iperqualsiasicosa: non faceva in tempo a parcheggiare la vecchia Fiat 127 a metano (bombole in esposizione) che già le sentiva – era proprio una percezione fisica che lo attraversava tutto come una scarica elettrica – pur non vedendole ancora. Erano là accovacciate sopra e sotto i cornicioni color mattone, le sue tantissime, ingestibili fans in trepida attesa: loro conoscevano, avevano interiorizzato e memorizzato centinaia, migliaia di volte le sue abitudini: lo conoscevano a memoria senza avergli mai parlato.<br />
Ma al peggio non c’era limite: anche tra le mura domestiche, quando l’essere umano si rilassa abbandonandosi in solitario alle più indicibili nefandezze o a i più reconditi piaceri (stare seduti sul water fino a non percepire più le gambe informicolite sprofondati nella postmodernità di Don De Lillo; annusare i calzini reduci da un’intera giornata all’interno delle snikers dicendosi che quell’alone è il sentore della vera vita vissuta; lo sbattersi in padella per la settima volta consecutiva nell’arco di una settimana sei uova con la pancetta rammentandosi la battuta del vecchio poeta friulano: «Il colesterolo l’hanno inventato gli americani; prima non esisteva!»), ecco proprio in quei frangenti, quando Giona pensava di potersi abbandonare a coscienza disattivata al più semplice e naturale dei gesti, lui si sentiva – sì, il suo era un dolore fisico – forare, perforare, trapassare, penetrare dai loro sguardi, accompagnati dal solito gorgheggiare di piacere anticipato.<br />
Ma a volte, nonostante tutto, riusciva a scordarsele e, dimentico anche di sé e del mondo, come questa sera, apre la porta a vetri che dà sul balcone per far entrare, dopo tanto, una brezza che non sa di polveri sottili, e avvelenarsi con qualche ciucciata di mezzo toscano.<br />
È un attimo: non fa in tempo ad appoggiarsi alla balaustra e ad accendere con un sibilo lo zolfanello da cucina, protetto tra le mani congiunte a preghiera laica, che loro, le fans, gli sono addosso: colpito e registrato: dalla pelata gli cola materia densa e giallognola, mentre la lucina intermittente dell’occhio inesorabile e sempremobile imperterrita continua il suo lavorio.<br />
Giona scatta in casa: afferra la cartucciera e imbracciato il fucile da caccia a cinque botte si precipita in strada.<br />
È strage! È giustizia!<br />
Diciassette tortore e quindici telecamere nel raggio di duecento metri. Non male per cominciare.</p>
<p>(29 marzo)</p>
<p><strong>ESTATE DIVERSA</strong></p>
<p>Eh sì, l’estate una volta era diversa.<br />
Lo dicono i vecchi – ma lo dicevano già i vecchi di trent’anni fa – e lo dicono i giovani (ma fino a che età si rientra ancora in questa fascia? Per la pubblicità rivolta ai clienti danarosi: 49 anni, dunque fate voi) e lo dicono i bambini delle elementari: ah quelle estati passate all’asilo nido sullo scivolo di plastica dura!<br />
Per Giona, in ogni caso, l’estate era cambiata veramente.<br />
A metà degli anni Novanta, appena conseguita la sudata licenza media, da grande sognava di fare il fonico, anzi il sound engineer in un suo studio di registrazione producendo nel tempo libero gruppastri di giovanissimi dalle potenzialità hendrixiane, e comunque arrivare dietro a una consolle almeno live, nei concerti rock-pop&#038;co. dal vivo che attraversavano in lungo e in largo l’intera Penisola. E, incredibile a dirsi vista la giovane età, era riuscito per via della sua statura già da adulto, ma soprattutto per via dei suoi bicipiti e pettorali che si ritrovava dai geni ereditati, a farsi ingaggiare da una ditta specializzata, un cosiddetto service, che predisponeva tutto per i concerti: dal palco coperto all’amplificazione, passando per luci, fumogeni, transenne e tribunette in tubolari. Un contratto tutto compreso per quella che sarebbe passata negli annali come la “mitica” tournée del grande rocchettaro intergenerazionale Marco Rossi, detto “Smarco” dalla sua indimenticabile hit, canticchiata anche da Giona, “Io mi smarco, io mi smarco e resto in folle…”: 16 ore di lavoro al giorno, catering, roulotte per i pisoli durante gli spostamenti, docce e cesso mobili per quattro-mesi-quattro di paga. Aveva calcolato che se ce l’avesse fatta ad arrivare in fondo, avrebbe potuto vivere con uno spillaggio da pascià per almeno i primi due anni delle superiori, all’inarrivabile Istituto Tecnico Statale di Ridente, al quale aveva intenzione di iscriversi per diventare perito, conseguire il diploma che gli avrebbe dischiuso le porte degli studi, del suo studio di registrazione. La notizia aveva lasciato senza parole i suoi vecchi, che già gli avevano intimato per i tre anni delle medie: “Studia o vai a lavorare subito! Ci siamo rotti i coglioni di avere soltanto un figlio sonnecchioso e morto di seghe!”<br />
Era stata una tournée sfiancante, che però gli aveva insegnato i fondamentali della vita: taci; occhi a terra e smàzzati; capisci il lavoro; accetta la derisione del capo e dei più vecchi; non tirarti mai indietro; conquistati la fiducia che procura solo la fatica indefessa!<br />
Nella sua divisa di completo nero, compresi caschi e scarponi da lavoro a norma, risaltava soltanto il giallo fosforescente della scritta sul dorso della maglietta: STAFF, di cui andava orgoglioso e che prima di partire aveva fatto passare sotto il naso con un ghigno ai vecchi increduli.<br />
Giona aveva montato e smontato tubolari sudando come un vitello da macello, erano vere pozzanghere di sudore, suo e degli altri avventizi, sbullonando da un’alba all’altra, sonnecchiando nelle altrettanto sfiancanti trasferte in roulotte al seguito dei Tir col materiale, danzando e cantando a squarciagola sotto il palco mentre smistava chilometri di cavi, al ritmo delle boccheggianti lyrics sbracate di Smarco. Era stata un’estate memorabile, secca e solo con qualche sporadico temporale a innaffiare il prato spelacchiato e polveroso di certi stadi, ma nessun concerto era saltato. Era tornato a Ridente a fine settembre: non un filo di grasso, muscoli d’acciaio e gruzzoletto sul libretto emesso dalla Banca di CreditRidens per gli studi e lo studio, il suo. </p>
<p>E lì era rimasto: agli scarponi antiurto, alle vesciche ai piedi, alla maglietta nera, ancora quella, nel frattempo slavata con la scritta quasi irriconoscibile e pure rattoppata, ma era un cimelio da non potersi dismettere, un pezzo di storia, la sua. E lì era rimasto.<br />
A volte, nella vita, nelle vite di uomini e donne, succede: anche a Giona era successo. Lì era rimasto, soltanto le locations e le musiche erano cambiate. Ora sopravviveva con la sua pseudo ditta, la “Giona’s Allservice” montando e smontando tubolari nelle sagre del forese di Ridente, che avevano sostituito da un giorno all’altro le feste di partito: era riuscito a perforare il “cartello” che deteneva quel potere suggellato dalla bandiera della Comunità Europea che garriva assieme a quella della Società Festival&#038;Sagre davanti al suo megamagazzino-deposito-ufficio in cemento armato di recente costruzione.<br />
Sì l’estate era diversa: alle piogge torrenziali ecco seguire l’afa annichilente dei 40° notturni.<br />
E anche stasera Giona alla consolle scuote il codino, rimasuglio della lunga coda di cavallo giovanile, la fronte stempiata luccicante di sudore sotto la luna piena, al ritmo del brano in playback, La mia terra, eseguito con generosi sforzi vocali dal grande Lauro Ferrara, ex cantante dell’orchestra Casadio, la pelle sessantenne lampadata a puntino, i capelli nerissimi impomatati di lucido da scarpe sul completo bianco (comprese le scarpe) alla Sagra dla Batdùra, della mietitura, anche se non si sa cosa mietere visto che si coltivano solo kiwi, a Bareda. Giona è attento che ogni vocalizzo, mimetizzato live con un bel fumogeno a rendere il Ferrara di un altro pianeta, arrivi al meglio al pubblico festante e ingrigliato di carnazza sul campo sportivo, in attesa nella pausa di puntare il cosiddetto “occhio di bue”, il grande faro circolare, sulle cazzate, queste sì purtroppo dette dal vivo, dal principe dei comici zonali: Scamisaza.<br />
Con un po’ di fortuna, alle 3 di notte, fradicio di guazza e sudore, Giona avrebbe smontato l’ultimo tubolare del palco. Un’altra conferma alla sua ipotesi: l’estate era diversa: le 3 del mattino e l’unica brezza era quella smossa dal volo inesausto delle voraci zanzare tigri.</p>
<p>(18 maggio)</p>
<p><strong>VITE INCUSTODITE</strong></p>
<p>Ogni volta che in qualche stazione del mondo risuona l’annuncio di non tenere incustoditi i bagagli, automaticamente rivedo lo squarcio di vetro della sala d’aspetto e le lancette dell’orologio ferme.</p>
<p>-	Pronto, mâma, a so me! [mamma, sono io]<br />
-	Oh, Giovanni, fat spavent, bandet e’ Signor, t’si incóra a e’ mond [che spavento, benedetto il Signore, sei ancora vivo]. Ma sei ancora a Bologna?<br />
-	E perché non dovrei esser vivo, d’accordo il viaggio è stato infinito, ma sono arrivato. Sono a Castel Bolognese, era il primo treno utile e andava a Ravenna, dovete venirmi a prendere.<br />
-	Ma non sai cos’è succeso, l’ha appena detto la televisione: c’è stata un’orribile esplosione alla stazione, con tantissimi morti, è successo poco fa…</p>
<p>A distanza di trent’anni è impossibile per me dimenticare quella conversazione a gettoni con mia madre. Troppe volte l’ho “riascoltata” nella mia mente dopo che nella coscienza, arricchita delle informazioni e delle notizie meno frammentarie delle ore e dei giorni a seguire, si era cristallizzato un punto fermo: per l’ineffabile gioco del destino ero scampato per una manciata di minutii (30 o 40) alla strage. Il destino aveva infatti voluto diversamente dopo avermi comunque messo per un po’ di tempo nel conto.<br />
Studente di lingue all’Alma Mater ormai fuori corso ero finito sotto leva, di stanza in qualità di bersagliere carrista con funzioni di furiere alla Caserma “Nacci” di Lecce, avevo ottenuto la prima, agognata licenza dopo quattro mesi snervanti e demolenti la personalità in quell’avamposto sudista da Deserto dei Tartari. Partito dalla città salentina nel tardo pomeriggio del 1 agosto con l’espresso per Milano (alcune carrozze di quel tipo si possono ancora vedere in circolazione il venerdì notte sulla stessa tratta, il famigerato “treno-terra di nessuno” verso Sud), sarei dovuto scendere alle 5.30 del giorno dopo a Faenza, ultima fermata prima di Bologna. Accovacciato nel corridoio sullo zaino osservavo i colli fuggire sotto la luna piena e il primo, tenue albeggiare. Ormai non manca più molto alla discesa che mi ricongiungerà per pochi giorni coi volti amici: il cuore accelera al pensiero. Forlì è ormai un ricordo, Faenza a un tiro di schioppo, le palpebre sempre più pesanti per la notte insonne, gli occhi mi sfuggono tra la campagna e le colline…Mi risveglio con l’espresso che attraversa sferragliante a  tutta velocità la stazione di Imola: ho mancato l’ultima fermata prima di Bologna. Non mi resterà che attendere per ore un treno per la Romagna-Marche nella sala d’aspetto di seconda classe. La sala che, al pari del bar del Dopolavoro Ferroviario, già ben conosce così bene le mie borse, i miei libri sottolineati nell’attesa di un ritardo pendolare. E mi butto a terra sullo zaino, in preda allo sfinimento di mesi, a riprendere il mio sonno: lì accanto, altre borse, altri zaini, altre valigie e valigiette, altri inermi, anonimi volti sfatti…<br />
Da quanto tempo era lì anche la valigia maledetta? Ci ho forse dormito accanto, perché l’angolo era proprio quello? Perché il destino mi ha risvegliato giusto in tempo di salire su un locale poco prima delle dieci di mattina del 2 agosto 1980? Nel diario che tengo dai miei sedici anni non c’è traccia dell’orario esato del treno che mi ha portato in salvo; vi sono soltanto annotazioni sul mio sconvolgimento interiore; il mio non capacitarmi di quell’incommensurabile, ingiusto delitto; la mia rabbiosa impotenza di afferrare con la ragione quel labilissimo filo che scorre tra la crudeltà e la salvezza a cui è esposto un ignaro studente-soldatino come me e ciascuno che chiede solo di andare per la sua strada, prede innocenti del male di poteri “occulti” che decidono il nostro destino di vita o di morte.</p>
<p>(18 luglio)</p>
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		<title>ORTI IBRIDI</title>
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		<pubDate>Fri, 09 May 2008 15:19:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gnadiani</dc:creator>
				<category><![CDATA[ORTI IBRIDI [blog stoppato]]]></category>

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		<description><![CDATA[15 marzo 2008 Ineluttabili versi Di questi tempi un paio di anni fa ci lasciava il Beckett di Santarcangelo, Raffaello Baldini. E questo mi viene in mente. Lo sappiamo: la condizione inellutabile (sempre rimossa, per autosostentamento forse) dell’uomo è la precarietà, la provvisorietà. Le sue fortune sono caduche e, tutto sommato, inutili. Eppure l’essere umano, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>15 marzo 2008</p>
<p><strong>Ineluttabili versi</strong></p>
<p>Di questi tempi un paio di anni fa ci lasciava il Beckett di Santarcangelo, Raffaello Baldini.<br />
E questo mi viene in mente.<br />
Lo sappiamo: la condizione inellutabile (sempre rimossa, per autosostentamento forse) dell’uomo è la precarietà, la provvisorietà. Le sue fortune sono caduche e, tutto sommato, inutili. Eppure l’essere umano, “costretto” a vivere, ontologicamente e ossimoricamente non può non aggrapparsi a qualcosa. L’arte della parola, sì insomma la letteratura – scritta e orale – nel momento stesso in cui pronuncia la sua inutilità, ne proclama la necessità. Lo stesso vale per la lingua attraverso la quale essa nomina l’innominabile. Un innominabile che, stante la condizione di estrema precarietà, di sconfitta ultima  e irreversibile del codice che l’esprime, diventa tanto più necessario. In questa ineludibile circolarità è nascosta, nella sua vanità, anche la speranza evocata dalla scrittura alla notizia della morte di Raffaello Baldini: il linguaggio della poesia, oltre la debolezza e la transitorietà del codice che l’esprime e l’attraversa, incatena la morte nel mondo dei viventi, e la costringe a un patto instabile, con il quale cerca di sopravvivere negoziando i propri tributi verso l’oltretomba. Ma anche la stessa lingua sconfitta (il dialetto), nella sua fragilità, sopravvive più di quanto si pensi alle generazioni che si succedono, negli oggetti e nei modi di vita che cambiano, che diventano “altro”, trasformando il dire, che si perpetua proprio in questa trasfigurazione, in questa traduzione. E, come è stato più volte affermato, il poetico di Baldini “funziona” anche in altre lingue (in italiano, in inglese ecc.), perdura dunque nel disintegrarsi dell’essenza linguistica originaria, in quella morte che è, beckettianamente e non solo il nascere, in cui –  forse, forse – solo l’arte è l’unica cosa sopportabile: una parvenza d’immortalità: toni ludici e clowneschi, compostamente tragici in un indissolubile connubio tra la beffarda rivalsa narcisistica sopra il dolore e la morte e la denuncia contro un logos che illegittimamente li sostituisce. Siamo fatti di provvisoria consunzione, eppure non possiamo non aggrapparci, tra la polvere e il fango se è piovuto, ai radi fili d’erba che sporgono dal nostro fosso: è così che tra i libri autografati e con dedica a me cari e che inutilmente cerco di preservare dall’ingiallimento e dalla voracità dei pesciolini d’argento, tra premi Nobel e “classici del presente”, tra Seamous Heaney, Tony Harrison, Christa Wolf, Uwe Johnson, Ror Wolf, Amiri Baraka, Mario Luzi, Claudio Magris o Umberto Eco, conservo più gelosamente di tutti quelli di Lello: inutili feticci di cui, ineluttabilmente e necessariamente, è fatta anche la mia esistenza.</p>
<p>9 maggio 2008</p>
<p><strong>Il consumo delle persone</strong></p>
<p>Anche in questi pochi metri quadri &#8211; e pensare che è già un&#8217;inenarrabile fortuna poterne godere &#8211; inondati da pollini allergici d&#8217;autostrada, di zaffate da parcheggi abusivi di tir scarburati miscelate alle ole regolari da porcilaie, in un pomeriggio ventilato come questo scende nello stomaco la malinconia per questo nostro tempo (eh, sì, diamo a lui la colpa) virtuale e incalzante che tarsforma un&#8217;ingiustizia nella più normale delle prassi: il consumo delle persone. No, non intendo ciò che fa di ognuno di noi un piccolo o grande abbuffatore del necessario e del superfluo, intendo proprio che noi le persone le consumiamo a nostro piacimento: quando ci servono, le incontriamo, anche solo online con due righe di mail o in una sveltina chattata; ce ne serviamo per quanto ci possono servire e poi le gettiamo. Toccata e fuga, e a risentirci senz&#8217;altro presto, <strong>definetely</strong>, assolutamente. E poi passano dieci anni e chi si è visto, s&#8217;è visto, oppure: mi sei stato/a utile, bene e ora ti schiaccio. Sarebbe inutile stilare un elenco dei modi: ciascuno di noi ha i suoi e conosce le sue vittime, gettate via lungo la strada dei giorni (bassa prosa poetica, questa), che nemmeno si ricordano più, peggio di un verso di una canzone, che pure cantavamo a memoria. E non c&#8217;è ambito di vita e d&#8217;attività che non sia colpito da questa strana forma di consumismo (come suona <em>altmodisch</em> questa parola, e pensare invece che viene riscoperta come calco nelle lingue maggiori che nemmeno l&#8217;usavano): non risparmia neppure quella che era solita chiamarsi la società letteraria, anzi qui, se si può, al pari di tutte le altre dimentiche microsocietà dell&#8217;intrattenimento mediatico &#8211; perché di questo da tempo si tratta &#8211; si è ancora più implacabili e &#8220;la tua morte è la mia vita (o quello che si presume tale)&#8221;. ma chissà, forse siamo sempre stati così, noi fatti di avida carne e pelle che si sfarina. O forse no: magari qualcuno non ci ha &#8220;consumati&#8221; e proprio in questo momento sta pensando a noi, al nostro bene. Forse sono soltanto ingiusto. In questi pochi metri quadri ancora verdi da piangere prima del secco afoso e spelacchiato dell&#8217;estate non mi è mai capitato di trovare un quadrifoglio: lo troverò appena smetterò di vedere l&#8217;altro/a come un essere, se non proprio una &#8220;cosa&#8221;, da consumarsi e starò, silenzioso, in ascolto delle sue parole, una lieve e mite brezza a carezzarmi le palpebre e le orecchie, finita l&#8217;allergia.</p>
<p>10 maggio 2008</p>
<p><strong>Risparmiare il tempo: leggere</strong></p>
<p>Attraverso la piazza con la mia gypsi gialla, la bici pieghevole sfoderata dall&#8217;auto parcheggiata a diversi chilometri dal centro: di fronte al duomo da settimane s&#8217;erge un lungo tendone con libri in vendita, molti dei quali a metà prezzo; da un corso poco distante spuntano i manifesti fosforescenti della maggiore libreria della città: sconto del 30% su tutti i libri esposti. Anche qui, ovunque, la massa delle merci che incombe, sotto la quale soccombere. E&#8217; incredibile: il numero delle pubblicazioni in perenne uscita è inversamente proporzionale al tempo che abbiamo per leggere (ciò vale, naturalmente, per coloro che ancora posseggono il vizio della lettura, o almeno un residuo di desiderio di &#8220;farsela&#8221;, prima o poi). E chi, come me, ha poco spazio, costretto a spostare di stanza in stanza casse e scatoloni di libri, ogni volta che ne acquista uno nuovo, fregandosene dello sconto, dal proprio libraio di fiducia &#8211; che in questa città ancora esiste &#8211; assaporando il gesto di aprirlo e quello di annusarlo sleggiucchiando, pregustando un mondo che, magari, gli si aprirà solo settimane, mesi, anni dopo, come capita a me, costui sente come un rimorso: altro spazio vitale sottratto all&#8217;ossigeno casalingo in cambio di polvere spirituale. Eppure, a volte, a malincuore bisogna riconquistarsi un metro cubo per altra polvere, più fresca. E così mi sono sbarazzato di un cassone di narrativa italiana degli anni Ottanta, comprensiva delle tante recensioni ingiallite nascoste nelle pieghe delle copertine: stupefacente il capitale investito allora, in moneta (quando non arrivavo nemmeno alla fine del mese), e in tempo. Non è che ora sia molto più ricco, i figli all&#8217;università costano, anche in libri, eppure il tempo dell&#8217;<em>otium</em> per la lettura sembra calato ancora. Fortunamente rimangano le mezz&#8217;ore dell&#8217;alba a colazione e poi sul water: tutto Beckett, che attendeva da anni nell&#8217;inverno 2006/07; il grande Flaiano inedito durante l&#8217;ultimo inverno; e qua e là un romanzo di qualche contemporaneo tedesco, ma soprattutto racconti brevi e brevissimi da qualsiasi parte essi provengano; in primis di Günter Kunert, assolutamente ignoto a queste latitudini, ragion per cui dovrò provvedere a una prima traduzione. E l&#8217;altro giorno, ho acquistato, dopo le <em>Navi in bottiglia</em> di molti anni fa, la seconda raccolta di Gabriele Romagnoli <em>Solo i treni hanno la strada segnata</em>, lasciando lì, in giacenza sulla scansia del libraio, i nuovi prodotti di onesti artigiani quali Andrea De Carlo e Enrico Brizzi. E ora per un po&#8217; mi accompagnerà una microstoria, una scaglia di immaginario dentro la giornata. E&#8217; questo il &#8220;romanzo&#8221; che voglio: poche righe, un paio di lasse, il resto lo scriverà la mia fantasia. Risparmiare carta riciclata e byte d&#8217;energia, risparmiare il tempo: leggere. Chissà se se ne accorgeranno i propugnatori del (al maschile) <em>New Italian Epic</em> che, forse, molto è già dentro quelle scaglie e di qualcun altro, certo una narrativa tascabile e portatile, ma quanto più pregnante nel suo &#8220;non genere&#8221; della logorrea imperante, più o meno nuova, più o meno italiana: risparmiare il tempo: leggere storie e prose brevi, tante.</p>
<p>13 maggio 2008</p>
<p><strong>Schizofrenia digitale</strong></p>
<p>Scorro lo <em>Spiegel online</em>, ricco e denso di notizie a costo zero (in realtà nessuno di noi sa chi, quanto e in che percentuale intaschi a ogni nostra connessione per il tramite del relativo gestore-avvoltoio), scorro la barra laterale destra e mi fermo sulla videoclip: la connessione pseudoveloce mi concede di aprirla a scatti sulla distruzione totale del terremoto in Cina o sui volti sconvolti del tifone birmano, ma la mia visione è distratta dai movimenti della bonazza in bikini che si culla sull&#8217;amaca sotto una palma che continua a farmi l&#8217;occhiolino, seguendomi a ogni scorrimento della barra, invitandomi a raggiungerla per pochi euro col suo tour operator. Forse questa è la pornografia: non tanto l&#8217;esiguo perizoma della teutonica bionda &#8211; un tempo giunonica nell&#8217;italico immaginario macho anni Sessanta, ora asciutta a tavoletta e dalle fattezze morbide del volto &#8211; ma lo stuzzicare il nostro voyerismo tra dolore e piacere in una sorta di surrealtà che ci scivola via a ogni click.</p>
<p>15 maggio 2008</p>
<p><strong>E&#8217; la sagra, bellezza!</strong></p>
<p>Da circa un mese, in questa lunga primavera fresca e ventilata (se fosse ancora più piovosa ne godremmo tutti, piante comprese), è scoppiata la stagione delle sagre e delle zanzere tigri, che scorrazzano per tutta la Landa: si va da quella del Cinghiale &#8211; di solito il maiale s&#8217;ammazzava a tardo autunno(inizio inverno a seconda della luna, mah!) &#8211; a quella della Primavera in fiore; dalla Sagra della Campagna a quella dell&#8217;Uovo sodo in attesa di quelle dedicate ai singoli frutti, cereali, e spremiture varie: Sagra della Fargola, della Ciliegia, dell&#8217;Albicocca (poca roba quest&#8217;anno con il gelo a bruciare i fiori, ma le importano dalla Cina), della Batdura (&#8220;battere il grano&#8221;), della Spiga Dorata, dell&#8217;Uva, dell&#8217;Olivo fino alla mitica Sagra della Pera Volpina o dei Frutti Dimenticati. È un&#8217;economia sommersa che sfugge a qualsiasi indagine di mercato o della Finanza: sfregolanti stand gastronimici sotto il comando ferreo di possenti e procaci azdore dalla lingua tagliente approntano sempre e ovunque lo stesso ben di Dio, in faccia alle carestie profetizzate sui media &#8211; intanto qui, ce n&#8217;è e diamoci dentro e lasciateci lavorare in pace, tutti! Lo stesso fumo delle cucine da campo s&#8217;alza quasi ogni sera a pochi chilometri di distanza da quello della sera precedente inondando la landa dell&#8217;odore di tonnellate di castrato e salsiccia ai ferri con piadina o di tagliatelle e cappelletti al ragù. E sullo sfondo, all&#8217;aperto o sotto un tendone professionale dell&#8217;Ente Sagre allieta la serata un&#8217;orchestrina di liscio alternandosi con il Trio Italiano, Alessandro Ristori (un clone celentanesco locale con migliaia di fan al seguito), Wanda la Carrellista con la Metallurgica Viganò oppure il duo cabaret-raskiabidet Pizzocchi &#038; Giacobazzi, reduce da qualche pseudoevento televisivo: nessuno, o quasi, li ascolta: il rumore di mandibole è troppo forte. Eccheccè di male: vogliamo divertirci, vogliamo mangiare finché ce n&#8217;è, basta con la tristezza, è primavera tesoro! Il culmine sarà la Sagra del Buongustaio a Ferragosto, quando nella notte della Landa tra paioli di cappelletti fumanti si esibirà dal vivo Mal dei Primitives.</p>
<p>23 maggio 2008</p>
<p><strong>What does the word <em>contemporary</em> mean?</strong></p>
<p>A Ridente, capoluogo della Landa, è arrivato il Festival d&#8217;arte contemporanea. Una particolare forma di festival, fatto sì di eventi collaterali anche spettacolari, di botteghe d&#8217;arte aperte su mostre e installazioni ecc., ma incentrato sulla riflessione delle problematiche legate all&#8217;arte di oggi e alla sua disseminazione nelle più svariate forme. E a Ridente sono giunte frotte di intellettuali e di giovani ascoltatori, mentre il Festival ha smosso tutto il funzionariato comunale a dare il massimo impegno per la riuscita dell&#8217;evento, peraltro gestito da una società esterna coaudiuvata dalla bassa manovalanza di tanti volontari, come in ogni grande festival che si rispetti (Mantova docet). Sono comparsi in città, in pelle e ossa, anche i grandi danarosi locali, generalmente attivi su altri fronti, e ovunque si respira aria di movimento. Eccellente. La cosa curiosa è che, tra le numerosissime tavole rotonde, i folti e affollati dibattiti, non venga tematizzato il &#8220;perché&#8221; dell&#8217;arte, il suo &#8220;senso&#8221; per noi uomini e donne di questo &#8220;present continous&#8221;? Si dà forse per scontato che essa abbia veramente a che fare con le nostre vite, oltre che con quella dei mercanti e collezionisti o degli albergatori che almeno per un weekend fanno il pieno? Che essa sia la nostra vita? Anche solo una piccola riflessione a margine, oltre a quella portataci dal flusso verbale di Alessandro Bergonzoni sul concetto di contemporaneo &#8211; forse meno brillante e inventivo di altre volte, ma più &#8220;vicino&#8221; -, magari avrebbe potuto inquietarmi un poco, al di là della &#8220;fruizione&#8221; momentanea di idee ed esperienze utili per un presente futuro. Perché si chiede sempre solo agli scrittori del perché scrivono? O si tratta di una richiesta fuori epoca nella Seconda Modernità (Ulrich Beck)? E perché questo concentarsi, elitario e popolare al contempo, sull&#8217;arte figurativa (in cui da Duchamp in qua è solo il critico a stabilire cosa è arte e cosa no, in cui vige il Fantasma della qualità, secondo il titolo di un&#8217;indimenticata mostra organizzata a Ravenna da Claudio Spadoni un paio di decenni fa) quando nessuno &#8220;si fila&#8221; minimamente la ricerca lacerata e lacerante &#8211; d&#8217;accordo, a volte anche un po&#8217; noiosa &#8211; che si ha nelle varie branche della musica e della letteratura nelle loro svariate forme, contaminazioni e intrecci (anch&#8217;esse solo marginalmente, di tanto in tanto, sfiorate in un angolo di qualche festival)?</p>
<p>9 giugno 2008</p>
<p><strong>Quale realismo? Quale Italia?</strong></p>
<p>L&#8217;essere cresciuto (cioè essendo venuto in contatto con la parola scritta, la Cultura) agli inizi dei Sessanta in una landa in cui l&#8217;unico contatto col grande mondo esterno era costituito dal cinema parrocchiale con le pellicole in bianco e nero censurate dal CCC (Centro Cinematografico Cattolico), mi ha forgiato come cinefilo. Diciamolo: si attraversano spesso mesi e mesi e di magra proibendosi di calcare la soglia degli ultimi &#8220;cinema in centro&#8221; sopravvissuti per la scadente qualità dei prodotti in cicolazione. Poi arrivano ondate di cose decenti (stando alle recensioni) che, per i vari impegni, non si riescono a seguire e, dunque, rimane la speranza di non farseli sfuggire nelle varie rassegne estive all&#8217;aperto (tempo permettendo). Finalmente sono riuscito a vedere &#8220;Il Divo&#8221;: originale nella struttura scattante (accompagnata da scelte musicali azzeccate) e limpido nel &#8220;messaggio&#8221;, non mi ha convinto nella figura del protagonista. L&#8217;Andreotti inscenato nel suo noto cinismo mi è sembrato troppo tetro rispetto all&#8217;immagine che mi conserva la memoria, molto più &#8220;leggero e sorridente&#8221;. Questo personaggio di Sorrentino, per quanto vicino alla realtà di un perfido calcolatore esso sia, è troppo buio (elemento sottolineato dalla tetraggine delle stanze del potere e casalinghe), incapace di un benché minimo sorriso (che non trova corrispondenza nella realtà dell&#8217;uomo), in questo troppo disumano e dunque non del tutto credibile. A proposito di questa ondata di film che rispecchierebbero l&#8217;attualità ruda e cruda della Penisola come pure di tanta narrativa già operante da tempo, riassunta dall&#8217;etichetta dei Wu Ming &#8220;New Italian Epic&#8221;, ovvero del teatro (di narrazione e non solo), Giancarlo De Cataldo ha parlato di neo-neorealismo: &#8220;Raccontare l&#8217;Italia e gli italiani, al cinema, a teatro, nei libri. Chiamiamolo neo-neorealismo. Chiamiamolo new italian epic. Le etichette lasciano il tempo che trovano. Qualcosa sta davvero accadendo, è sotto gli occhi di tutti, prendiamone atto. Non stiamo definitivamente parlando di caso, ma di necessità. Le lucciole sono tornate, ma sono ancora pochine&#8221; (La Repubblica 8 giugno). Mi piacerebbe però che tra le poche lucciole in volo si notassero anche quelle, per restare al cinema, che ci fanno vedere il &#8220;marcio e l&#8217;orrore&#8221; non eclatanti, ma &#8220;normali e invisibili&#8221; del paese, e che rispecchiano il paese predominante, &#8220;maggioritario&#8221; nel suo piccolo ma pervasivo cinismo quotidiano: sintomatiche nel farcelo vedere sono le pellicole &#8220;Non pensarci&#8221; di Gianni Zanasi e &#8220;Italian Dream&#8221; di Sandro Badaloni, una piccola produzione indipendente e quasi non distribuita.</p>
<p>12 giugno 2008</p>
<p><strong>Materiale umano</strong></p>
<p>Nel primo post di questi appunti parlavo di come a ciascuno di noi, in un modo o nell&#8217;altro, capiti di <em>consumare</em> delle persone. Per quanto doloroso per le vite interessate sia questo nostro atteggiamento, senz&#8217;altro non è <em>materialmente</em> così dannoso quanto il consumo reale di materiale umano scoperto nelle cliniche lombarde in questi giorni, ma che si potrà probabilmente trasferire in molte altre strutture sanitarie, soprattutto private, di altre regioni. La massimizzazione dei profitti, il tornaconto di tutti i protagonisti di questa aberrante vicenda sulla pelle e gli organi, appunto soltanto <em>materiale umano</em> interscambiabile e consumabile, dai consiglieri di amministrazione delle varie cliniche fino ai medici primari o secondini, non fanno che rispecchiare l&#8217;impostazione di fondo di ciascuno di noi in questa epoca, come tante altre nella storia, votata esclusivamente a edificare il sé: spremere tutto e tutti fin che ce n&#8217;è per sé, e basta. Se questo è moralismo, be&#8217; forse un po&#8217; di etico sapersi accontentare non guasterebbe. È soltanto una fredda constatazione.</p>
<p>16 giugno 2008</p>
<p><strong>Our Future</strong></p>
<p>Eh sì, bisognerebbe possedere dei &#8220;barili di carta&#8221; per poter abbandonare ogni volta spensierati l&#8217;area di servizio con sempre meno carburante nel serbatoio a parità di somma infilata nell&#8217;automat: la freccina nel cruscotto indicante lo stato del serbatoio sembra non riuscire più a spostarsi a destra mentre aumenta la frequenza con cui si svolta nell&#8217;area di servizio. Una soluzione? Infila più banconote nell&#8217;automat del distributore. In questo caso però si dovrebbero prevalere più banconote dal bancomat, e qui termina il trucco: il bancomat langue, lo stipendio è sempre lo stesso. Dunque, meglio i &#8220;barili di carta&#8221;: i futures, i contratti per la consegna futura del greggio, scambiati a ripetizione, in un giro vorticoso di acquisti e vendite, fra operatori che non hanno alcuna intenzione di mettere le mani su un vero barile di petrolio e sono attenti solo al profitto che possono ricavare a ogni passaggio. E questi &#8220;futuri&#8221; (es.: per comprare un milione di dollari di greggio al Nymex, il mercato del greggio di New York, bsta anticiparne 70 mila) influenzano le aspettative degli speculatori in un vortice infinito, a cui si aggiungono la continua sete petrolifera nostrana (dei cosiddetti primi mondi) e quella nuova, inestinguibile, della Cindia, il calo del dollaro, i tassi d&#8217;interesse tagliati dalla Fed, che oltre a deprimere il dollaro, hanno portato i tassi reali, cioè al netto dall&#8217;inflazione, sotto zero, fornendo alla finanza internazionale denaro gratis per speculare sul greggio, con hedge funds a caccia di rendimenti, che azioni e obbligazioni non forniscono più, e banche e fondi pensioni che investono sulle materie prime per tutelarsi contro il montare dell&#8217;inflazione eccetera, eccetera: la solfa non cambia: greggio=ex oro=bene-rifugio: e per chi vive nella Landa ciò significa spremere il portafoglio. È, difatti, impossibile rinunciare all&#8217;auto per recarsi al lavoro distante anche solo 10/20 km o per sbrigare tutte quelle faccende che si possono sbrigare solo in città (scuola, ospedale, burocrazia ecc.). Certo, la bici, si dirà: d&#8217;accordo qualche volta se po&#8217; fa&#8217;, ma i tempi d&#8217;incastro sono quelli che sono, e di mezzi pubblici neanche l&#8217;ombra, del resto quelli che esistono sono in perdita perché pressoché vuoti (tolti i badanti in libera uscita, nessuno li usa; altro circolo vizioso): in sostanza, sempre più si lavora per pagare energia (pensiamo anche alla dipendenza dal metano da riscaldamento, all&#8217;elettrictà per far funzionare la massima invenzione casalinga, la lavatrice, e il computer con annnessa ADSL per poter continuare a lavorare anche da casa, risparmiando qualche viaggetto) e servizi e rimpinguare piccoli e grandi speculatori. Evviva la Landa.</p>
<p>5 luglio 2008</p>
<p><strong>Sballo</strong></p>
<p>Sarà il caldo stabile oltre i 35° di quest’inizio luglio da mare, stamane soltanto alleviato da una leggera brezza non ancora bollente da nord-ovest, ma ciò che sta succedendo in queste settimane non sembra neanche sfiorare l’andazzo quotidiano della Landa (e, dunque, presumibilmente della schiacciante maggioranza anche delle altre lande più o meno metropolitane di questo paese): le radiomusicheitaliane annunciano inderogabilmente a ogni ora caterve di concerti pop(panti) per ogni dove, i bar dei bagni sulla costa e i ristoranti delle sagre o delle ex feste dell’Unità riciclatisi in feste del PD sono inavvicinabili dalla resssssssaaaa che regna tra sudori e voglie messi in primo piano dal vestiario leggero o inesistente, sulle note urlate di stridule orchestrine di lissssio o tra il martellìo diretto allo stomaco più che alle orecchie ormai geneticamente modificate della techno con qualche inane accenno a far partire comunque lo spettacolo nel disinteresse e disaffezioni totali da parte della star sub-zelighiana di turno del cabaret-raskiabidet: “La Costituzione??? La libertà di informazione e di movimento in tutti i sensi??? Nun ce ne po’ frega’ de meno!”<br />
“Tutta la Costituzione è sotto scacco, a cominciare proprio dalla sua prima parte, quella dei principi e dei diritti, che pure, a parole, si dichiara intoccabile. Tutto è rimesso in discussione. La dignità sociale e l’eguaglianza tra le persone, a cominciare da ogni forma di discriminazione fondata sulla razza e sulla condizione personale. La libertà di informazione, considerata non solo sul versante dei giornalisti, ma in primo luogo dalla parte dalla parte dei cittadini, titolari del fondamentale diritto di conrollare in modo capillare e diffuso utto i detentori di poteri, gli usi distorti del potere pubblico e privato. La libertà personale e quella di circolazione, sulle quali incidono fortemente le diverse tecniche di sorveglianza. La libertà di comunicazione, colpita non solo e non tanto dalle intercettazioni, per la cui diffusione lo scandalo è massimo, ma dall’implacabile, continua raccolta e conservazione per anni dei dati riguardanti telefonate, sms, accessi a internet, che davvero configurano una società del controllo e di cui nessuno sembra preoccuparsi”. Così si esprimeva ieri su Repubblica Stefano Rodotà. Sarà il caldo, ma l’indifferenza e l’ignoranza con cui si fa passare tutta una serie di provvedimenti che concernono la nostra libertà di, semplicemente, “essere cittadini” e non sudditi di non si sa bene quale potere incestuosamente pubblico-privato, e la noncuranza con cui si usano gli strumenti, che i santoni finanziari della tecnologia e delle telecomunicazioni ci mettono a disposizione, lasciando ovunque tracce che, oltre ad averle pagate a caro prezzo, potranno essere usate implacabilmente contro di noi, sono angoscianti e deprimenti. E il caldo è destinato ad aumentare. Chi ci salverà dall’afa ignorante della Landa?<br />
Beata primavera piovosa: finché dura almeno l&#8217;acqua per una doccia frescamente ottenebrante&#8230;</p>
<p>7 luglio 2008</p>
<p><strong>Sballo2</strong></p>
<p>La Notte Rosa sulla costa della Landa illuminata a giorno: infiniti eventi; birre, liquidi e pastiglie a fiumi; barconi di pesche nettarine (promuoviamo i prodotti locali!); un milione e mezzo di persone in giro fino all&#8217;alba per 80 milioni di fatturato. Già si pensa a una Settimana Rosa. E perché rosa poi? C&#8217;entrano forse in qualche modo le donne in maglietta rosa? Il Giro d&#8217;Italia? la Gazzetta dello Sport?<br />
&#8220;Rimini&#8221; di Pier Vittorio Tondelli era già stato pubblicato nel 1985 e &#8220;Un week-end postmoderno&#8221; nel 1990. A 20 anni di distanza, del creativo &#8220;popolo della notte&#8221;, che univa le varie lande italiane, cos&#8217;è rimasto?</p>
<p>9 luglio 2008</p>
<p><strong>Sballo3</strong></p>
<p>Non c&#8217;è migliore memoria di questo nostro tempo del film di Denys Arcand <em>L&#8217;età barbarica</em>, in originale L&#8217;Age des Ténèbres, forse più pregnante, ma il titolo italiano mi sembra un&#8217;ottima soluzione e più vicino a ciò che si esperimenta quotidianamente tra la fauna umana, un&#8217;opera vista nel fresco serale sotto le frasche, le stelle e le luci intermittenti degli Aerobus di un&#8217;Arena cinematografica all&#8217;aperto, con scoppi di risa qua e là e in momenti inattesi e da punti sempri diversi e i tanti silenzi di chi assolutamente non capiva. Arcand, un freddo e cinico moralista o un saggio visionario? Ironicamente geniale!</p>
<p>29 agosto 2008</p>
<p><strong>Epo &#038;cc per tutti!</strong></p>
<p>In questi ultimi due mesi d&#8217;estate bruciante qualsiasi opzione di verde, coi pozzi ormai siccitosi, i fiumi e i torrenti in secca con solo qualche pozza d&#8217;acqua putrida o avvelenata da alghe rosse fertilizzate dai depuratori cittadini, v&#8217;è un&#8217;unica specie vivente che continua iperterrita a crescere nelle prestazioni e, all&#8217;apparenza, a sprizzare di salute abbronzata: il bipede sportivo amatoriale, cicloturista, podista o triathleta che sia, generalmente ben oltre i trenta, anzi al meglio tra i quaranta e i sessanta. Per chi ha praticato sport agonistico da giovane ancora a pane e acqua, cioè in sostanza agli inizi degli anni Settanta e ancora alla &#8220;sua età&#8221;, come lo scrivente, si diletta sgambettando quattro volte la settimana a piedi o in city-bike contro colesterolo e trigliceridi constatando quanto già aveva provato trent&#8217;anni prim con ben altre forze: com&#8217;è difficile recuperare la fatica (in particolare a livello di gambe) di qualche allenamento più assiduo o più consistente, ebbene costui si chiede come facciano tutti quei &#8220;mostri&#8221; di prestazione, anche più vecchi, che incontra per strada a sostenere certi ritmi, frequenze e intensità d&#8217;allenamento. Probabilmente la risposta è la stessa &#8211; seppure ovviamente ad altri livelli &#8211; che si darebbe a chi chiedesse che differenza passi tra l&#8217;immagine di Michael Phelps (otto medaglie d&#8217;oro nel nuoto a Pechino 008) e quella di Mark Spitz (sette medaglie d&#8217;oro nel nuoto a Monaco 1972) sparate appaiate in prima pagina una decina di giorni fa in vari quotidiani del mondo: è la differenza che passa tra gli ancora-umani e gli umanoidi-OMG (ma la vedete quella mascella e quei muscoli deformati di Phelps?!, al cui confronto Spitz appare un mingherlino belloccio a cui un po&#8217; di piscina non può che far bene per poter rimorchiare meglio qualche bionda). La differenza tra ciò che era lo sport d&#8217;alto livello di allora e l&#8217;industria dell&#8217;intrattenimento di oggi. È questa differenza che ci impedisce di emozionarci minimamente per le imprese di un Phelps o di un Bolt, in molti casi fortunatamente narrate da alcuni giornalisti in varie lingue con una bella dose di ironico scetticismo e col sarcasmo dell&#8217;intelligenza. Ovviamente ciò non vuole assolutamente dire che già nel Settanta non ci si dopasse: pensiamo soltanto al ricorso all&#8217;autoemotrasfusione praticata dai grandi corridori finnici, come si scoprì dopo; ma tutto sommato la classe e la qualità dell&#8217;allenamento erano in buona parte ancora &#8220;abbastanza naturali&#8221;. Ma i corpi, le facce degli eroi atletici odierni denotano come questi umanoidi siano proprio stati modificati fisicamente (dopo essere stati decerebrati per poter assogettarsi di buon grado alla &#8220;pratica&#8221;). Non è una questione di moralismo, è una semplice constatazione, visibile a chiunque di tanto in tanto &#8220;attacchi la spina al cervello&#8221;, come tante altre relative alla nostra epoca. Del resto, in un <strong>mondo dopato</strong> in ogni sua manifestazione (dalla finanza ai media, dalla cultura alla ricerca), è giusto che ci sorbiamo anche i relativi campioni sportivi, e pure i brocchi dopati per le nostre strade di campagna e di montagna impegnati a pedalare a ritmi che neanche Riccò (altro benefattore della chimica) al Tour de France&#8230;<br />
E dalla prossima domenica ecco in onda satellitare gli inarrivabili bipedi dello Sky-pallone: poveretti anche loro giocare tre partire alla settimana a quei ritmi infernali: chissà cosa gli daranno da mangiare nelle stie d&#8217;allevamento sudamericane?<br />
Però com&#8217;è bello dopo una doccia fredda (finché l&#8217;acquedotto di Ridracoli ce la passa) a sera allungare le gambe sul letto e poter dire: che stanchezza!</p>
<p>30 agosto 2008</p>
<p><strong>Record</strong></p>
<p>A integrazione di quanto scritto ieri, questa nonstoria (leggibile per altro anche nella sezione LE NON STORIE DI GIONA&#8221;:</p>
<p>&#8220;È un po’ scomodo, ma se si vogliono raggiungere dei risultati, non bisogna essere schizzinosi. Ci sono due modi per iniettarsi l’ormone eritropoetina, a tutti gli sportivi noto come EPO, la manna chimica per aumentare i globuli rossi nel sangue e facilitare così l’apporto di ossigeno ai muscoli degli atleti – e Giona, ciclista quarantacinquenne ben messo e coi cosiddetti, se non è un atleta lui?<br />
O per via intracutanea con ago corto, o per via endovenosa. Il secondo modo è un po’ scomodo e forse bisognerebbe avere almeno un’amante infermiera per stare dalla parte del sicuro. Giona si fa per intracutanea la prima dose. Alla terza dovrebbe sentire i benefici, giusto in tempo per la Ventinove Colli, dov’è intenzionato a fare il record personale e far vedere i sorci verdi a quegli sboroni del bar che l’hanno staccato alla Gran Fondo, e vediamo chi è che ride la sera al bar! Tre dosi per 300 €: un affare! Perché cosa si crede che gli altri vadano a pane e acqua, con quei ritmi in salita? E che sono dei marziani?! No, la verità è, come gli ha raccontato l’amico rappresentante di farmaceutici che gliel’ha procurata, che in Italia se ne vende una quantità per curare 40.000 persone, quando i pazienti accertati che vengono curati per proteggere i tessuti più preziosi del corpo dal deficit di ossigeno sono appena 3.000. Giona è alla seconda dose quando riceve una lettera con carta intestata della WADA (World Antidoping Agency), l’agenzia internazionale dell’antidoping: “Gentile…. con la presente siamo a comunicarle che in vista della prossima Ventinove Colli codesta Agenzia effettuerà a sorpresa nella Sua sede ufficiale di allenamento prelievi di sangue, urina, sperma e tessuto forforico allo scopo di individuare l’eventuale impiego di sostanze dopanti rientranti nella lista dei prodotti interdetti pubblicata da codesta agenzia, di cui Lei in qualità di atleta di livello sublocale dovrebbe essere perfettamente a conoscenza e comunque consultabile al sito Internet www.wada_ciucciatiquestoevai.it”. Il cuore gli sale in gola, si sente beccato in flagrante, c’è stata una soffiata. Poi il cervello riprende a ragionare: può essere soltanto uno scherzo di quei burloni del bar! Giona continua a tenere inserito il cervello. “Però chi me lo fa fare? Perché continuare a massacrarmi con questi allenamenti? Cosa devo dimostrare e a chi?” Giona d’ora in poi pedalerà solo con la ragione, in pianura alla velocità di 20 Km orari.&#8221;</p>
<p><strong>Spaesaggiamento</strong></p>
<p>7 settembre 2008</p>
<p>Un&#8217;altra giornata di sole e afa implacabili. La Landa, lì dove non brucia a fiamme (una notizia non-notizia per i telegiornali di corte), è bruciacchiata da mesi di siccità: irriconoscibile qualsiasi filo d&#8217;erba verde nei finti prati di polvere e stoppie dei vari <em>Sun Villages</em> sorti come funghi da ingorda abbuffata immobiliare sulle pareti rsitrutturate di case coloniche, <em>bassi-comodi</em> (proservizi) e fienili, recintando l&#8217;illusione della libertà e sicurezza individuali. Volevate il sole in campagna, ora l&#8217;avete! Quale campagna? Spazi abitativi parcellizati, privi di qualsiasi senso di comunità, a pochi passi dall&#8217;inesauribile rullo compressore dell&#8217;A14, coi weekendari padani in fuoristrada in perenne via-vai mare-città-mare a divorare il sonno e i sogni<br />
oltre le finestre spalancate alla disperata questua di un refolo notturno; alle spalle i parallelepipedi da zona artigianale x y z a produrre precariato sovvenzionato da genitori, nonni e zii, che intanto investono in appartamenti sfitti il capitale accumulato negli anni Ottanta da lavori ancora garantiti. Basta aprire gli occhi e guardarsi intorno, oppure atterrando ad esempio &#8211; come mi è capitato di recente &#8211; all&#8217;aeroporto di Treviso e trovandosi vicino all&#8217;oblò gettare lo sguardo fuori per rendersi conto di come il paesaggio non esista più e abbia lasciato il posto a sterminate aree produttive di &#8220;ricchezza&#8221; (di che tipo?), senza soluzione di continuità, divoranti i paesi, unendoli tra di loro in una sterminata periferia immobiliare. Non più paesi, ma tanti insediamenti (chissà perché sento aleggiare nel termine anche l&#8217;&#8221;insidia&#8221;), grandi o piccoli, che sembrano essere sfuggiti di mano ai cosiddetti amministratori, privi di qualsiasi idea di progettualità abitativa, produttiva e sociale. Qua è là una presunta area verde spelacchiata, un alberello rinsecchito, piazze-parcheggio o la piazza con fontana, finte, dell&#8217;ennesimo outlet, dove passeggiare e &#8220;incontrare&#8221; nel consumo gli altri. Spaesati in un territorio consumato. Spaesaggiati. E il sole picchia ancora.</p>
<p><strong>Il soldo e l&#8217;ignorante</strong></p>
<p>1 ottobre</p>
<p>La crisi finanziaria in atto, tradotta e abbassata al comune mortale nell&#8217;impennata mensile del mutuo implacabile da pagare svenandosi all&#8217;Euribor, &#8220;rivela&#8221; un dato di fatto risaputo ma che nessuno si guarda bene dal diffondere: la generale ignoranza in fatti economici e finanziari. D&#8217;accordo, la crisi è imperscrutabile in alcuni casi specifici anche ad addetti ai lavori &#8211; almeno così sembra &#8211; e solo qualcuno osa apertamente parlare di un sistema finanziario ombra, accanto al tradizionale sistema bancocentrico, di cui fanno parte molte entità come i fondi speculativi, le banche di investimento, i fondi monetari, i fondi patrimoniali privati con rapporti strettissimi con le banche commerciali ecc., e che lo stesso sistema bancocentrico ha sviluppato in modo esponenziale con una finalità specifica: aggirare le disposizioni che regolano i movimenti di capitale. E ora tutti a chiedere un intervento di un &#8220;attore pubblico&#8221; (stato, insiemi di stati ecc.), proprio diuna di quelle figure che il globalismo aveva essautorato (stando a Ulrich Beck) confidando nel neoliberismo sfrenato. Ciò che colpisce, si diceva, è l&#8217;ignoranza in cui affonda il &#8220;cittadino medio&#8221;, risparmiatore o peggio ancora debitore: bastano poche frasi in tecnichese economico-finanziario di un &#8220;venditore&#8221; di una qualsiasi assicurazione o banca ad affossarlo nel giro di qualche secondo. Possibile che con tutti gli anni di scuola o di studio che sempre più persone hanno alle spalle, rimanga questa separatezza tra gli apprendisti stregoni, gli azzeccagarbugli della finanza e le masse della Landa, quando qualsiasi nostra azione è, volere o svolazzare bassi, influenzata ormai nei minimi dettagli dall&#8217;&#8221;economico&#8221;? Capire qualcosa anche solo a grandissime linee di macro- e microeconomia e di finanza, di Tan e Taeg (citati ultrarapidamente al termine di qualsiasi spot pubblicitario) non dovrebbe essere una prerogativa di un cittadino consapevole? Il problema è, come al solito, alla radice: esiste ancora il cittadino, le <em>citoyen</em>, il <em>Bürger</em> consapevole e responsabile? O non siamo solo anonimi, &#8220;irresponsabili&#8221; consumatori senza diritti in un regime media-cratico? E finché ne abbiamo, ne abbiamo, e chi non ne ha s&#8217;attacca&#8230;</p>
<p><strong>TAN&#038;TAEG</strong></p>
<p>5 ottobre</p>
<p>Per restare in tema, un rapet (piccolo rap in dialet) tra l&#8217;amaro e &#8216;ironico (presto anche la versione orale):</p>
<p>ét di suld? di baioch?sent e’ brokercvel ch’u t’dis dài a lòu j met a pös tnench par te u l’sa lò cvel ch’e’fa a l’sal e’ broker cvel ch’e’fa? par me nö! u n’a sa gnânca lò cvel ch’u s’fega u i dà una böta presapôch tânt incion e’ capes gnînt l’è sól cvis-cion d’fiducia u j vó dla fedi nt la Fed Federal Reserve sól dla fed ’t la Deutsche Bank t’la BCE ch’e’ sreb mëi ch’i stuges l’ABC u i vó dla fed dla fiducia in cvel ch’i t’vend di subprim emortgage hedge funds fond za sfond dla tu e la mi pinsion cla ciustê di derivê junk-bonds james bonds e morta a lè e’ cônta sól cvel ch’i t’dis dài mo Moody’s va mo là fam e’ rating par piasê ch’a vói savê indó’ ch’i va i mi bajoch o sinö al cmenda Fitch mëi incóra a Standard&#038;Pooor’s i pureta sen nö a credar in cvel ch’u s’vend cvi de’ rating va mo là fam e’ rating ch’l’è mëi AAA AAB AAone AAtwo a sen di ciù a dêt rason par nö scorar d’che pataca de’ mi broker fata breca e’ copra sól dal patach cun i baioch d’chijétar e cun i mi cs’ël e’ broker? e’ broker l’è un sinsêl ch’e’ spend i mi e i tu baioch s’la i va ben cvi ch’e’ ciapa u s’i ten lò s’la i va mêl a paghê sól nô sti cavjaon a paghê nench par lô i broker e i su padron cal liger di managèr Greenspan dai de’ gas taja e’ tas fa l’intarës di tu soci ciocia ciocia u s’é pu vest Indymac Lehman Brothers Countrywide Wahshington Mutual Bearn Stearns Merryl Linch Fannie Mae Freddie Mac AIG crich cröch crac e chijtr i mâgna Goldman Sachs Morgan Stanley crich cröch crac j à chijchê ins’ e’ scröch l’è tot un crash dàm de’ cash ch’l’è mëi ét ch’azion ubligazion du maron! ch’al va so e pu al ven zo a s-ciazem nench e’ zarvël Wall Street Frankfurt Index Dax Down Jones MibTel Nasdaq tot sti funds tot sti fond tot sti bonds tot sti swaps equity swaps default swaps swaps swaps swips savunet ch’al sghenla veja chi ch’al sa? chi ch’cuntrola? la corporate governance! chi ch’l’à scret das Kapital? Karl Marx chi ch’l’à fat e’ capitêl? e broker e i su padron brisa me! cvest l’è pôch mo l’è sicur a la fen u s’toca a nô on par on a salvê sta governance ste’ bailout al paghê tot nô cun e’ Tan cun e’ Taeg fa un mutuo nenca te par paghêr i debit de’ tu broker che puret Tan&#038;Taeg t’a n’a tòja t’a n’t’ataca a du baioch t’a n’a toca a t’a degh t’a t’n’adê Tan&#038;Taeg las ch’a t’dega sól un cvel ét che Tan ét che Taeg Tan&#038;Taeg a t’a degh cvest l’è sól cvest l’è tot… un tul ’t e’ cul !</p>
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		<title>NUVOLE IN SOSTA</title>
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		<pubDate>Mon, 31 Dec 2007 11:42:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gnadiani</dc:creator>
				<category><![CDATA[NUVOLE IN SOSTA]]></category>

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		<description><![CDATA[A PIEDI DOPO UNA TELEFONATA VERSO IL SOKOS HOTEL VAAKUNA Non attraversare col rosso, aspettare per minuti e minuti l’omino verde guardando il vuoto assoluto, l’asfalto zebrato a quattro corsie del viale principale Salpausselänkatu a Kouvola, ex avamposto zarista nella Finlandia orientale a 450 Km. da San Pietroburgo, alle 22.58 del 24 agosto, neanche una [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>A PIEDI DOPO UNA TELEFONATA  VERSO IL SOKOS HOTEL VAAKUNA</strong></p>
<p>Non attraversare col rosso, aspettare per minuti e minuti l’omino verde guardando il vuoto assoluto, l’asfalto zebrato a quattro corsie del viale principale Salpausselänkatu a Kouvola, ex avamposto zarista nella Finlandia orientale a 450 Km. da San Pietroburgo, alle 22.58 del 24 agosto, neanche una puttana a cui scroccare una sigaretta, una serata mite e stellata, 20° segnati dal cerotto a luminosità rossa e intermittente dell’aptteekki, passata l’area pedonale con sparute coppiette ai tavoli di un kioski, ragazze prosperose dai seni luminescenti e capelli di stoppa, Giona lo sai, è rinunciare a fare accadere la vita, affidarsi esclusivamente al caso sapendo che non esiste.</p>
<p><strong>SOSTE</strong></p>
<p>I treni regionali che da Helsinki risalgono a Nordest le abetaie, le betulle ad agosto già fibrillanti di giallo tra sparute case in legno rosso ruggine e tetti di lamiere verde rame, stoppie d’avena scura a solchi neri, segale fradicia ancora in attesa di una liberazione da mietitrebbia, fermano a: Pasila, Tikkurila, Kerava, Järvenpää, Jokela, Hyvinkää, Riihimäki, Hikiä, Oitti, Mommila, Lappila, Järvelä, Herrala, Lahti, Nastola, Kausala, Koria, Kouvola… a volte è solo un cartello con tettoia ad accoglierti, Giona, mentre il cielo si squarcia d’azzurro dopo masse d’acqua notturna già assorbite dal suolo, nomi misteriosi che si adattano al sorriso crucciato, silenzioso e riservato dei loro abitanti: fotogrammi di passaggio alla Kaurismäki, alle infinite vocali ignote ad un povero parlante presunto indogermanico… a volte ti attendono tozzi vagoni merci blindati della Wagon Nord in attesa di ripartire per territori sconfinati che la cartina ferroviaria, di punto in bianco, abbandona a foreste, laghi, sassi e licheni, sterrati rossastri rigati da carraie procurate da automezzi mostruosi: l’ultima traccia prima della definitiva quiete di affioranti rocce nere striate di rosa: sei solo con la potenzialità squillante di un Nokia a poco prezzo dalla batteria semiscarica, preda di nugoli di zanzare assetate di vita meridionale: infine è la filosofica paciosità a spazzola di un tassista di campagna a salvarti…</p>
<p><strong>BANDIERE</strong></p>
<p>Qual è l’identità che ti porti appresso, Giona, che stai vestendo ora con la carta d’imbarco e il passaporto nel taschino della camicia slavata? La lingua da aeroporti con cui ti abbandoni in fila indiana a uno small talk con la hostess o l’inutile lingua che ti porti dentro che parla solo a te? L’arrival time è sempre e solo estimated, è una vita che lo sai nei pochi peli quasi bianchi sopra le orecchie otturate nell’alzarsi inclinato verso i 5.000 metri di un’illusoria posizione orizzontale in cui sorbire un agognato caffè e scartocciare la bandiera, la croce azzurra in campo bianco di un fiero cioccolatino Suomi, omaggiatoti al termine del plastico panino dal catering Finnair: non ti lega nessuna bandiera, non hai orgoglio di luogo da vendere né  boria di casta da far pesare: ciò che innalzi sopra le nuvole è soltanto la storia diseredata in cui nessuno più vuole riconoscersi, l’ineluttabile resistenza di una lingua ovunque sconfitta, anche nei cieli.</p>
<p><strong>PULSARE</strong></p>
<p>Quando alle tre del pomeriggio di una domenica di fine estate, afosa e bollente, ti allunghi sul letto appoggiandoti l’avambraccio sugli occhi chiusi per oscurare ulteriormente la luce grigia della stanza, veleno visivo per l’emicrania, la tua compagna di vita, Giona, che ti batte, ti perfora il cervello avanzando verso la fronte nel tentativo di sfondarla nell’emisfero destro, in attesa che il principio attivo si attivi almeno in parte attraverso una prima ebete sonnolenza, senti la vita pulsare in strada attutita ermeticamente dai vetri doppi di finestra: un clacson frettoloso, lo strategico pianto di un bambino, l’inesauribile tosaerba, il martellio da videoclip nel bar di fronte: l’amato dolore della normalità.</p>
<p><strong>ACHTERBAHN</strong></p>
<p>Ti deve insospettire, Giona, il suono occlusivo in gola della prima parte del Kompositum invece di invaghirti dell’italico ottovolante e cedere così non tanto all’incazzatura del figlio adolescente che ti accusa di codardia bensì alla promessa di fare qualcosa insieme in quell’estate piovosa e stramba – di merda, dice lui – risalendo dunque ora sulla navetta la prima montagna russa da Guinness dei primati, come recita l’orgoglio della targa in ottone alla partenza: 61 metri di tuffo negli abissi tutti in legno della forza di gravità, un istante per osservare tutt’intorno il lago azzurro di infinite abetaie, il verde pregno dei pascoli battuti da piogge torrenziali, e ti abbandoni a occhi chiusi al commento del figliolo anche lui impaurito in un saliscendi che ti spezza la cervice e maledici con la forza della mente chi ha inventato e ci guadagna i parchi a tema, di supposto divertimento: Disneyland, Gardaland, Mirabilandia e questo Heide-Park germanico: perché non può bastare all’umano l’estremo brivido di un verso riuscito, di una melodia che ti perfora, questa sì, lo stomaco e il cervello?</p>
<p><strong>DISGUISE</strong></p>
<p>Ti fai prendere dall’euforia, di falcata in falcata, Giona: lontane un quarto di secolo le prestazioni, quindici chili fa, ti abbandoni per un paio di chilometri all’ebbrezza del volo raso suolo sul sentiero curatissimo di terra-sabbia e segatura tra gli abeti secolari: cosa ti spinge alla follia di imitare il tuo passato nel fisico ultracinquantenne seppure allenato all’endurance? Questo terreno di finnica civiltà della corsa e sci da fondo, il mito che ancora affiora e ti affascina fin da ragazzo di Paavo, Pekka e Lasse o la certezza di essere fuori tempo massimo? La vita non è un postino, bussa sempre solo una volta, il resto è allucinazione: When I look in your eyes / is that you baby / or just a brilliant disguise, con Bruce negli auricolari.</p>
<p><strong>MODERNA MUSEET</strong></p>
<p>Uscito all’aperto, sfuggito alla tenera malía dello sguardo della moglie in un Ateljeidyll di Carl Larsson, abbandonato il ritmo della Midsommardans alla Anders Zorn, fradicio del bagno nelle generose rotondità delle sue ragazze nella sauna e del lavoro dei campi nella primavera sfregiata di Edvard Munch, piombi nel verde assolato digradante in un baltico e placido mare di bikini giallo-blù: sei grato alla capitale per quell’esposizione di artistica modernità scivolante in una media percentuale totale di contemporanea svedese femminilità perfetta: la vita dipinge euforica en plein air.</p>
<p><strong>FARFALLA</strong></p>
<p>                                              Per LARA</p>
<p>La carne non si può scolpire intagliare non è docile come morbido legno rosso da modellare trovato ai margini di un fosso vi si può solo infierire con aghi odio spilli  e catene la si può tatuare ben bene non amare persino svilire sfigurare…<br />
Ma cosa rimane a chi rimane se la carne non si fa scultura?<br />
Forse soltanto quella cosa pura e leggera fermata dal suono o dalla scrittura<br />
il volo a farfalla di un’umile parola vera troppo spesso altrove sconfitta martoriata<br />
trafitta dal clamore inutile clangore di chiacchiere al vento puro rumore mera letteratura un verbo detto così in un soffio un battito di ali quel giorno una volta per sempre…</p>
<p><strong>ICE (INTERCITY-EXPRESS)</strong></p>
<p>I fili di ferro piantati a chiodi sulle lamiere dei cartelli blu annuncianti la stazione di Würzburg annullano il guano, l’atterraggio momentaneo, lo scalo caghereccio dei piccioni in volo nel tramonto rispecchiato di ardite forme architettoniche di puro vetro nei parallelepipedi mediali a firma BR Bayerischer Rundfunk e chip<br />
e-on a illuminare teorie di tir in trasporto continuo su ponti sospesi su case a casaccio, così pare al tuo pisolo, Giona, mentre scivoli morbido, lieve, pneumatico nel profilattico di un sudaticcio e patinato sogno serale a riccioli rossi e occhi verdi da star…</p>
<p><strong>IMPOSSIBILE META</strong></p>
<p>L’impiegato in cerata rossa a strisce d’orizzonte fosforescente della Royal Mail all’intorto di una bionda in pausa pranzo+sigaretta sul muretto della stazione di Billingshurst alla volta della coincidenza di Chichester sfuma nel tappeto luccicante il pomeriggio di greve smeraldo autunnale che soffice accoglie lo sgambettare poderoso del tre quarti sfuggito alla fradicia mischia inseguito braccato e infine placcato dal destino mentre il pallone rimbalza ovale oltre il finestrino di una corsa inarrestabile …   </p>
<p><strong>LOW COST</strong></p>
<p>In due in piedi sul tronco segato del fico seccato a fare “a chi stava più in alto”, a mirare per primo oltre la siepe rinverdita dal fresco di lionicera lo spuntare tra l’indaco e il bordeaux l’intermittenza della sera: le lucine rosse e bianche in volo da Londra Stansted per l’ultimo balzo Ryanair alle pendici di Bertinoro e tu – Giona – a chiedermi per posta del gioco la risposta al quesito: perché babbo si sente la pancia a guardare i colori di quelle storie in volo sopra di noi? </p>
<p><strong>SUITE DELL’ERRORE</strong></p>
<p>I<br />
Questa stagione flaianesca… la vita tutt’intera pare un errore e il senso dei giorni si dilegua con gli scrosci e i piovaschi notturni di un maggio verde e fresco di preadolescenti rientri in bicicletta e calzoni corti dalla scuola di città con la paura al riparo da saette sotto il portone della chiesa di San Silvestro divorato già dal desiderio che mai ti sarebbe stato dato estinguere nell’età maggiore…</p>
<p>II<br />
Questa stagione flaianesca… tutto sembra esser già compiuto e l’indolenza la fiacchezza dei giorni di cui incolpi i valori della ferritina e la pressione troppo bassa è pari all’inadeguatezza delle tue forze fisico-mentali per i compiti che il destino ti riserva sbuffo dopo sbuffo…</p>
<p>III<br />
Questa stagione flaianesca appena attutita dal profumo del gelsomino mal o nulla si concilia con quell’unica vitale aspirazione dei dieci anni ogni sera di maggio di nuovo: in attesa del fischio finale del prete che tutti richiama allo spogliatoio della funzione mariana essere messo in squadra dai “grandi” provando l’ebbrezza del tiro al volo di prima col pallone consunto dal bianco ghiaino del sagrato calciato nel sette immaginario tra il tronco del tiglio e la prima fronda ormai in fiore inesorabilmente battuti per una sera il portiere e il destino…</p>
<p>IV<br />
Questa stagione flaianesca… all’entusiasmo incosciente dei trent’anni e all’intenso lavorio mirato dei quaranta nell’inconfessata speranza di una qualche riuscita dal volto neppure immaginato è subentrata la noia della propria anonima pochezza e quella noia inconsolabile della certezza che il manico era insufficiente troppo scadente e destinato a spezzarsi nel rivoltare la lama nel terreno fangoso e duro ad un tempo ribaltando un destino che prevede soltanto l’ironica accettazione della propria scarsezza…</p>
<p>V<br />
Questa stagione flaianesca – ti è dato toccare con mano il limite del tuo giardino rigoglioso d’erbacce e infestanti – se non altro questo lascerà: l’inutilità della traccia liquida ben presto seccata di una lumaca su taccuini e quaderni e la traccia finta di impulsi elettronici su una superficie digitale: inchiostri di bit e byte inane dispendio energetico per tenere in vita questa storia un giorno un foglio di più: consumare e sprecare e alimentare così la propria sopravvivenza…</p>
<p>VI<br />
Questa stagione flaianesca piomba dentro il terz’anno di malattia psichica in chi si ama o forse si amava il primo giorno influenzata dal terrore assurdo di chi ti sta a fianco dall’orrore di dover vivere un altro giorno in quello stato e fortunatamente traversata seghettata filtrata dal volo radente e repentino dei merli a sbecchettare tra l’erba incolta di pioggia del retrogiardino vermi grossi un mignolo mentre lame di un sole nordeuropeo riluccicano su penne lustre e d’acchito anche lo scorrere di questa finta penna Montblanc riacquista una parvenza di lucido senso:<br />
il sentimento del tuo fallimento…</p>
<p><strong>PROFILO</strong></p>
<p>Non sono i capelli – da castano chiari tendenti al gaggio con sfumature di rosso si sono schiariti ingrigiti dalla luce in sfumature giallognole – a segnare, Giona, la tua età mediosecolare in un corpo che ancora invoglia nelle sue forme pressoché perfette e lisce osservato a qualche passo da tergo: chiappe adorabili alla voglia sempre frustrata nella potenza della vita da quel tuo blocco mentale e ora – che ancora lo fai rizzare al solo sfiorarti a pensarti discinta nella mollezza di abiti estivi – dalla chimica a chili ingoiata nel vano tentativo di frenare il panico assurdo che ti divora lo spirito rendendo il tuo essere un altro da sé insopportabile a te e a nessuno – no, non è questo: è invece la linea orale di profilo, la bocca in perenne curvatura al ribasso che si incunea in rughe a piegare ancora l’espressione in una sorta di ghigno insofferente alla vita: è questo a segnare a rigare il nostro tempo, la distanza che ormai ci separa. </p>
<p><strong>VOGLIA MERIDIANA</strong></p>
<p>Quest’ombra pigra del meriggio in giardino forlivese frondoso il giusto per la stagione del caldo improvviso: “temperature nettamente superiori alla media climatologica”, con gruppi e gruppuscoli a discutere cinesicamente come comanda la lingua di ciascuno e il relativo tasso alcolico già ora piuttosto elevato e il rasta nero fatto di Heineken ed erba a sbraitare a qualche spirito a te ignoto e l’indolenza che attraversa con olezzo invasivo di profumi di marche globali, ti ricorda – Giona – in un domenicale lontano tardopomeriggio di un agosto assolato nell’immenso verde parchivo di Stoccolma la biondona quarantenne a spompinare decorosamente il suo uomo sdraiato sul fresco del prato, appoggiato ai gomiti, le gambe piegate ad angolo a protezione del volto della compagna, impegnato senz’ombra di dubbio nel moto regolare della bocca, dallo spasseggio per altro indifferente e dalla tua gonfia frustrazione di sottecchi: e oggi come allora vai in bianco nell’allergica brezza che ti scompiglia il desiderio degli ultimi capelli e ti perfora la testa accrescendo indubitabilmente l’emicrania…</p>
<p><strong>APERITIVO</strong></p>
<p>La signora-bene a cui sfugge lo sguardo indolente alla tua volta casualmente seduta nel tavolo accanto di un dehors all’ombra di una via secondaria in quel di Pavia rilascia a ogni occhiata una sorta di finta noia nobiliare andata in sposa a qualche danaroso professionista locale e con le labbra bordò mastica lo stuzzichino ad attutire il Campari in attesa a sera di annoiarsi a ciucciare indolente il membro stanco di un consorte che chiede il giusto tributo per il lavoro indefesso del giorno a rimorchiare euri a faldoni…</p>
<p><strong>RESTYLING</strong></p>
<p>L’anonimo guasto all’IntercityPlus a prenotazione obbligatoria – da pochi mesi passato al setaccio, rimodellato nelle officine di Varese – tra Villamaggiore e Certosa di Pavia ti appieda, Giona,  tra marcite e riquadri allagati di fili verdi che tu immagini risaie da sussidiario elementare, mentre nel maggio già estivo facilmente nuoti lo sguardo tra l’imberbe granoturco – già assapori l’autunnale giallo al ragù – fino a pigiare il bottone verde dell’apertura, che scatta in un soffio pneumatico ad aprirti ai tuoi piedi la pianura abbagliante di meriggio, invitandoti al viaggio per quel viottolo affusolato di giovani pioppi frondosi in fuga all’orizzonte di un numero periodico nella certezza che quel paesaggio, all’apparenza monomodale, è la multimodalità allo stato puro in cui perdere il sé…</p>
<p><strong>ITALIANITÀ</strong></p>
<p>Non è solo il volo dei rondoni nella limpida luce di una sera che già ti pare più lunga nel maggio estivo massacrato da nubifragi e piovaschi monsonici a rischiare le ali tra i vicoli e le forme gentili delle case così italiane – quasi uno spot televisivo tedesco per la vendita di un prodotto dall’immaginario nome italiano – con magro bottino, per poco, di zanzare a farti cadere dentro una sorta di quiete da troppo non provata ad appena venti minuti di Eurocity per Nizza dall’ex-Capitale Morale: è il ritmo di vita che ti pare respirare tra i vicoli acciottolati, i corsi agghindati in boutiques e botteghe in una fauna ostentante un giusto benestante savoir-vivre, quasi la frenesia mediatica il trasbordo delle merci tutt’altro che virtuali, il frastuono trapanato per ogni dove le parole rimbalzanti di cellulare in cellulare per la gioia a cartello dei pochi gestori di telefonia mobile – tabaccai di paese – fossero anestatizzati da chissà quale forza: l’assoluta normalità del cambiamento nell’infedeltà alla tradizione rinnovata.</p>
<p><strong>SLOW FOOD</strong></p>
<p>Al termine di un pasto che si presume locale e che in ogni caso si rivela gustoso e originale in fondo a un corso centrale di questa provincia lombarda placidamente sparuto di passanti serali e che – così speri, Giona – ti verrà rimborsato al completo dal tuo datore di lavoro finora latore di uno status che le tue umili origini e le indegne “capacità” mai ti avrebbero concesso (ma di questo almeno sei conscio e grato) ti chiedi perché il destino si ostini a non concederti anche il lusso di terminare quel pasto e l’intera giornata col dessert della rossa – quella rossa ginger verace – a raccontarti il suo corpo e la storia in una camera ardente a due stelle…</p>
<p><strong>ROMANICO</strong></p>
<p>“…una tenera arenaria dell’Oltrepò che purtroppo non ha resistito all’usura del tempo cosicché l’eccezionale apparato scultoreo originale a motivi zoomorfi e fitomorfi è ora facilmente apprezzabile all’interno negli splendidi capitelli delle navate” che accolgono nella loro frescura la tua anima in pena, Giona, l’inconfessato peccato che ti tortura: il capo reclinato sul legno dell’ultimo banco a chiedere in San Michele un perdono pendente per quel pensiero che per sempre peserà sulla tua povera pelle: un nulla nell’umile essenzialità di un’arte la cui protezione fu implorata perfino da imperatori e per ultimo dal Barbarossa…  </p>
<p><strong>PROSSEMICA</strong></p>
<p>Neppure tu ancora sai, Giona, cosa daresti dopo aver vinto l’aspro, accresciuto afrore clitorideo e strofinato le narici nell’irsuto, increspato pubico groviglio purpureo per inumidire le labbra e affondare le assetate pupille gustative nel ramato dolciastro succo vaginale per farlo fremere dello stesso dolore che ti arrecò quel giorno il suo sguardo, giunto ad appoggiare inavvertito i riccioli rossicci alla tua tempia, a sedersi privo di preavviso al tuo fianco narrando – ancora ti chiedi il perché – di sé, a te sconosciuta: eppure lo sai che solo un piccolo cenno da batticuore sul display portatile ti potrebbe pure bastare…</p>
<p><strong>VUCUMPRÀ</strong></p>
<p>L’invadenza ambulante del “tu” nordfarwestafricano all’assalto implacabile degli avventori tra gli ombrelloni-rifugio tutti uguali – forse per qualche ordinananza del municipio locale – ti tocca la colpa che fai scivolare col Lemonsoda con ghiaccio e limone senza conoscerne la causa diretta o, forse più plausibilmente, rimuovendola dalla coscienza: quell’amore, che ancora ti ostini a mostrare, scemato ad affetto soltanto e desiderio di un corpo ormai non più reattivo, perduto nel male che tutto perfora e prosciuga: la passione, la vita, lo studio e l’ardore, tanto da farti cercare ogni giorno sul giornale locale la becera previsione degli astri nell’indomita speranza che “Urano arroccato nel segno dei pesci ti baleni da remote lontananze una notizia che ti darà una spinta decisiva”: l’incontro che scatena il destino all’orgasmo…</p>
<p><strong>INGRANAGGIO</strong></p>
<p>Queste eminenze grigie, cime, capacità a zonzo per il mondo a sostentare e rimpinguare il ventre convegnistico sbrodolando la loro scienza a quattro iniziati con il loro codazzo succhiacazzo di dottorande, assegniste e postchissaché, le vedi – Giona – poi planare a poiana su megabuffet pagati col tuo pesante obolo d’iscrizione per avere l’onore di partecipare da esterno all’oliatura dell’ingranaggio tritadati incartati o digitati (publish or die!) e riempire i loro otri fino alle crepe degli occhi con il classico riso prestampato sul volto di cartapecora, per nulla appetitosi, ti portano a rifiutare il comune banchettare al Gala dinner, piuttosto a svicolare in un locale fuori mano a startene solo con la scarsezza della tua preparazione in cui cessare di crogiolarti con indecenza per riscattarsi con la pervicace spremitura della propria insufficienza.</p>
<p><strong>NATANTE</strong></p>
<p>Tirare i remi in barca è allungare i piedi sotto un tavolino all’aperto di un caffè sull’acciottolato della viuzza a quattro passi dal largo fiume indolente – chissà quando navigabile: allo stabile attracco due barconi-bar e una serie di barchette galleggianti su una pigra acquetta in discesa svogliata verso il Po nel pomeridiano scarpinare tra Gotico e Romanico: lieve sollievo al disfacimento d’afa pre-estiva in margine a un convegno che una volta di più, Giona, ha confermato la tua pochezza e l’altresì lottare contro mulini ai venti del potere: La solitudine del mezzofondista al confronto della tua nella ricerca è puro piacere mentre questi mostri qui spremono schiere di giovani schiavi precari predicando l’assoluta necessità del team work in cui solo il capitano vince la partita…</p>
<p><strong>MESCHINITÀ</strong></p>
<p>Nel libretto minimo tescabile Adelphi leggi quanto già supponevi o sapevi nelle parole tradotte di W.G. Sebald che il maestro di tutti i prosatori brevi – quegli strani baffetti in cappello, giacca e cravatta consunti con l’ombrello al gomito appesi sul poster della porta del bagno di riserva a nome Robert Walser – “mai poté disporre di qualcosa di suo, fosse pure l’oggetto più insignificante. Persino di ciò che occorre a uno scrittore nell’esercizio del proprio mestiere, non c’era praticamente nulla che egli potesse dire suo. In fatto di libri non possedeva, credo, nemmeno quelli scritti da lui. Ciò che leggeva, di solito lo prendeva in prestito. Anche la carta su cui scriveva era di seconda mano”. E tu, Giona, che vivi di feticci in fatto di scrittura: le penne stilografiche che ti concedi e che usi con piacere a vergare blocchetti e taccuini atti allo scopo, non puoi che sorridere della tua piccola ricchezza: a chi non è data l’ebbrezza dell’immortalità sia data almeno la pochezza di gioire della propria mediocrità nel vergarla a peritura premura a duratura immemoria…</p>
<p><strong>SIMILARITÀ</strong></p>
<p>Dove ti porta, Giona, quel riflesso di sole al telefonino che ti inonda il volto, anonimo a distanza, illuminandolo di identità?: esisti come specchio nell’attesa di un messaggio che ti confermi…</p>
<p><strong>ESOTISMO</strong></p>
<p>Non è più solo una faccenda di fette, cocomero o melone, sì con panna o yoghurt che si distende davanti a te, Giona, ma di tette, in una finta isola caraibica, oasi nel traffico consolare, sotto pini marittimi secolari: gazebo in paglierino di cocco e sfoggio di palmizi in vasi o tappeti di terriccio d’occasione e rotoprato, tra porosità di pietre al tufo e plastica di felci a legioni, sassi veri e cumuli a manghi banane ananassi cocchi mangosteens papayas and passion fruits: tra rotondità d’angurie tricolori o dolcezze al miele di melone, sono le inarrivabili bocce sobbalzanti e palpitanti ai tavoli affollati di sudore ad assetare la tua voglia estiva…</p>
<p><strong>REFERTO</strong></p>
<p>Mai riesci a vincere, Giona, non la fame atavica già ignota alla tua generazione, ma questo tuo appetito, l’irrefrenabile golosità per tartine paste e tramezzini, patatine, olive e salatini, ancor meglio se bagnati in prosecchi frizzantini o in analcolici crodini con ghiaccio a cubettini e scorza d’agrume purchessia nell’ora mediana tra un pasto e l’altro, e in tal modo procurarti esami clinici sballati, colesterolo e trigliceridi a impennarsi come quei capezzoli in bicicletta vogliosi dell’estate che ti sfiorano lambendo l’ombrellone di un bar deserto nel pigro tardo pomeriggio di provincia italica, prima del bivacco aperitivo a ostentare sensualmente altezzosi corpi di denaro e apparenza, l’unico senso dello stare al mondo…</p>
<p><strong>LIBERTÉ EGALITÉ FRATERNITÉ</strong></p>
<p>La lapide slavata da sole e tempeste atlantiche nella cittadina fiera delle case a traliccio sgargianti nel centro storico un’autonomia turistica di cartelli bilingui ti ricorda – Giona – che ogni meta di libera individualità deve essere passata al vaglio storico del boia assolutistico bollante ogni diversità, anche linguistica, quale sfasciatrice di un’unità necessaria a imporre la tolleranza: “Le 7 août fut signé à Vannes le traite d’union du duché de Bretagne au Royaume de France. La Bretagne conserva un statut d’autonomie abrogé par la Revolution Française de 1789”.</p>
<p><strong>IMPULSI</strong></p>
<p>Le grigio-arrugginite, sfondate navi militari dismesse e alla fonda nel porto bretone meidionale di Lorient hanno corvi e cornacchie a far da radar a chi, locale o forestiero, s’addentra nel moderno non folklorico di un orgoglio che neppure gli equilibri rotolatori di teste sono riusciti ad annientare, incapaci di capire nella presupposta, fraterna giustezza abolente ducali o regali privilegi, che l’appartenenza, il senso creato della storia di ogni singolo anfratto, sono innati nei vivi e incisi su ogni pietra levigata da vento e correnti d’Atlantico…</p>
<p><strong>TRASFUSIONE</strong></p>
<p>…e il walkman nuova maniera appiattito che dall’alba ti accompagna nella fondina dei jeans, Giona, nella traversata dei canyon cittadini su autobus metro e pensili navette pneumatiche rombandoti in testa songs e canzoni brani e concerti tra Haydn e il Boss, Haden&#038;Metheney e la fjordica tromba di Molvær ti deambula in un’anemica bolla d’esilio sonoro privo del sangue di verace sound metropolitano a iniettarti i globuli rossi, il plasma del quotidiano: eppure lo sai e lo senti che il senso del suono s’alza soltanto dal dissonante intrigo dei giorni stridenti, dal consonante intreccio di polvere vita e cemento…</p>
<p><strong>ETÀ SENZ’ETÀ</strong></p>
<p>Non sai a chi o a che credere, Giona: se allo specchio che ti sbarba un paio d’anni soltanto nella sua avarizia quando il tuo spirito è a dirti ancora il progetto –speranza, l’utopica tensione della giovinezza, sogni e sentimenti, voglie e sensi, sì il sesso dei vent’anni, oppure credere alla piacente consorte dell’amico che sbianca incredula al tuo rivelare i 52 anni, lei che ti stimava perfetto coetaneo del marito quarantaquattrenne, o piuttosto allo sguardo e alla pelle che copre i corpi sformati degli altri ex-liceali all’ennesima cena dei cento rimpianti, a quella loro scocciata e danarosa vecchiezza e ti chiedi, nella fuga alla volta di un futuro ancora tutto da scoprire, se non sia l’amare il giorno e il godere l’attimo sempre e ovunque a preservare la tua illusione di mantenimento, a non farti sentire il decadimento…</p>
<p><strong>VITACLIP</strong></p>
<p>Il plexiglas che ti sfiora postmoderno nelle colonne-tralicci tubolari del metropolitano germanico mall indistinto e infinito serve a proteggere la tua salsiccia al panino e senape incurante delle masse di colori, odori e sudori a penetrare i sensi nello shopping interminato dal tempo atmosferico indistinguibile nella luce artificiale filtrante l’aria spirata da uno pneuma stagionale, bollente o gelata, a far sì che il tuo portacards liberi il chip del debito al piè sospinto della voglia e del bisogno indotti da un’insipida melodia subliminale, impossibile ormai la fuga tra i campi di un maggio d’infanzia a piedi scalzi e spoglio di marchi e modelli soltanto a tirare calci a un vecchio pallone cucito e sassi con fionde agli uccelli…</p>
<p><strong>BRUNCH</strong></p>
<p>La lenta, sonnolenta mattinata domenicale in onore della festeggiata, colta e amorevole, sensibile benestante di campagna oltre la maschera di scostante serietà, è introdotta da italico prosecco e germanico Pflaumenspeck – lo stuzzicadente che tenero penetra il dolciastro succo vaginale della prugna flambée nell’aroma affumicato – sulle stranianti note di una locale arpa celtica che stereotipatizza una brezza atlantica in un Bassopiano Tedesco frustato da una medesima tempesta oceanica: Giona, lo sai, questa non è una semplice colazione-pranzo meridiana: il languore che s’alza dal tuo stomaco rumoreggiando di succhi gastrici è pura, dolorosa Sehnsucht per l’eternità dell’attimo che semplicemente si scioglierà nell’appisolamento di un pallido sole nordico…</p>
<p><strong>BUON VICINATO</strong></p>
<p>Come ladri entrano nella tua ombra mentale, Giona, spargono il veleno antilumache, ti irrorano di diserbante il prato sinaptico e in tutti i modi cercano di sradicarti l’edera centenaria, la spuntano, la smembrano, la segano alla radice affinché la smetta una volta per sempre di ondeggiare, tremolare sopra le loro ormoniche zucchine, i cetrioli all’insetticida, i pomodori gonfiati di venefico blu per la loro zotica fame di tronfia vita prepotente…</p>
<p><strong>EOLO</strong></p>
<p>Lo sbuffo sottile, una carezza frustata dalle pale macinanti atomi di vento senza timore d’esaurimento e la tua donchiosciettesca boria di consumo di questi novelli mulini piantati in rete a dozzina tra girasoli e stoppie di segale arate in cima a ogni colle, dolce declivio, di questo ondulato Bassopiano germanico, scandinava era glaciale anticipata, sinuoso ti soffia sul collo – Giona – la lotta dell’umana inventiva nel riciclaggio energetico, brigosa, laboriosa alternativa alle briganti oliate guerre sbrigate altrove per il tuo comodo qui, mentre l’ombra della pala nella sera si fa lancia a infilzare con reiterato gesto regolare tremule betulle e fitte abetaie… </p>
<p><strong>STAZIONE DI SALZWEDEL 28 AGOSTO 2006</strong></p>
<p>(Verso il Wendland sulle tracce di Nicolas Born e la sua poesia “Bahnhof Lüneburg 30. April 1976” [Stazione di Luneburgo 30 aprile 1976])<br />
Questa landa a forza unita, da tre lustri e più riunificata, in cui svettano i mattoni rossi zu verkaufen dell’edificio in svendita della DB GmbH – ferrovie tedesche ormai da giocarsi in borsa – poco o nulla ti ricorda, Giona, della vecchia sigla, muro invalicabile a idee e uomini negante la libertà pensante del grande ironista ebreo nell’esilio di Francia: die Gedanken sind frei, fino al confine/confino di Salzwedel, ex-DDR denke ich an Deutschland in der Nacht…<br />
Ed ora sfreccia proveniente da Magdeburgo krank und verwohnt un treno malaticcio e da troppe vite consunto, mentre al sorriso maestoso di femmina da spot murale solo e soli stanno barboni rompicoglioni sulle lise panche in legno di uno stabile in disuso, perdenti il treno garantito anche ai ritardatari fuori tempo massimo della sociale economia di mercato che si concede – ancora – il lusso di non lasciar all’addiaccio nessuno nell’attesa della fantasmatica corriera sostitutiva del fallimento… </p>
<p><strong>EX-</strong></p>
<p>In questa tratta-terra di nessuno ogni torretta in legno per l’avvistamento degli incendi alla posta nella fradicia landa estiva di ex-confine riunificato nell’illusione di “un sol popolo” ti è – Giona – garitta di famigerati Vopos, Volkspolizisten-poliziotti del popolo da cortina di ferro, ex-funzionari di un ex-stato estinto nella storia riscattanti ora la pensione benestante dell’ex-nemico d’Occidente, a sparare allora alla sorte di liberi pensieri e desideri fuggitivi, perché il caso non esiste: nella lettera scritta dai tuoi giorni è soltanto i due punti aperti sul destino… </p>
<p><strong>SAGRA DELLA BALENA FRITTA</strong></p>
<p>(Festa per il 20° anniversario della Libreria Moby Dick di Faenza: Auguri!)<br />
…e dunque alla distanza di vent’anni vinse l’arpione di Achab e più che la sete – di che? Di conoscenza? – poterono i marosi della contingenza: per galleggiare ancora un po’ il balenottero librario a nome Moby Dick s’adagia – sì, sbuffando – e ripiega la coda sull’ovvio sagraiolo digitalcatodicamente local-popolare con karaoke di letterati da ridente cittadina e comedians che del comico la teoria non sanno, divorandone soltanto fecalmente le frattaglie, per festeggiare la fausta ricorrenza da pseudolettura nel paese dell’apparenza, della non-letteratura, declinando l’intelligenza sul semipiatto encefalogramma del consumo purchessia unico programma, al fine di pagare la fattura di bottega, l’obolo sadico alla religione di questo tempo italico, cinico e occidentale, perché, Giona – tu tacciato di eburneo elitismo, o etilismo? Già più non sai – la tua inutile e invendibile scrittura può condurti, ben che vada, sul sentiero solitario di povero lettore del folle Robert Walser, che al vocio delle folle preferì “un territorio libero di idee e sogni”, il lento passeggiare sulla neve, e lì crepare…</p>
<p><strong>SCRITTURA</strong></p>
<p>…e così, quando meno te l’aspetti, come già è accaduto quella volta, col suo fare indifferente – non sapendo che pericolo per coronarie ultracinquantenni – ti si siede accanto, appoggiando la sua vasta chioma al banco, di rosso irrorando la sorpresa del tuo sguardo e, quasi non bastasse, come allora un’altra volta, affinché nessuno senta in quella riunione di colleghi tanto inutile quanto spenta, ti sussurra in un orecchio, non sfiorandoti per poco le tue labbra – a posteriori già ti immagini di bagnare del suo néttare la lingua tra le sue – quel dilemma apparente, suo di sempre: “Ma tu, Giona, come fai a conciliare queste robe da burocrate romano in ministero con l’irruente tuo creare?”…<br />
Bella mia, non scordare: creare è soltanto una questione di appoggiare alla parete dei tuoi giorni, e delle notti, la giusta scala di valori, saper porre priorità, alla faccia della gente, del contingente che ti spreme, e se ci credi veramente, imparerai a venire alla sostanza, ad aggrapparti all’essenziale del tuo essere ora e basta, accettando come dato naturale ciò che chiami invece l’abusivo, lasciando scorrere paciosamente sulla scorza abbronzata dell’estate, tua e solo tua, l’esiziale della vita: a questo pensa anche per te, chi vi ha fatto una carriera…<br />
Scrivi, dunque, vola alta, non temere di staccare, illegale, la tua ombra dalla terra…</p>
<p><strong>ALLA BRACE</strong></p>
<p><em>Cheira bem, cheira Lisboa</em> ti intona l’orchestrina – e canti pure tu, Giona, a squarciagola leggendo il ritornello dal foglietto – nella notte calda di S. Jõao annegata in <em>vinho</em> rosso di caraffa e sardoni sfregolanti su graticole dai bracieri-bidoni arroventati di osti e ostesse improvvisati tra panche, panchetti e banconi alla buona, banchetti a ogni rampa tra festoni variopinti, a ogni spiazzo di scalini nei vicoli d’Alfada, trancio di città risparmiata da terremoti e specolame cementizio, risa e grida colorate al salmastro atlantico che asseta questa umanità tanto meticciata in cui, per questa dolce notte soltanto, approdi per intero…<br />
<em>Cheira bem, cheira Lisboa</em>.</p>
<p><strong>ELEMINATORIE</strong></p>
<p>… e lo sguardo avvezzo di neri pensionati angolani schienati su panchine nei pressi di Praça Dom Pedro falsamente ad aspettare il guizzo arancione tra i vicoli in salita dei vecchi funicolari, facili prede di turisti in sosta, ti spinge, Giona, all’attracco del vaporetto affollato che, lento, muove, parallelo al grande e ardito asse sovrastante il Tejo e l’Oltremondo, alla volta di Cacilhas, l’altra faccia di Lisboa per sole guide alternative, e sbarcare al molo di immediate viuzze alla griglia in fumo e bandiere orgogliose alle finestre do mundial: “até que a bola entre”, finché la palla entri almeno nel quarto di finale di un inizio secolo sbragato da ingiustizia e diffuse guerre nell’incrociare il volto pensoso della quotidianità normale di euri ancora <em>kaufkräftig</em>, per poi perderti in un inatteso <em>café com letras</em> per appuntare tra un <em>caipirinha</em>  e un <em>caipiroska</em> la solitudine di parole che nessuno incontrerà…</p>
<p><strong>VOLUBILITÀ</strong></p>
<p>Giona a volte, sì a sera, di maggio, seduto a un tavolino di Piazza del Popolo, lo sguardo che salta dal frontone a pietra viva del Duomo quattrocentesco in un flash d’arancio, presto rosso tarocco, agli spruzzi della Fontana monumentale, angeli e leoni con vescica sempre giovanile, fino ai buttons in jeans bianchi e attillati a zonzo, in mostra sul selciato tra bici zigzaganti e parole al vento, un caldo scirocchino già estivo di cellulari e auricolari, ecco, Giona a volte, in quell’ora serotina sente come una sorta di convinzione per quell’italica bellezza a misura e fonte d’umano, che rimbalza tra cotti e colonnati, per lasciare poi gradualmente il campo a un’amara sensazione, una certa delusione, per quell’illusione di mera istantanea affogata nell’illegalità, macro o spicciola, dei suoi tanti abitanti, e fors’anche sua in questa terra, lì e altrove, comunque sua.</p>
<p><strong>SPERIMENTAZIONE</strong></p>
<p>…e quel suo porsi civettuolo, apparente innocente naturalmente (o forse soltanto abile gioco di finzione), potrebbe indurti – Giona – all’illusione che la scrittura assoluta e sperimentale, spinta dall’inesorabile commitment per la causa in sé, di cui si dice alla ricerca, si manifesti seduta stante in quegli occhi azzurri persi nel vuoto sognante l’opera d’arte del nuovo millennio rilegata tra riccioli rossicci, e persino a fraintendere il suo desiderio d’espressione col tuo – se non di possessione – ebbene sì d’evasione alla volta del destino: mera sovrinterpretazione, pura sega mentale, rara delusione, precorritrice della vera…</p>
<p><strong>GO HIGHER!</strong></p>
<p>…e le coppie grasse coi bambini lentigginosi e schiamazzanti, i pensionati appassiti, disossati sotto le canotte e i loro zainetti rifoccilatori ordinati nell’infinita doppia fila di mattinata domenicale, ventilata di nubi bianche, mare grigio e sole a spicchi, all’arrembaggio dell’ascensore in volo alla volta dell’ardita punta-bar-ristorante, simbolo-vela d’acciaio, <em>Spinnaker Tower</em>  verniciata a candore brucianti il tuo attonito sguardo, Giona, e di chi non sale nel sole e che accende la notte del centro commerciale sovraportuale coi suoi occhi vetrati di violaceo blu, non li invidi nella tua attesa a terra bevendo un falso intruglio all’albionico Caffè Giardino: l’ebbrezza del presente, le vertigini dell’assente ti seguono costanti nei marosi di giornate vomitate alla sopravvivenza mentale…</p>
<p><strong>ÀUGURI I (PRE-GIUDIZIO)</strong></p>
<p>“C’è urano nel vostro segno, che promette novità epocali. Se avete appena fatto un incontro, prendetelo sul serio e puntate a una realizzazione duratura. Se invece attendete ancora qualche novità eccezionale, non perdete la speranza: Urano si fa spesso aspettare, ma non delude mai chi sa preparare il suo arrivo, sbarazzandosi di legami superati”…è prima dell’alba, al risveglio dei figli per il viaggio verso il sapere fonte, si spera, di vita creativa con gli occhi arrossati e l’emicrania notturna al sollievo verticale che afferri il rotocalco e non sai neppure tu da dove venga questa disperazione che ti spinge alla foga di leggere d’acchito il tuo presunto pressagio di astri illustrati da una pennivendola settimanale… cos’è che ti manca, Giona, cos’è che ricerchi tra quelle righe sintetizzanti medie e statistiche forse probabili per tutti colori che nati nel segno dei pesci nulla sanno della canzone del romano, Antonello o Francesco, proprio non ricordi, la speranza da non perdere, la novità epocale che quasi ti intimidisce a scavare nel profondo della psiche o dello stomaco inconscio…</p>
<p><strong>ÀUGURI II</strong></p>
<p>Scirocchino al primo di ottobre nel tramonto trafitto dagli ultimi gitanti marini nel rombare autostradale di un’umidità che si rapprende alla prima oscurità tra erba, rovi e sciabordio di canne di un fiume che scorre torbido di piogge ormai monsoniche nella loro discesa a valle da cambio di clima e tu, Giona, di colpo ti senti avvinto dalla fradicia frescura amazzonica nel rigoglio serale di versi volatili e balzi improvvisi di sguscianti mammiferi un tempo sconosciuti in pianura e poi è lo stridere della fagiana in volo raso pero a trascinarti verso il destino che tollera scelte… </p>
<p><strong>ÀUGURI III</strong></p>
<p>Fisionomista come sei, Giona, rispondi cordialmente sorpreso al “Salve” sculettante in completo bianco ossigenato che ti fiacca le gambe immemori di quel volto nel cammino a ritroso della memoria visiva: preso nell’assalto quotidiano dei colori di un ottobre da note diaristiche, cerchi avventatamente sul fondo del caffè alto in tazza grande ormai rappreso lo specchio di un volto avventato, inventato dai neuroni del desiderio: tanto fragile è la tua fedeltà al dato reale da barattarlo in fantasia al primo flirt del destino.</p>
<p><strong>KILI A KILOMETRI</strong></p>
<p>Ora che arranchi nell’autunnale sabato serotino, Giona, spostando la pancetta in una corsa “seduta”, tu ex maratoneta da record bruti, da tanti inarrivati, a vincere colesterolo e trigliceridi, sei sorpassato in riva al fosso da ciclisti forzati albanorumeriucraini di ritorno dalla spesa superdiscountata alla tedesca: i borsoni Lidl di plastica fermati alla meglio con fermagli di fortuna sul portabagagli si allontano ridendoti in faccia la fatica del welfare: appena potranno ti lasceranno ansimante nel loro diesel scarburato da salone dell’usato.</p>
<p><strong>THE MEDIUM IS THE MASSAGE</strong></p>
<p>Giona, figlio mio, hai travisato il messaggio, o perlomeno mal contestualizzato: avere una giusta distanza, un salutare distacco dalle cose – intendendo in questo frangente in particolare: gli oggetti! – non significa potersi avventare contro di esse scaricando la tigna sorda e assurda dei quindici anni che ti scoppiano per ogni poro e palla, farle lesse sotto le nike bianche e al massimo abbandonarsi alla bestemmia per lo sfregio sulle punte mentre il laptop langue in un angolo della stanza impossibilitato per sempre a visualizzare sullo schermo crepato i gigabyte da lavoro mentale di un decennio che, pur non perso, dovrà trasmigrare altrove, senza che tu ti risolva a salvare la faccia: il rispetto che si deve alle cose, non solo proprie, è appunto il distacco che ti manca: solo sapendo della fine, si può accettare la loro e la nostra fragilità, sopportarne il distacco.</p>
<p><strong>ZIGZAGANDO TRA VITE</strong></p>
<p>Sgangherato flâneur di bassa provincia italica, annoiata e affluente, distratta alle morti da incroci saltati, scodinzoli il mezzo toscano a cavallo di una due ruote pieghevole tra le zone pedonali in saldo e offerta perenni alla volta di qualche tavolo ancora all’aperto di stanchi pomeriggi autunnali a origliare l’apparenza di pseudoproblemi di giovani signore incazzate, desiderose di una libertà comportante il disimpegno da ogni sentimento fattosi figlio, figlia, foglia al videofonino: l’unica forma di vicinanza, comunanza acconsentibile.</p>
<p><strong>SERENITÀ</strong></p>
<p>Ancora non sai perché e cos’è che ti manca – Giona – in questa landa di confine tagliata dalla storia di un fiume in lingue e scritture inconciliabili, germaniche e slave, mentre cammini e fotografi contrasti a grappoli, il nuovo dell’asfittico architettonico da riempirsi di vita l’antico restaurato a dovere e l’abbandono di residuati culturali di una sedicente economia di proprietà popolare: Volkseigenes Theater der Jugend, tra rovi, macerie di ideologia lungo la Karl-Marx-Straße a quattro corsie semivuote: non è l’apparente rudezza della gente anziana o l’indifferenza annoiata della giovinezza… poi d’un tratto l’illuminazione: è l’assenza di ogni parvenza d’erotismo che sgorga da ogni passione per la bellezza, la serena leggerezza vera sostanza dell’arte.</p>
<p><strong>QUADRI VIVENTI</strong></p>
<p>Nella fredda serata schiarita allo scroscio travolgente il pomeriggio al tavolo della <em>Brasserie den Artist</em> (&#8220;<em>koelkast leeg?</em>&#8220;) sulla gran via d’Anversa detta <em>trendy</em>  e chiamata <em>Museumstraat</em>, stai in oservazione, Giona, di questo giovane popolo affluente di una fiamminghitudine multietnica di terza generazione a mitigare il gaggio rossiccio e fulvo con la varietà di toni da Terra di Siena bruciata fino all’asiatico olivastro: momentanei quadri di varia umanità, tanti piccoli Pollock bastardi ancora da esporsi nel monumentale MUKA. </p>
<p><strong>TRADUZIONI</strong></p>
<p>Eccoli a sguazzare assatanati di risa a chiazze, a schizzarsi bionde treccine e zuccotto, a schizzare pure te, Giona a zonzo nello <em>Stadspark</em> a quattro passi dal quartiere ebraico d’Antwerpen, col fango di pozzanghera, fonte battesimale alla vita a venire, maschi marmocchi ortodossi dai lazzi yiddisch, in una lingua – <em>lontana, da dove?</em> – troppo presto data per morta, a rinascere qui nel futuro del gioco sotto lo sguardo barbuto e distratto di padri intenti a palpare palmari con polpastrelli sicuri nello scrutinio di quotazioni di borsa in anglobo: è il prezzo da pagare ai diamanti affinché il feltro nero dei cappelli continui a luccicare e le arcaiche consonanti trovino ancora le giuste vocali.</p>
<p><strong>SOLITUDINE ALTICCIA</strong></p>
<p>Questo tiepido sole che scende sulla sera d’Anversa dopo i freschi scrosci del giorno, per altro previsti, a rammentarti un barlume d’estate tra le <em>trendy Straaten</em>, i ristoranti e i caffè con ombrelloni a stormire alla brezza che s’alza dalla Skelda, i lecci dei viali a baciarti sulla fronte – Giona – l’inestinguibile sete di conoscere l’Altro e l’Altra, la lingua che mastichi appena mentre la bruna trappista t’aiuta solo a ruttare ancora una volta.</p>
<p><strong>LEZIONE DI LINGUA</strong></p>
<p>E mentre siedi ancora una volta, Giona, alla luce fioca di un altro caffè che ti ha ccolto con la sua atmosfera fuori da qualsiasi percorso turistico – stavolta è l’<em>Entrepot du Congo</em> con le sue colonne, le travi arricciate d’inizio secolo (solo un ripasso recente di lacca), i tavolini in legno massello e piastre di marmo, gli specchi rettangolari ad altezza del capo di chi sta seduto – ti perdi tra le storie narrate nel forte chiacchiericcio dalo sgaurdo vagante di vecchi e isolati fumatori nell’angolo rokers, o dalle sorridenti, violenti scollature di giovani donne colme dell’autostima del loro colore fulvo-fiammingo, per poi ritrovarti ad ascoltare soltanto il racconto tutto suo del sedere della mora cameriera vallone: e per l’ennesima volta sei preso tra il fuoco delle lingue.</p>
<p><strong>ISOLA SUL MARE DEL NORD</strong></p>
<p>Sdraiato in un cosidetto <em>Strandkorb</em>, cesto da spiaggia riparante da flagellanti brezze marine spallucce e pelata, mentre osservi nordiche stirpi a valicare dune millenarie, sabbia trafitta da caspi, cardi selvatici e ciuffi d’erba tagliente, tute sportive biascicanti commestibili ipercalorici fin sulla battigia, dove risale la risacca d’alta marea ad accogliere i pochi arditi a sfidare i 18° dei cavalloni: e tu ti accontenti di cavalcare mentalmente le gonfie nubi pasturone spingendoti al largo di desideri inconfessati.</p>
<p><strong>FRANZ E WALTER (I)</strong></p>
<p>Nel saggio sul Flanieren dedicato al libro di Franz Hessel, Walter Benjamin a un certo punto definisce l’arte compiuta del flâneur [die vollendete Kunst des Flaneurs] come “la conoscenza dell’abitare” [das Wissen vom Wohnen], intendendo l’abitare nel vecchio senso nordeuropeo o mitteleuropeo, in cui al primo posto si trovava la Geborgenheit [il sentimento di sicurezza e protezione]. Anche questo concetto, che fa il paio con la Gemütlichkeit [la confortevolezza] contrasta agli occhi di Giona con l’esperienza che possono aver fatto i più nelle sue italiche terre fino ai giorni nostri. Qui, anche in quelle sparute aree di comodità, piacevolezza, atmosfera, colore e calore, tutto viene trafitto e svuotato dall’invadente artificiosità reale dell’ininterrotta volgarità mediatica.</p>
<p><strong>FRANZ E WALTER (II)</strong><br />
					<em>Wegen der überstürzten Flucht mußte ein Koffer<br />
mit seinen Manuskripten und Tagebüchern in Berlin zurückgelassen werden. Sie sind seitdem verschollen</em> </p>
<p>Valigie piene di appunti, quaderni e taccuini manoscritti, dattiloscritti corretti, ritagli di articoli di giornale sul fondo di qualche baule o cassetta di legno, dimenticati o, più probabilmente, costretti all’abbandono nell’ultima fuga per salvare la pelle: di Franz Hessel, Walter Benjamin, Bertolt Brecht e di migliaia di anonimi e dimenticati… e da allora spariti, cenere o polvere sotto un bombardamento, marciti in qualche cantina o contemplati a temperatura costante in un qualche caveau di tanto in tanto, palpati da un riccastro feticista e – comunque – cancellati allo spirito umano…<br />
Forse oggi qualche pensatore cinese, nordcoreano, curdo, ceceno, iraniano, ruandese o di chissà dove, fors’anche statutinitense, porterebbe con sé una piccola data pen o memory stick o chiavetta con alcuni giga di scritti e sarebbe costretto a consegnarle al controllo del volo in arrivo extra-Schengen e qualche ligio funzionario all’oscuro di lingue e caratteri stando dalla parte della security cancellerà cartelle e file per il bene di tutti. Che fortuna Giona a viaggiare con l’insospettabile stilografica a macchiare di verde scuro un liso taccuino di carta riciclata. </p>
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		<title>S-CEN/PEOPLE (le nonstorie di Giona)</title>
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		<pubDate>Sat, 16 Jun 2007 07:51:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gnadiani</dc:creator>
				<category><![CDATA[NONSTORIE DI GIONA]]></category>

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		<description><![CDATA[In occasione del Natale 2006 il settimanale faentino SETTE SERE (gruppo www.bacchilegaeditore.it) pubblicò come strenna per i suoi lettori un mio audiolibro con testi in romagnolo dal tono cabarettistico dal titolo S-CEN/PEOPLE. &#8220;S-cen&#8221; in romagnolo significa &#8220;persone&#8221;, &#8220;esseri umani&#8221;. All&#8217;inizio del 2007 i settimanali del gruppo si sono dotati del magazine culturale DUE, che esce [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In occasione del Natale 2006 il settimanale faentino SETTE SERE (gruppo <a href="http://www.bacchilegaeditore.it/">www.bacchilegaeditore.it</a>) pubblicò come strenna per i suoi lettori un mio audiolibro con testi in romagnolo dal tono cabarettistico dal titolo S-CEN/PEOPLE. &#8220;S-cen&#8221; in romagnolo significa &#8220;persone&#8221;, &#8220;esseri umani&#8221;. All&#8217;inizio del 2007 i settimanali del gruppo si sono dotati del magazine culturale DUE, che esce come supplemento comune coprente il bacino dei lettori (vaste aree del ravennate e del bolognese). Al redattore responsabile, il musicista e giornalista Antonio Gramentieri, venne l&#8217;idea di una rubrica settimanale con lo stesso titolo da far gestire, alternativamente, allo scrittore casolano Cristiano Cavina e al sottoscritto. In questo spazio vengono per tanto inserite le mie <em>nonstorie </em>bisettimanali, che come in una sorta di diario di gente comune, presentano il personaggio camaleontico Giona (sempre diverso) alle prese con la nostra contemporaneità vista dagli occhi di questa infinita provincia in perenne trasformazione.</p>
<p><strong>APERITIVO</strong></p>
<p>E in un angolo nella confusione dello shopping (di che? A dire il vero Giona l’ha scordato, forse non gli serve nulla, ha soltanto sete) Giona butta una manciata di centesimi al vecchio slavo masticante pane secco per un solerte accendino Bic: il mezzo toscano proprio non vuole accendersi mentre si avvia al gossip giornaliero post-ufficio da dividere con gli altri tre sboroni e quelle fighette in ghingheri (da sempre se lo chiede: che ce l’abbiano solo loro?) sotto il gazebo del Country wine pub, già Bar Contado, nello slargo che sopravanza le latrine sulla Piazza, a far vedere al mondo che la moneta è lì che gira, con lui e quegli amici di giornata…<br />
“Siamo noi a farla girare come si deve, noi la bella gente di Dublin City, Berlin, Amsterdam, Imola o Forlì, la stessa, sempre uguale a sé stessa, tirata a lucido e leccata in faccia al culo di questo tempo che riluccica di non-idee niente: nessuno può fermarci e se non vi piace voltatevi da un’altra parte, le polizze sulla vita però siamo soltanto noi a farle …” sembra dire al mondo Giona, mentre cammina con la camicia bianca aperta sul petto nonostante la brezza serale: il corpo ben eretto, il passo sicuro sulle scricchiolanti suole laccate.<br />
Il sorriso di lei è più vasto della Piazza delle Erbe quando gli si fa incontro saltellando sui tacchi alti – che acrobata!- a stampargli l’assetata lingua in bocca: “Queste fighe qui sono già tutte bagnate fradicie d’inganno e prima di sera pure noi annegheremo nel liquido seminale di cambiali d’esistenza…” pensa Giona, mentre in un lieve solletico si fa mollemente trascinare dalla Bellezza al bancone rigurgitante di tapas nostrane: “In fondo, è giusto così: lo so, anche il piacere ha il suo prezzo, ma fatemi vivere un po’, kazzo!”.</p>
<p>[Sette Sere - Due <strong>10 marzo 2007</strong>]</p>
<p><strong>IRISH PUB “RUMÂGNA</strong>”</p>
<p>Carina, la cameriera, corvini a scendere neri lungo la schiena, forse un po’ brevilinea, comunque ostenta orgogliosa i fianchi nudi.<br />
“Calabrese? Pugliese? Siciliana? Kissà…”, si chiede Giona.<br />
“Albanese”, risponde la ragazza sollevando le sopracciglia in inspirazione, un profondo respiro che mostra in tutta la sua potenza pettorale lo sponsor: Guinness. Poi, preso l’ordine, si allontana accarezzandosi il neo sopra il labbro porporato, e lo sguardo di Giona, nell’attesa della pinta con chips – ebbene sì, ha ceduto un’altra volta e non vuole sapere di quanti punti si impennerà il colesterolo – il suo sguardo, per un attimo assente a immaginare le patatine fumanti, cade sulla quella stanca coppia irlandese, nel vestito stiracchiato della domenica, che pende da una vecchia foto sfumata d’inizio Novecento, ancora in piena fase emigratoria: una riproduzione fornita con l’altra oggettistica celtico-esotica a qualsiasi irish pub per ogni latitudine e longitudine dal produttore di birra scura dal colletto di panna che scivola giù, giù, giù, morbida per la gola assetata, giù che è un piacere, sembra quasi come quella originale. E poi gli sgabelli, i cartelli di metallo di qualche vecchia bevanda fuori uso, all’apparenza, cioè a distanza, quasi veri con addirittura un po’ di ruggine sui bordi, e comunque pure essi perfette imitazioni Made in Vietnam. Compreso il tre quarti della mitica nazionale di rugby in maglia verde con stemma tricuorato, intento ad andare in meta con la palla ovale stretta sottobraccio più di una tetta di Sharon Stone graffiante, sfuggendo al placcaggio del gaggio gallese in rosso. E mentre la birra finisce, la caciara di comitive di scolari in libera uscita serale sale implacabile, sovrastando pseudomusica in anglobo: neppure un tono è irlandese. Sulla soglia della taverna, Giona getta un ultimo sguardo all’interno e per un battito di ciglia incrocia l’unica cosa vera: il sorriso stanco della cameriera, la corvina albanese, ke non lo caga pari. Un rutto squarcia la notte, infine.</p>
<p>[Sette Sere - Due <strong>7 aprile 2007</strong>]</p>
<p><strong>TELEVENDITA</strong></p>
<p>Giona, vabbè, fa la velina a Telelokal-3: un lavoro come un altro, la busta paga quella che è, però regolare e dipendente, non semplice co.co.pro., non più bambina epperò ancor piacente, non son più venti, sono almeno quarantatrè, ma a ogni età si dà quel che si ha, e lei ha ancora tanto da mostrare, quanto basta per i pensionati-baby intenti a buttar la pasta mentre lei va in onda prima della siesta.<br />
E poi l’età vuol dir soltanto professionalità e così non è costretta a darla via a ogni piè sospinto, bensì solo ogni tanto nel post-trasmissione al guaglione ormai rugoso di cerone, inventore e possessore di quel format ultraregionale che produce e conduce di persona: <em>Il Gran Contenitore</em>. A volte è anche solo una toccata, lui ormai è piuttosto da pizza masticata, ma il lavoro è lavoro e Giona non si è mai lamentata, sa di essere invidiata, una donna fortunata. Quando va al mercato a far la spesa, non si contano le tipe che, sussurrando tra di loro, si dan di gomito segnandola a dito, e mentre incede selfconfident – e ke kazzo! – sul selciato di Piazza del Popolo, i popolani fuoriescono dai bar – “Os-cia, l’è lì, sì proprio lei, cl’ambiziosa!” – e confrontano la sua merce inarrivabile con la più abbordabile e, kissà, fors’anche meno altezzosa, carne bianca in perenne arrivo su voli a basso costo dal vicino o remoto Est. Sì, è lei, sì – vabbè – il sorriso è quel che è, il suo, a volte, è lievemente stanco ma sempre vero, mentre o’ guaglione ha inserito il mascherone automatico, e anche il membro è prosciugato, del resto Pippo <em>anchor man </em>è alla sua tremilasettecentocinquantasettesima trasmissione messa in onda in diretta simulata (delle repliche ha perso il conto), del contenitore mogli e buoi nonché paesi tuoi, musica e cabaret raskiabidet, ma Giona – va da sé – sa che la vita non chiede mai perché: se va bene è una replica al rallentatore di una datata trasmissione, un frusto contenitore alla Telelokal-3 e allora – ke male c’è? – finché va – perché no? – Giona oscilla come un tempo kiappe e tette al telelokalvarietà!</p>
<p>[Sette Sere - Due <strong>21 aprile 2007</strong>]</p>
<p><strong>THE ULTIMATE KICK – IL BRIVIDO ESTREMO</strong></p>
<p>Tarda mattinata: parcheggiato di traverso sull’anonima piazza-parcheggio il Cayenne metallizzato Turbo S [383 kW - 521 CV - a 5.500 giri/min<br />
0-100 km/h in 5,2 s Velocità max: 270 km/h, prezzo al pubblico consigliato:<br />
€ 122.628,00 IVA inclusa] vetri oscurati, Giona, occhi oscurati da vecchi e preziosi Ray-Ban introvabili (genuine since 1935), Giona entra nel bar del Borgo Vecchio: tre pensionati ingrigiti dalla noia, “Kissà se hanno mai lavorato…?”, mormora tra sé…<br />
Un mugugno per un caffè in tazza grande: rigira il cucchiaino nella tazzina appoggiata sul frigo dei gelati, piegato a sfogliare le pagine locali, a scuotere la testa sopra il giornale: per due ragazze nel giro di mezz’ora un cubo di discoteca s’è fatto tombino d’asfalto&#8230;<br />
Si ferma, beve un piccolo sorso nero e getta gli occhi verso il vuoto del parcheggio in cui si staglia la grande margherita del Conad …<br />
“Giona, hai studiato la tua parte, l’hai imparata, hai trovato un buon lavoro, sei sistemato, invidiato per la macchina, non ti puoi di certo lamentare: la moglie ti ha portato la casa in dote, metà delle stanze sono ancora vuote, è una donna che si accontenta: un paio di vestiti griffati, il sabato a sballare per stare tra la gente, la domenica a sbafo con tortello alla Sagra del Porcello, un po’ di mare per l’estate: l’anno scorso Santo Domingo, quest’anno, tra qualche mese Capo Verde, kissà, fa lo stesso non cambia molto, importante è il culo a mollo, quando la baci e le sfiori quelle labbra rifatte, con la lingua che non le ha mai davvero parlato, pare soddisfatta, e la politica – ebbene sì, anzi no – non è mai stata il tuo forte… ormai gli anni sono mesi, sono giorni e sono tutti uguali: kissà perché? E poi da un po’ di tempo in qua allo specchio pare pure che il tuo naso sia quasi storto, la ragione, kissà qual è? Coi peli anche bianchi a spuntar dalle narici e a nulla serve tagliarli: crescono come baffi…”<br />
E se provassi a chiederlo con una mail o a consultare il sito: www.seigiastar_sgabanaza.com?</p>
<p>[Sette Sere - Due <strong>24 febbraio 2007</strong>]</p>
<p><strong>SUPER-IPER</strong></p>
<p>Finita la sera, ora è la notte illuminata a giorno a farla da padrona. La notte è solo un paese di facce senza nome, in rincorsa tra neon colorati e intermittenti a splendere senza fine sulla gazzella dei caramba a zonzo nel vuoto semioscurato di storie fantasma parcheggiate dentro due roulotte e un camper di zingari a guardare con l’antenna il telebalenìo del denaro.<br />
Giona stoppa la macchina al distributore e li vede, li vede luccicare sul fondo della retina, oltre il distributore automatico, li vede, vede gli stivali, poi la pelle e quei capelli di neve-stoppa delle due ragazze giunte dall’Ucraina fin qui a farsi scopare da quel pick-up dai vetri scuri, vetri muti da cui nulla trapela, che non parlano a nessuno, ma Giona già capisce e per un attimo si fa il suo trip mentale: forse pure lui con la voglia che si ritrova e la mogliettina che non l’aspetta, se non fosse a secco kissà…<br />
E Giona per tornare a casa è costretto ad arrestarsi al centro della notte, costretto senza banconote, a fissare il gelo blu di un bancomat, che gli ricorda che da tempo è in riserva: la spia-occhiolino gli rivela senza interruzione la sete dei chilometri che gli mancano da sempre per arrivare in nessun posto: “no tienes ninguna destinación … non hai nessuna destinazione” si sgola Manu Chao dal cruscotto.<br />
Giona infila la sua card nella macchinetta a dispensare carburante, super verde che gli prosciuga le costole del portafoglio e le portiere spalancate con le casse al massimo volume a spaccare il sonno lieve degli uccelli, che se la fanno sotto: morbide cacchine gialle piombano sui vetri laterali. E l’automat gli legge il chip dagli occhi, il numero solo suo perché si possa cavare la sete di ’sta notte, di ogni notte, dandogli da bere il tornaconto di un’altra guerra petrolifera e lui lo sa, lui sa di non avere altra scelta: è questo tempo che lo vuole, che lo spinge dentro ai giorni, che lo pigia nella notte, che lo vuole ancora e sempre in viaggio, “por la calle de cada engaño… per la strada di ogni inganno”.</p>
<p>[Sette Sere - Due <strong>24 marzo 2007</strong>]</p>
<p><strong>CARTA STRACCIA</strong></p>
<p>“Os-cia”, pensa Giona, “ questa è un’occasione unica, impedibile! Un’offerta così quand’è che la ritrovo, un affare per così dire, non si discute: solo 1.932 € tutto compreso… Certo che quest’economia di mercato, con la concorrenza vera, ti concede possibilità inaspettate per tutta la vita, e io appunto non me lo sarei mai aspettato, e pensare che è un pezzo che aspetto… Però qualcosa non mi quadra: altro che petrolio o acqua, questa qui è una materia prima che non si esaurisce mai, anzi aumenta in continuazione e per forza i prezzi calano, quando c’è troppa roba sul mercato…<br />
“Si informa la gentile clientela che è stata costituita una cooperativa operante su tutto il territorio nazionale per garantire all’utente un ottimo servizio a un prezzo onesto e quindi assolutamente concorrenziale. Servitevi della Cooperativa Funeraria IL CUSCINO, prezzi imbattibili! Volete un esempio? Servizio funebre per tumulazione in loculo o tomba comprensivo di cassa a norma di legge con interno in zinco e valvola depuratrice; rivestimento interno in raso e accessori; copricassa di fiori freschi; epigrafe provvisoria da apporre completa di foto su lapide o tomba; disbrigo pratiche comunali e sanitarie (bolli inclusi), il tutto a incredibili 1.752 €. Per l’intestatario della fattura il servizio di pompe funebre è (come da art. 27 del DPR 26.10.1972 n. 633 e successive modificazioni) completamente esente da IVA. Per tutta una gamma di servizi: spostamenti salme, cremazioni ecc. potete informarvi direttamente presso i nostri uffici”.<br />
Giona, 93 anni portati in modo asciutto, strappata l’inserzione dal giornale locale dispiegato sul tavolino di fòrmica della Casa del Popolo, con un impercettibile ghigno sulle labbra dice tra sé: “E s’a fases, se facessi come il povero zio Aurelio nei lontani Settanta, ziôn, single ante litteram, morto a 94 anni, che se li era bevuti e chiavati tutti fino all’ultimo spicciolo, alla fine aveva ancora una signora che gli accarezzava una mano mentre tirava i zampet?” Appallottola l’inserzione e, con mano incredibilmente ferma, la getta verso il cestino dei rifiuti posto a 5 metri di distanza, sotto il televisore: canestro!</p>
<p>[Sette Sere - Due <strong>4.05.2007</strong>]</p>
<p><strong>CENERE</strong></p>
<p>La temperatura globale della Terra s’era alzata ancora nell’anno appena passato. L’inverno era stato ridicolo: nemmeno una brinata di quelle che lasciano il segno sulle ultime foglie. Le vecchie foglie autunnali si erano staccate dagli alberi quasi per inerzia nel corso di alcuni mesi e ancora adesso, ormai in piena primavera razzolavano tra i marciapiedi. La marrone e squadrata piana agro-industriale – un giorno di nuovo sommersa dalle acque marine – era spazzata da scirocchi, libecci e tramontane asciutte, che non facevano cadere se non poche gocce d’acqua rachitiche su quella terra sfarinata: labile polvere, pura cenere. Sullo sfondo l’Appennino non mostrava pugni chiusi di neve gelata scintillante stagliandosi in cumuli grigiastri. Da quando nell’osteria era stato definitivamente proibito di fumare, Giona trascorreva in solitario la pausa pranzo all’aperto, cercando un angolo riparato sotto il loggiato della Piazza Magna, nelle mani, fasciate da guanti di lana rossa a mezzo-dito, il panino e la “fujaza”, il mezzo toscano. In quell’ora intirizzita si abbandonava al silenzio, sfregiato solo dal ronzio di una bicicletta o dalla sgasata di un autobus ATR a metano. Sentì il sole intiepidirgli la faccia e spingerlo in un vicolo oltre la piazza. Pochi passi e si ritrovò in una radura: un giardino con alberelli rinsecchiti seghettato da un canale ristagnante cicche, pacchetti di sigarette appallottolati, lattine schiacciate, scontrini illeggibili. Una strana scultura lo chiamò a sé, ancor più la dedica: non era uno dei tanti monumenti alla memoria di caduti o di grandi uomini (poche le donne). Si avvicinò alla pietra sfumata di rosa – certo non marmo di Carrara, piuttosto pietra di Apricena, ma che ne sapeva lui… Un grande quadrifoglio dallo stelo troppo grosso, lo sfiorò: emanava un leggero tepore. Indietreggiò di un passo per leggere: “A ricordo degli alberi diventati cenere – Tonino Guerra”. Aveva ancora pochi minuti. Spiegò il giornale sul terreno, si sedette e abbandonò la schiena sulla pietra accogliente. Tirò a lungo nel toscano, rilasciando lentamente il fumo. L’ultimo.</p>
<p>[Sette Sere - Due <strong>18.05.2007</strong>]</p>
<p><strong>FOSSILI VIVENTI</strong></p>
<p>Il draghetto, inconfondibile, s’alza, allunga la testa crestata e la lingua biforcuta dallo spacco esatto, perfetto, del sedere lasciato libero, all’aria, dalle mutandine sottovita col brand ben in evidenza di Giona, che stravacca i suoi sedici anni sui gradini della Cattedrale quattrocentesca a pietra viva.<br />
Nell’immaginario collettivo di molte culture i draghi sono creature mitico-leggendarie, come esseri sia malefici che benefici. La presenza della figura mitologica del drago in moltissime culture in varie parti del mondo fa supporre che il drago nasca come spiegazione del ritrovamento di fossili di dinosauro, altrimenti impossibili da spiegare. Quale fossile inspiegabile s’alza dalla schiena di Giona?<br />
Giona è rivolta ai bronzei e zampillanti leoni verdastri della fontana monumentale che fanno il paio col draghetto bluastro tatuato sul suo “punto sensibile”. Ebbene sì, secondo il più recente sondaggio gridato dai media, il 75% dei maschi-machi italiani è attratto dai tatuaggi posti negli anfratti strategici del morbido paesaggio femminile. Solo il fondo-schiena raggiunge una percentuale maggiore che sfiora il 90% del gradimento erotico. E quando, come nel caso di Giona, intenta a giocherellare col cellulare in attesa di un messaggino che la faccia alzare di scatto e sculettare decisa alla volta della Piazza, i due elementi si fondono, l’intera sagoma diventa una mina vagante pronta a esplodere nelle teste degli sparuti maschi attempati in uscita e in discesa dalla Cattedrale sulla cui pietra viva avvampa arancione il tardo pomeriggio. E allora non c’è monito di prelati, non c’è sentimento di coscienza sporca che tengano: tutti cedono a un ironico cenno di consenso alla volta dei tassisti col parrucchino in estasi, in attesa di clienti un gradino più in alto di Giona, per quella bellezza che ostenta innocenza: “Cs’a vut fêi, cosa ci vuoi fare, è la vita! Viva</p>
<p>[Sette Sere - Due <strong>8.06.2007</strong>]</p>
<p><strong>MOBAIL</strong></p>
<p>Lo possiede anche Giona un cellulare – pochi anni prima che sembrano secoli si chiamava ancora telefonino, che strana questa lingua senza memoria – ma non ne fa granché uso, anzi lo tiene giusto per dovere, per essere reperibile a chi non può far a meno di lui, e pensare che non fa altro che propagare la massima che “nessuno è indispensabile e che tutti possono rendersi utili”. Generalmente alla musichetta del suo aggeggio sul display gli appare sempre un nome tutto sommato scontato, mai un numero-sorpresa, insomma il destino che possa innescare una svolta nella sua programmata esistenza. Eppure proprio sotto il suo naso dovevano erigere quel missile di antenna per “fare campo”: a lui anche se il mobile (pronuncia: mobail, un po’ di tono, kazzo!) non prendeva, non fregava molto, figuriamoci, lui che era sempre stato un fuori-campo, ribelle moderato a tutte le mode, lui, ritornato alle lettere manoscritte per comunicare le cose più private, quasi dei pizzini col francobollo, visto che ormai non c’era messaggio che non lasciasse traccia su qualche server o tabulato controllato da kissàki. Anche lui ha appeso al balcone della villetta ad angolo con due metri quadri di giardino, un mutuo per due vite per accontentare la sua lei, il lenzuolo di protesta graffitato con lo spray rosso sangue contro quel sopruso. Ora, mentre il sole del tramonto, si specchia roseo sul missile-antenna, Giona dal balcone getta lo sguardo oltre il terrapieno, che separa le villette a schiera dalla superstrada intasata, alla ricerca di un’illusione di colline. Per certi versi il terrapieno compie la sua funzione di attutire il rombo assordante del traffico in un incessante ronzio di sottofondo, ma per altri versi quelle ginestre, quei rovi in fiore sono un inganno: lo dice la mano che Giona passa sulla balaustra di cemento del balcone. La mano è nera del piombo, delle polveri sottili che silenti si adagiano ogni minuto sulla sua casetta così costosa, sulla sua vita a finestre spalancate. Giona, che si sente un viandante dell’esistenza, forse, contrariamente a questo e ai futuri missili, si sposterà, diventerà anche lui nomade, mobile, mobail, magari solo in un sottoscala in pieno centro storico, e che il mutuo se lo paghi lei, che vuole le colline.</p>
<p>[Sette Sere - Due <strong>22.06.2007</strong>]</p>
<p><strong>POSSIBILITA&#8217;</strong></p>
<p>L’arancio fiammante cala sull’asfalto di Via Emilia Ponente, oltre le sbarre chiuse: una lastra infuocata che acceca. Giona è seduto al tavolino ricavato attorno a un “fungo” spento, la classica stufetta a gas dei dehors in soccorso ai fumatori d’inverno, del chiosco Al Crescione, rasente nella sua struttura in legno il parco urbano, in faccia alla fabbrica americana di lucchetti digitali. In silenzio si sta sparando una spianata farcita Fantasia e due Moretti formato famiglia mentre osserva di sottecchi, sotto il suo casco di capelli tinti, il ghigno sofferente del preside del liceo sgambettante la corsetta serale: Giona ha già alle spalle i 10 km quotidiani che ora pareggia con la consueta dose di colesterolo e trigliceridi. Molti clienti in fila non potrebbero permettersi il junk food, il cibo-pattumiera che stanno ordinando, visti gli otri pendenti, le cosce formato tronco e le maniglie dell’amore oscillanti, ma del resto – e questo vale tanto più per lui – come sfogare, come compensare questa vorace solitudine che attanaglia la città fin dentro i villaggi del forese, ingarbugliata dalla caoticità del traffico, camuffata dalla fretta di ciascuno? La sua cricca di scapoloni cinquantenni è partita per il week-end a caccia in Croazia di cerbiatte e cinghialesse dalle cosce lunghe. Lui ormai è stanco di viaggiare. Giona estrae un foglietto piegato in quattro, la stampata da Internet di un sito per cuori solitari: studia, masticando, cosa gli converrà inserire, quali dati meglio si confanno alle sue esigenze: “Donne libere, sposate o fidanzate? Incontri di sesso in Emilia &#8211; Romagna? Ed ora, ti poni una domanda: ‘cosa cerco?’ Forse una bella 40enne, a Imola per sesso? E’ vero, il tuo pensiero ti ha portato a fare questa ricerca, ma pensa se tu avessi un’amica con la quale, piano piano, costruire una bella storia d’amore? Crea la tua rete di amicizie. Iscriviti ora e cerca tra le foto delle ragazze online a Imola, Faenza, Forlì! Profili personali di ragazze per fare incontri. Tutto sulle donne: quelle bellissime e più sexy della Rete. Le stai cercando per sesso o cerchi delle semplici amicizie? Tutto è possibile, se lo volete entrambi!”</p>
<p>[Sette Sere - Due <strong>7.07.2007</strong>]</p>
<p><strong>DARE I NUMERI</strong></p>
<p>Il tempo è denaro. Giona, pensionata minima, l’ha capito. Se c’è una cosa che ha, è il tempo. E c’è una cosa che non ha e non ha mai avuto: il denaro. La gente invece è sempre di corsa e i soldi li ha:  gli appuntamenti che premono e spingono, i cellulari e le agende digitali in squittio permanente dentro borse, tasche e borselli, e soprattutto quelle donne-sprint trenta-cinquantenni a bordo dei loro fuoristrada, sempre a sbuffare se solo devono far la fila un attimo, sempre a guardare l’orologio, a consultare il palmare, a scuotere la testa. Del resto, poverette, hanno ragione: tra marito, figli, amiche e amanti, è un casino gestire il tutto, magari hanno pure un lavoretto per arrotondare, per togliersi qualche sfizio. Il tempo di Giona costa un Euro a numero. Tutte le mattine è tra le prime a calcare la soglia del Centro Unico di Prenotazione dell’Azienda Sanitaria. Giona lo sa che in ogni farmacia di ogni quartiere è possibile avvalersi dello stesso servizio, ma kissà perkè la gente insiste a fare file interminabili al CUP. Lei stacca dalla dispensatrice il bigliettino col numero, fa la sua fila sedendosi comodamente su una poltroncina di plastica nera e si guarda attorno: come adocchia un possibile cliente frettoloso tra gli ultimi entrati, gli si avvicina e fa la sua proposta: “Se le interessa le vendo il mio numero di fila a un Euro”. Quasi sempre la gente accetta. Poi Giona riprende un numero e torna a sedersi; aspetta che la fila si allunghi e poi abborda un altro astante. Nella confusione generale, gli addetti agli sportelli neanche la notano. E anche oggi Giona ha racimolato 3 € che moltiplicati per sei mattine per quattro settimane quasi quasi ci paga la luce e la Telekom. Per il gas bisogna che si attrezzi: magari il venerdì alla Coop allo stand del pesce.</p>
<p>[Sette Sere &#8211; Due <strong>14.07.2007</strong></p>
<p><strong>ACADEMY</strong></p>
<p>Giona, nella sua ingenuità provincialotta, aveva sempre associato l’aggettivo “accademico” ai corsi universitari a suo tempo frequentati e mai terminati e, comunque, a qualcosa di serioso e scientifico. E con questo spirito consulta il pieghevole pubblicitario trovato nella buchetta della lettere. Viene da una certa Accademia della Comunicazione Selettiva. Ah, la comunicazione! Più volte Giona l’aveva provato sulla propria pelle che l’arte della comunicazione era tutto. Con le ragazze di cui si era innamorato non era mai riuscito ad andare oltre un “ciao” balbettato; e a livello lavorativo le sue molteplici e poliedriche conoscenze e abilità (dall’economia all’elettrotecnica, dal marketing all’idraulica e alla termodinamica) in assenza di capacità comunicative associata alla mancanza anche solo di uno straccio di titolo accademico d’accatto, l’avevano portato soltanto a un quotidiano rapporto taciturno con l’impastatrice del cemento: come manovale a dieci ore al giorno guadagnava nettamente meglio di un insegnante con laurea e 20 anni di servizio. Certo, la pelle bruciata dal sole e dalle intemperie lo invecchiava un po’ – le donne gli davano più dei 30 anni della carta di identità – ma soprattutto lo turbava quell’impossibilità di esprimere se stesso, di comunicare.  E questi qua dell’Accademia gli garantivano in un corso di un intero fine-settimana alla modica cifre di € 550,00 (+ IVA) addirittura di ribaltare tutto il suo essere, verso la Certezza e la Sicurezza-di-Sé.<br />
“Corso di RTS (Ribalta il Tuo Sé) e di Fire Walking. Quanto sei felice oggi? Come puoi ottenere più fiducia e sicurezza? Come puoi guarire le tue ferite interiori? Come puoi esprimere la tua personalità? Come puoi fare il pieno di Self-Power? RTS è un seminario all’interno del quale potrai venire in possesso di strumenti di conoscenza in grado di migliorare la qualità della tua vita in tutti i settori (relazioni, lavoro, finanze). Alla fine del seminario la Fiducia-in-Te-Stesso ti farà camminare sui carboni ardenti come metafora per raggiungere gli obiettivi della vita, trovando, oltre i carboni, l’Altro-da-Sé”.<br />
E Giona camminò sui carboni ardenti.<br />
E Giona il lunedì non tornò al lavoro: non stava più sulle piante dei piedi martoriate da vesciche, ustioni e piaghe dolorosissime, di cui forse era meglio non comunicare – ah, la comunicazione – la vera causa al palazzinaro per cui sbadilava.</p>
<p>[Sette Sere &#8211; Due <strong>28 luglio 2007</strong></p>
<p>Il giornale a un certo punto decide di interrompere la pubblicazione di questi &#8220;s-cen&#8221;, esseri in prosa breve, ma essi continuano a vagare tra i nostri giorni provinciali e la rete. Eccone, dunque, altri.</p>
<p><strong>DJ CAPPUCCINO</strong></p>
<p>“La questione è semplice: stamattina metto Battisti – e chissenefrega se dicono che è di destra, lui ha rivoluzionato la canzone italiana, in questa lingua lunga, antipop per natura e negata per il rock, a parte le dovute eccezioni, i genii appunto, due o tre al massimo… Con questo cielo che si squarcia d’azzurro nell’acciottolato, filtrando fin sotto l’arcata del Corso. Certo, è un peccato non poterlo far sentire ai passanti, lanciargli un salvagente di un verso cantato che li accompagni nella loro giornata scandita da scadenze nello squittio permanente di agende e aggeggi elettronici…”.<br />
 Eh, ma il Comune non vuole la musica nei loggiati, neanche quella che Giona – per gli avventori DJ Cappuccino – manda dalle 6.00 alle 22.00 rimpianguando la SIAE all’interno del suo baretto due metri per due con ingresso sul Corso. Musica scelta con cura, ogni giorno diversa, ormai l’unico sfogo per Giona, che se ne intende, 1,60 m. per 120 kg., entusiasta del doppio lavoro: barista di giorno e cantautore pianobarista di notte. L’unico sfogo, visto che sempre più spesso è costretto a fare solo karaoke a mandrie di giovani imbirrati e stonati per i sempre più rari ingaggi – si dà un po’ di tono: “gigs in ingles” – come cantautore da cover d’estate alle sagre, alle feste di partito o in spiaggia all’alba. Lo sa, dovrebbe limitarsi al repertorio italiano, roba anni Settanta o Ottanta, o imitare Celentano, ma no!, lui testardo si avventura in brani di Sting, del Boss prima maniera o di un Fasto Leali ignoto, per finire in estasi su un brano heavy metal o in una propria composizione in anglo-romagnolo, sulla correttezza del testo in ingles non ci mette la mano, ma le note os-cia sono le sue: “Sta’ a sentire, ti dico che la musica non ha confini, non esistono i generi, esiste solo l’emozione, che, a prescindere” – ebbene sì, lui usa sempre questa espressione coi clienti –  “sì, a prescindere dai bassi, ti sale dalla pancia su su su oltre il cuore, su per la giugulare per toccarti il cervello, se ce l’hai, te lo dico io, e ti slavina giù coi brividi per il midollo!”.<br />
E Giona per l’ennesima giornata spegne lo stereo all’interno del baretto: ormai tutti i passeggiatori da vasche sono rientrati all’ovile. E abbassa la saracinesca sul Corso, sull’angoscioso vuoto silente che sale dalla Piazza. Ma domattina alle 6.00 h. ha deciso la prima cosa bella che farà: sparerà Nicola Di Bari!</p>
<p><strong>GUARDAMI E COMPRAMI!</strong></p>
<p>Giona va per i trentanove anni e gli ottantacinque kili. In arte, ovvero nella grande RETE, online si fa chiamare BUY ME. Di giorno fa la cameriera sulla SS9, la sera si dimena sotto l’occhio vigile del marito, operaio, regista di Web Cam, mentre i loro amici se la spassano col beccaccino e la tombola. “Non è che facciamo acrobazie – rivela Giona a un quotidiano locale, almeno questo l’ha capito subito: la pubblicità è l’anima del sesso – a volte lavoro in coppia con un’amica di Imola, diciamo che arrivi a farti il tuo giro se trovi qualcuno che ti è fedele e che richiama, io di affezionati ne ho tre. Mi dicono, tuo marito lo sa? E perché non dovrebbe saperlo, a me piace! Unisco l’utile al dilettevole, mi ci pago la connessione e qualche pizza. Io non ho il fisico statuario da modella di molte qua dentro, intendo, dentro a questa grande rete calda come una calza traforata: Internet, ma c’è a chi piaccio proprio per questo, per le mie cosce con le ciambelle di ciccia sudata, anzi dicono che non vedono mai l’ora di connettersi, se le sognano giorno e notte. E così mi godo anch’io, sapendo di fare star bene qualcuno, però è giusto che paghi, del resto anche questa è fatica!”. Nella sua villettina a schiera ipotecata dalla banca olandese arriva il profumo delle distillerie, a volte mescidato con quello caratteristico delle porcilaie, all’imbrunire i vicini tornano a casa e accendono la tv. Giona, anzi BUY ME, no. Buy me si apparecchia il divanetto per la scorpacciata di guardoni serali. Gli appassionati cominciano a bussare al suo monitor acceso nell’angolino super high-tech allestito dal maritino in un groviglio di cavi, prese hub, e web cam. Lui prepara la sensuale alcova digitale dove lei scende in reggicalze e perizoma evidenzianti i maniglioni dell’amore e prende a toccarsi, a mugolare di piacere: da qualche parte la sua fida banca olandese risucchia il credito cartaceo dei guardoni allocatisi online tra le sue cosce. </p>
<p><strong>ORA DI CENA</strong></p>
<p>Del grande platano secco è rimasto soltanto uno zoccolo, segato dai giardinieri in appalto del comune a un’altezza tale da renderlo una sorta di tavolo naturale. È attorno a questo desco che Jonas, badante rumeno cinquantenne piantato bene (soltanto il voluminoso stomaco e il naso rubicondo tradiscono una certa propensione all’alcol), in libera uscita nelle lunghe sere d’estate incontra altri lavoratori stagionali del business della badanza. Gli altri, contrariamente a lui, sono extra-comunitari del grande Est, ucraini, moldavi, kazaki. Comunicano in una sorta di esperanto a base italica e quindi lui è notevolmente avvantaggiato dalla sua lingua-madre neolatina, ma non infierisce linguisticamente sugli altri, anzi Jonas si limita ad ascoltare i racconti scoppiettanti di quei compagni casuali di badanza, mentre affetta il rimasuglio di coppa acquistato in sconto al Lidl e che pigia tra enormi fette di pane toscano allungando i panini ai commensali. Poi estrae dal borsone di plastica un brick di Tavernello per ciascuno. Mentre masticano, seduti sui cannoni delle biciclette e su una panchina semidivelta, commentano nel loro neoitalico le chiappe sgambettanti di signore e signorine in tuta, che inanellano a velocità differenti, chi addirittura di passo, col sudore che scioglie il rimmel, giri su giri attorno al parco urbano. Quando Jonas dice: “Dai!”, tutti alzano le dita di una mano col punteggio relativo al gradimento nei confronti di colei che è appena sfilata di corsa. E Jonas sospira: pensa alla sua donna, anche lei a badanza in un paesone del Grande Veneto. Da tempo non ha più sue notizie e al numero di cellulare, che lei gli aveva direttamente memorizzato nel suo apparecchio l’ultima volta che si erano visti, non risponde mai nessuno. Per le donne è più facile, basta allargare le gambe, non pensarci e poi lavarsi: magari sarà a letto con qualche contadino benestante. Jonas e compari ridacchiano, contano le dita e assegnano un punteggio. Poi Jonas deglutisce il magone con una lunga sorsata di Tavernello. E un altro brick vuoto giace ai piedi del tronco segato.</p>
<p><strong>RIDERE</strong></p>
<p>Arrivato professionalmente col giusto anticipo sullo spettacolo per ispezionare il palco, i suoi punti critici, il funzionamento dell’amplificazione – punto debole di tutti gli organizzatori per cui teneva sempre in macchina un proprio impianto di riserva – Giona si blocca davanti al proprio manifesto all’ingresso del megatendone a ricoprire quasi per intero il campo di calcio della Pieve, dal quale proviene già il profumo sfregolante di salsiccia di cinghiale in graticola, piatto forte della rinomata SSS: Sagra del Suino Selvatico. Il manifesto su cui troneggia il suo faccione rubicondo, la sfera lustra della sua testa, è stato manipolato da qualche buontempone con un pennarello nero: dalla lucida pelata si alzano quattro grossi capelli neri fino a scendergli sulle gote e a fornirlo di baffi ridicoli. Due denti della sua bocca ridente sono stati completamente anneriti e ora si ritrova sdentato: anche a lui scappa di sorridere. Il sorriso si trasforma in un ghigno e poi in una smorfia quando si accorge che anche la scritta è stata manipolata: “Gionazzi è il cabaret! Raskiabidet!”. Sente aprirsi una ferita nello stomaco. D’accordo, le comparsate televisive di tre minuti sulle emittenti nazionali erano ormai un ricordo da quando il livello della comicità televisiva era sotto terra e lui era considerato “troppo difficile” dalla mafia telecircense milanese, come pure dai direttori dei bei teatri comunali delle cittadine-bene colmi in ogni ordine di posti, ma lui continuava a essere un onesto lavoratore della battuta, della gag, dello sketch, con una vena che attingeva non tanto all’insulsa chiacchiera passeggera socio-politico-velinar-calcistica, altrimenti detta gossip – ma all’eterna condizione di comica discrepanza in cui si trova l’uomo rispetto all’ordine dell’universo. La sua era una comicità intramontabile, universale, che colpiva nel segno e lasciava il segno e spesso anche l’amaro in bocca negli ascoltatori. Forse era per questo che ormai era costretto a esibirsi soltanto lì dove aveva cominciato vent’anni prima: raschiando le assi di palchi improvvisati alle feste di parrocchia, dove tutti sbafavano e grufolavano rumorosamente e nessuno stava ad ascoltare: chissà se sarebbe arrivato alla pensione dell’ENPALS. E Giona, allargando professionalmente la bocca in un grande riso di plastica, sale sul palco affogato nel fumo di salsiccia.</p>
<p><strong>RECORD</strong></p>
<p>È un po’ scomodo, ma se si vogliono raggiungere dei risultati, non bisogna essere schizzinosi. Ci sono due modi per iniettarsi l’ormone eritropoetina, a tutti gli sportivi noto come EPO, la manna chimica per aumentare i globuli rossi nel sangue e facilitare così l’apporto di ossigeno ai muscoli degli atleti – e Giona, ciclista quarantacinquenne ben messo e coi cosiddetti, se non è un atleta lui?<br />
O per via intracutanea con ago corto, o per via endovenosa. Il secondo modo è un po’ scomodo e forse bisognerebbe avere almeno un’amante infermiera per stare dalla parte del sicuro. Giona si fa per intracutanea la prima dose. Alla terza dovrebbe sentire i benefici, giusto in tempo per la Ventinove Colli, dov’è intenzionato a fare il record personale e far vedere i sorci verdi a quegli sboroni del bar che l’hanno staccato alla Gran Fondo, e vediamo chi è che ride la sera al bar! Tre dosi per 300 €: un affare! Perché cosa si crede che gli altri vadano a pane e acqua, con quei ritmi in salita? E che sono dei marziani?! No, la verità è, come gli ha raccontato l’amico rappresentante di farmaceutici che gliel’ha procurata, che in Italia se ne vende una quantità per curare 40.000 persone, quando i pazienti accertati che vengono curati per proteggere i tessuti più preziosi del corpo dal deficit di ossigeno sono appena 3.000. Giona è alla seconda dose quando riceve una lettera con carta intestata della WADA (World Antidoping Agency), l’agenzia internazionale dell’antidoping: “Gentile…. con la presente siamo a comunicarle che in vista della prossima Ventinove Colli codesta Agenzia effettuerà a sorpresa nella Sua sede ufficiale di allenamento prelievi di sangue, urina, sperma e tessuto forforico allo scopo di individuare l’eventuale impiego di sostanze dopanti rientranti nella lista dei prodotti interdetti pubblicata da codesta agenzia, di cui Lei in qualità di atleta di livello sublocale dovrebbe essere perfettamente a conoscenza e comunque consultabile al sito Internet www.wada_ciucciatiquestoevai.it”. Il cuore gli sale in gola, si sente beccato in flagrante, c’è stata una soffiata. Poi il cervello riprende a ragionare: può essere soltanto uno scherzo di quei burloni del bar! Giona continua a tenere inserito il cervello. “Però chi me lo fa fare? Perché continuare a massacrarmi con questi allenamenti? Cosa devo dimostrare e a chi?” Giona d’ora in poi pedalerà solo con la ragione, in pianura alla velocità di 20 Km orari.</p>
<p><strong>OPA</strong> </p>
<p>Le giovani leve, maschi e femmine, infighettati trentenni reduci da corsi di aggiornamento in pausa pranzo, rilassati a sbottonarsi il colletto di camicie e camicette – stranamente si nota il giro di sudore sul bianco delle ascelle – soppesando di passata la patta o il push-up danno un’ultima sgasata prima di sorseggiare il frizzantino: “Come le dicevamo, Lei che è un nostro pregiato cliente, le consigliamo fervidamente che FORKAN STAN OLIVER &#038; CO. INTERNATIONAL LTD (FSTO) promuoverà un’offerta pubblica di acquisto volontario (OPA) su 350 serie di obbligazioni emesse in Italia tra le quali risulta anche il titolo da lei posseduto e indicato in oggetto. FSTO si impegna ad acquistare sino a un quantitativo massimo pari al 10% dell’ammontare nominale emesso per ciascuna serie di obbligazioni. Nel caso in cui le adesioni superino tale soglia, FSTO si riserva la facoltà di acquistare anche l’eccedenza ovvero di procedere al riparto proporzionale secondo i criteri definiti nel documento di offerta. Qualora Lei decidesse…” E qui decidono di scalare una marcia linguistica e poi un’altra, abbandonandosi al racconto di più banali bucati da asciugare prima della gita domenicale fuori porta, di tinte di capelli da variare, per infine le due piacenti single sbilanciarsi in folle sul durex gel, una manna per la penetrazione da dietro, e che “certo quando vai in un locale, se qualcuno ti piace, sì con lo sguardo glielo fai capire, lo punti, però deve essere lui che fa la mossa, e comunque il durex anello è una trovata stupenda, ma devi essere già un po’ in sintonia col tipo per andare avanti per ore, e tra una cosa e l’altra il metodo Pilates, una via di mezzo tra il work out total mode, lo yoga e l’aerobica, ma il meglio è il sistema Boris sulla spiaggia di Marina…”</p>
<p><strong>KUNERT</strong></p>
<p>H. 5.35 della mattina: sole velato, sparuti fili d’erba ancora fradici di umidità in giardino, il termometro fermo sui 30°: durante la notte non è sceso sotto la fatidica tacca. Una notte insonne, le zanzare a stridere in nugoli contro la zanzariera, nemmeno un refolo bollente. Giona si era alzato ogni mezz’ora: bere, sgranchirsi le gambe nel fazzoletto di giardino (e chi non aveva nemmeno un balcone?), guardare il cielo senza stelle: la cappa faceva filtrare solo qualche aviomobile – ah, la cabina pressurizzata, lassù quelli respirano, d’accordo, artificialmente, ma respirano e scenderanno in riva a un mare verde, sabbia gialla, amache tra palmizi, limpida brezza oceanica: 24°! Ed ecco l’idea! Le previsioni hanno preannunciato un’altra giornata assurda: cielo plumbeo, aria immobile, non-aria, le temperature dovrebbero scalare la colonnina digitale fino ai 45° e oltre, 98% di umidità, remota possibilità di temporali locali. Giona prende la valigia compatta, adatta alle cabine degli aerei: una felpa nera e un libro e sale sul primo treno utile per Bologna: un Intercity Plus col condizionatore rotto. Venti minuti in assenza di traffico poi il termometro luminescente dell’aeroporto gli spara negli occhi 38° alle h. 7.29. Tre passi ed entra nell’atrio, e respira, ecco l’aria condizionata! Con calma, si accomoda a un tavolino di un bar-ristorante al primo piano, immediatamente sotto la VIP-lounge, e ordina un’abbondante colazione. Appoggia la valigia in piano al suolo: estrae il libro: il meglio dell’ironia surreale compressa in racconti brevi di Günter Kunert, scrittore pelato e baffuto dell’ex-DDR, uno dei pochi grandi in circolazione. Riapre la valigia: tira fuori la felpa nera e la indossa per far fronte all’escursione termica di quindici gradi. Inizia la lettura. Ogni due ore scende al piano del check-in, guarda le file in partenza, legge le destinazioni e gli arrivi, poi si riaccomoda al piano superiore col suo libro disteso su un tavolo libero, fino all’arrivo dell’ultimo volo. E così farà domani, e tutti gli altri giorni, facendo amicizia con le donne della pulizia slave e le bariste meridionali. Tra bar, treni, Aerobus, consumerà il corrispettivo di tre mesi di pensione, ma Giona sopravviverà, a differenza di migliaia di altri pensionati più o meno vecchi, alla straordinaria ondata di caldo africano di quell’estate assurda, leggendo. Ogni giorno gli stessi racconti: Kunert. </p>
<p><strong>GRATIFICA</strong></p>
<p>La metamorfosi si toccava con mano: là, dove pochi mesi prima rotoli di ciccia flaccida riempivano i pugni, ora si contavano le costole. In un inverno 20 cm. in più d’altezza e 10 kg. in meno in pesantezza. E sotto il mento – durante l’inverno vi pendeva ancora una bella, morbida e  rosea sacca – ecco una miriade di brufoletti ad anticipare peluria di futura barba. I sedici anni di Giona si erano manifestati con una stanchezza metafisica che non gli avevano fatto aprire un libro fino al termine del primo quadrimestre: la pagella implacabilmente riportava la media del tre e mezzo, l’anno scolastico praticamente irrecuperabile. Erano seguiti i provvedimenti di prammatica: taglio dei viveri integrale, niente paghetta, né computer, né consolle, né uscite: soltanto scrivania e due volte alla settimana la piscina per sfogare un po’ d’arterio.<br />
È questione di crederci e di allenamento: ogni giorno cinque minuti in più di lotta contro la pigrizia e a luglio l’arrivo della tappa pirenaica: Giona è promosso per il rotto della cuffia di plastica che usa in piscina. Con tre debiti, ma promosso: nero su bianco sul cartellone esposto a scuola. E ora Giona, dall’alto dei 20 cm. in più di autostima vuole concedersi un regalino tecnologico per il risultato conseguito. Preleva dalla Banca di Mâgna-Mâgna con la sorella maggiorenne ad assisterlo € 200 e parte gasato per il TechnoCenter. Chiama al cellulare il Vecchio: contrario! Chiama la Vecchia: figurarsi quella! Questa cerca di spiegargli che sono 400mila delle vecchie lire, un terzo di molte pensioni, che è un delitto sprecare così i risparmi in un qualche inutile oggetto tecnologico, domani già sorpassato da un altro aggeggio più figo e più stylish! Richiama: contrari! Ma Giona vuole gratificarsi e comprare qualcosa, è un raptus animalesco. E compra. Per pochi euro si porta a casa l’ultimissimo modello di contachilometri per la bici, un gioellino di computer, per i chilometri che ancora gli mancano per togliere altri 5 kg di ciccia all’adolescenza!</p>
<p><strong>DISEQUAZIONE</strong></p>
<p>Da ormai più di cinque ore allocate al calduccio delle pagine del manuale di matematica 20 disequazioni di secondo grado con derive stanno aspettando pazientemente che Giona si alzi dalla nuovissima consolle Wii della Nintendo, un acquisto in cooperativa con alcuni compagni di scuola che domani, sì già domattina in corriera Giona deve passare a un altro. Finora è riuscito a salvare la pelle, ma il Nemico è sempre lì in agguato, e dopo la soffiata del compagno per SMS quasi quasi ce l’aveva fatta a farlo fuori e, se non sbaglia, il Nemico sta vagando tra i pixels tridimensionali piuttosto ferito, ce l’ha in pugno! Certo che anche la Playstation 3 della Sony non è male, mentre con l’Xbox 360 della Microsoft lui non si è trovato mai troppo bene, ma forse la causa è l’antipatia che nutre per il Grande Bill e il suo sorrisino da benefattore-monopolizzatore, comunque deve sbrigarsi perché ormai tornano a casa i vecchi dal lavoro e via con la solita maletta di domande, un interrogatorio a cui risponde a mugugni, ma che si facciano un po’ i cazzi loro, e quelle disequazioni come esercitazione per la verifica di domani che gli alitano sul coppetto: è ingiusto, uno non ha mai il tempo di finire niente, e pensare che voleva far fare una passeggiata anche al suo avatar Angio, fargli sfogare un po’ gli occhi nel quartiere a luci rosse che ha scoperto recentemente nella cittadina dove abita di Third Life, ma se lo becca il Vecchio mentre naviga in Internet poi gli deve spiegare come ha fatto a ottenere le credenziali, che cioè lui è lì con i dati della sorella maggiorenne, sì insomma un casino, e il Vecchio potrebbe tagliargli definitivamente i viveri, insomma il tempo non basta mai: questa è la vera disequazione: le disequazioni che aspettano e il Nemico che non muore!<br />
Cosa gli diceva già il vecchio Rinco alcuni giorni fa? Blaterava di cibertempo – ma che ne sa lui di ’sta roba?! – citandogli un certo Bifo, un altro rudere come lui dalla preistoria degli anni Settanta: “Il cibertempo non è illimitatamente estensibile perché esso è collegato con l’intensità dell’esperienza che l’organismo cosciente dedica a elaborare informazioni che provengono dal ciberspazio”. E Giona si accascia esausto sulla consolle mentre la porta di casa si chiude alle spalle dei vecchi: buona serata a tutti!</p>
<p><strong>NUOVA (H)ERA</strong></p>
<p>A un’insinuante, insipida e ottundente musichetta New Age, che si innalza dal wine-bar all’aperto, si  accoppia il rombo zanzaroso dell’automatico e tozzo spazzolone dell’ex-municipalizzata ormai giocata in borsa per le azioni in rialzo di pochi e l’obolo – pure quello in rialzo – dei tanti, intento a raccattare zigzagando sull’asfalto lercio i resti di un esausto mercato ormai estivo: costole marcite di verdure, cassette, cartoni, carte e cartacce. E raccoglie pure la lettera dell’italico burocrate che vi ha lasciato cadere con tigna dal balcone la vecchia signora dirimpettaia di Giona, dopo avergli chiesto il significato di quelle parole a lei inviate affinché possa contribuire a concretizzare lo slogan che grida ovunque: FAENZA È DIFFERENZA!<br />
“Giona, par piasê, per favore mi sai dire cosa vogliono questi qua da me, e perché devo portare al bar i giornali vecchi?” E la signora comincia a leggere nel suo per altro abbastanza preciso italiano regionale: “Gentile cliente, nella qui allegata busta Ella potrà rinvenire 15 – e qui si incaglia &#8211; punched tickets ovverosia cartellini perforati. Su ciascuno di essi, come Ella potrà facilmente constatare, è riportato il suo bar code nonché l’indicazione della giornata nella quale CONFERIRE sul suolo pubblico il rispettivo sacco di colore azzurro”. E Giona, pacatamente, spiega alla simpatica vicina che i signori e le signore in questione desiderano semplicemente che lei, dopo aver riempito il suo sacchetto azzurro, lo deponga in strada. Vorrebbe anche dirle che il signore o la signora dedita alla stesura della lettera indirizzata ai cittadini, ligia al proprio dovere di sapiente burocrate, forse per mera svista, si è avventurato o avventurata nell’uso di un verbo un poco obsoleto nel significato di “apportare a un fondo o a una raccolta comune”. Un uso che ha tradito pure lei o lui nell’uso della corrispondente preposizione, ma che nell’esempio riportato dai dizionari dovrebbe essere noto alla vecchia signora, avendo costei visto il passaggio della Seconda guerra mondiale: conferire il grano all&#8217;ammasso. Ma forse lo farà la prossima volta.</p>
<p><strong>BRISCOLA</strong></p>
<p>È inevitabile: il numero perfetto non è “tre”. Per la briscola bisogna essere in quattro. È inevitabile: prima o poi qualcuno manca sempre. Per sempre. La notte passata se ne è andata la Tuda. Verso le h. 2.30 è arrivato il 118 a sirene spiegate, ma poi le hanno spente subito: non c’era più niente da fare. E il  problema si pone sempre, sempre più pressante: il numero dei papabili alla briscola serale organizzata da Giona si sta assottigliando paurosamente. Anzi, per stasera sembra proprio impossibile trovare il quarto giocatore, anche perché Pirì, riserva fissa dedita solo ai commenti salaci, da qualche giorno non si alza da letto con la bronco-polmonite che si ritrova: quel coglione, a 82 anni è andato a vangare nell’orto sull’argine del fiume, a sudare in mezzo a quello scirocco caldo e violentissimo e u s’è giazê, ha preso freddo. Adesso la polacca dai capelli di stoppa – chissà che nome ha? Giona per andare sul sicuro, la chiama Mariù, tanto i polacchi sono tutti cattolici, no? – non sta dietro a rispondere alle chiamate di Pirì. Ah, la Mariù, la pulaca, benedetta lei che ha cinquant’anni e con quelle tette che si ritrova, quando attraversa il paese in bicicletta per andare a fare la spesa al Conad per Pirì, appena passa davanti al bar, escono tutti per ammirare tutto quel ben di Dio oscillante sotto la camicetta sbottonata. Senti mo un po’: morto un papa, se ne fa un altro. E se lo chiedessi alla polacca, a Mariù, stasera quando ha dato la pastiglia a Pirì per farlo dormire con un sasso? Sarebbe la soluzione migliore: “Senti Mariù, ma tu le nostre carte le conosci? Sei capace di fartele venire? Giochi in coppia con me?” </p>
<p><strong>SGUARDI PRECARI</strong></p>
<p>Sembravano falsi da quanto erano verdi gli occhi di Giona. Chi non la conosceva, le chiedeva se per caso portasse le lenti a contatto per farseli verdi, come certe attrici. Chissà, forse erano un capitale da sfruttare un giorno, ma al momento le servivano per individuare al volo le fessure delle buchette delle lettere in cui infilare al volo i pieghevoli della pubblicità o le migliaia di copie del giornaletto di annunci gratuito Il Pidocchio che l’agenzia MediaExpress settimana per settimana le procurava. Una manna quel lavoretto in nero, raccattato pochi giorni dopo aver superato l’esame di maturità. In pochi mesi Giona era già riuscita a pagarsi buona parte di libri dei corsi universitari del primo semestre e addirittura la prima rata della scuola di musica, perché questo era il sogno di Giona: potersi esibire un giorno col violino come solista. Una fortuna quel lavoretto: a forza di camminare per i selciati sbriciolati e sempre rinnovati di Ridente, la sua affluente cittadina, trascinandosi dietro  quella specie di carrozzina colma di carta, di salire e scendere i gradini dei condomini per infilare la pubblicità sotto le porte quando era vietato infilarla nelle buchette, oppure di percorrere le strade polverose del cosiddetto “forese” sotto il sole abbacinante – ora sapeva cosa significava quella parola – dopo essere stata scaricata a qualche incrocio dal boss col suo vecchio catorcio di Ford Transit. Una fortuna: Giona aveva perso già 1,257 (uno virgola 257 gr.) chili, riuscendo a scendere sotto il quintale! A nulla le servivano quegli occhi smeraldo, nemmeno uno straccio di maschio che l’avvicinasse per ammirarne la profondità: lo sapeva, era la paura dei maschi di venire stritolati dal femminino! E se l’avessero vista mentre stringeva sensualmente il violino… Però, se ci pensa bene, c’è quel giovane cingalese dalla pelle olivastra, una sorta di verde anche questo colore, che non mastica nemmeno una parola di italiano, con quel sorrisino enigmatico, a volte la guarda quando sono sul Ford Transit e l’altro giorno prima di essere scaricati assieme ai pacchi, alle balle di pubblicità e alle carrozzine, l’ha guardata in un certo modo: che le facesse gli occhi dolci? O era solo il suo sguardo sul mondo? Come vedrà un cingalese la campagna romagnola? E le ragazze? E gli occhi verdi?</p>
<p><strong>UN NATALE DIVERSO</strong></p>
<p>Il bello del lavoratore precario è la sua libertà di scelta: lavoro o non lavoro. E Giona aveva scelto, del resto erano anni che sognava di abbandonare per un po’ il freddo puttanone nebbione padano e spararsi alcune settimane a Santo Domingo, come facevano ormai tutti. E stavolta anche il broker (cus’ël e’ broker?, non l’aveva mai capito, quello a cui si lascia un quinto delle stipendio, quale stipendio?) lo aveva sconsigliato caldamente dal prendere un ulteriore prestito per la vacanza di sogno: già aveva in scadenza inevasa le 48 rate del divano-dimora sul quale si gingillava nelle troppe ore di ozio forzato davanti a Sky (ma quale cielo?) e le 32 della Hyunday, per la cui assicurazione si era inginocchiato ancora una volta (volta più volta meno) davanti alla vecchia zia zitella, che gli voleva così un bene a quel suo ragazzo tanto volenteroso, una volontà di ferro, disposto a tutto, e tanto sfortunato da “non sistemarsi” mai, intendendo il posto fisso in qualche ufficio comunale. E allora Giona aveva scelto. A lui, del resto, avevano fatto sempre tanta tenerezza quei Babbinatali rampichini: appesi a un cornicione con una mano, su una scaletta appoggiata precariamente a un comignolo, abbracciati languidamente a una grondaia o a cavalcioni di una ringhiera di balcone: così soli nel loro lavoro indefesso e tanto esposti agli agenti atmosferici. A Giona si stringeva il cuore soprattutto quando verso giugno, battuti dallo scirocco e dal libeccio, perdevano la cuffia e si smalvivano. Ora toccava a lui. Era diventato uno di loro.<br />
L’idea era stata di una multinazionale dell’elettronica: ingaggiare con contratti co.co.pro. Babbinatali viventi, in carne e ossa che, a differenza di quelli Made in China, nella loro statiticità pur erano costretti a muoversi e a dimenarsi in qualche modo sottolinenando così il movimento flessuoso e dinamico dell’economia. Turni di 24 ore intervallati da 12 ore di riposo, da metà novembre all’Epifania, e su questo Giona era sicuro: lui non si sarebbe smalvito.  Certo, un lavoro duro al pari dei carabinieri perennemente fissi davanti alla Banca D’Italia o delle guardie penitenziarie, comunque sempre meglio che andare in miniera o in fonderia, e in ogni caso la sicurezza sul lavoro era garantita da una imbragatura a prova di bomba Made in Germany con dei moschettoni speciali in acciaio della Thyssen-Krupp: tutta roba firmata.<br />
E ora Giona era lì, proprio nella Santa Notte, a cavalcioni della ringhiera che sosteneva la megainsegna dell’outlet parallelepipedo-elettronico, con i pantaloni imbottiti con un cuscino per non schiacciarseli completamente, che spostava di tanto in tanto con un mano da dentro la tasca come i vecchi in piazza nei giorni di mercato. In saccoccia aveva i panini del rifornimento e il termos del Gatorade caldo. Alle prime ombre della sera aveva schiacciato un piccolo interruttore incorporato e sulla schiena si era illuminata una grande scritta azzurro fosforescente, una sorta di cresta di drago: BUON NATALE A TUTTI GLI UOMINI DI BUONA VOLONTÀ!</p>
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