UOMO DI BUONA VOLONTA’

Il bello del lavoratore precario è la sua libertà di scelta: lavoro o non lavoro. E Giona aveva scelto. Del resto erano anni che sognava di abbandonare per un po’ il freddo puttanone nebbione padano e spararsi alcune settimane a Santo Domingo, come facevano ormai tutti. E stavolta anche il broker (cus’ël e’ broker?, non l’aveva mai capito, quello a cui si lascia un quinto delle stipendio, quale stipendio?) lo aveva sconsigliato caldamente dal prendere un ulteriore prestito per la vacanza di sogno: già aveva in scadenza inevasa le 48 rate del divano-dimora sul quale si gingillava nelle troppe ore di ozio forzato davanti a Sky (ma quale cielo?) e le 32 della Hyunday, per la cui assicurazione si era inginocchiato ancora una volta (volta più volta meno) davanti alla vecchia zia zitella, che gli voleva così un bene a quel suo ragazzo tanto volenteroso, una volontà di ferro, disposto a tutto, e tanto sfortunato da “non sistemarsi” mai, intendendo il posto fisso in qualche ufficio comunale. E allora Giona aveva scelto. A lui, del resto, avevano fatto sempre tanta tenerezza quei Babbinatali rampichini: appesi a un cornicione con una mano, su una scaletta appoggiata precariamente a un comignolo, abbracciati languidamente a una grondaia o a cavalcioni di una ringhiera di balcone: così soli nel loro lavoro indefesso e tanto esposti agli agenti atmosferici. A Giona si stringeva il cuore soprattutto quando verso giugno, battuti dallo scirocco e dal libeccio, perdevano la cuffia e si scolorivano, si smalvivano.
Ora toccava a lui. Era diventato uno di loro.
L’idea era stata di una multinazionale dell’elettronica sita nel nuovissimo IperCeramiche, alla confluenza delle grandi arterie stradali che ormai asserragliavano da tutti i lati Ridente Town, ormai spazzata definitivamente qualsiasi parvenza di campagna: ingaggiare con contratti co.co.pro. Babbinatali viventi, in carne e ossa che, a differenza di quelli Made in China, nella loro statiticità pur erano costretti a muoversi e a dimenarsi in qualche modo sottolineando così il movimento flessuoso e dinamico dell’economia. Turni di 24 ore intervallati da 12 ore di riposo, da metà ottobre all’Epifania, e su questo Giona era sicuro: lui almeno non si sarebbe smalvito.
Certo, un lavoro duro al pari dei carabinieri perennemente piantonati davanti alla Banca D’Italia o delle guardie penitenziarie, comunque sempre meglio che andare in miniera o in fonderia, e in ogni caso la sicurezza sul lavoro era garantita da una imbragatura a prova di bomba Made in Germany con dei moschettoni speciali in acciaio della Thyssen-Krupp: tutta roba firmata.
E ora Giona era lì, proprio nella Santa Notte, a cavalcioni della ringhiera che sosteneva la megainsegna dell’outlet parallelepipedo-elettronico, con i pantaloni imbottiti con un cuscino per non schiacciarsi completamente i cosiddetti, che spostava di tanto in tanto con una mano da dentro la tasca come i vecchi in piazza nei giorni di mercato. In saccoccia aveva i panini del rifornimento e il termos del Gatorade caldo arricchito da una manciata di puro cloruro di sodio del Mare del Nord. Alle prime ombre della sera aveva schiacciato un piccolo interruttore incorporato e sulla schiena si era illuminata una grande scritta azzurro fosforescente, una sorta di cresta di drago: BUON NATALE A TUTTI GLI UOMINI DI BUONA VOLONTÀ!
“Mammina, mammina, guarda quel Babbonatale là a cavalcioni, si muove, sembra proprio vero”. “Ma no, tesoro, va a pile, guarda solo come luccica!”

GENIO ALLO SPECCHIO

Trent’anni prima, agli albori della sua fortunata carriera di ideatore e organizzatore di eventi culturali di cui nessuno serbava memoria una volta avvenuti, per scherzo qualcuno gli aveva messo una pulce nell’orecchio sinistro, insalivandogli padiglione, chiocciola e martelletto con un sussurro: “Giona, sei un genio!”
Giona aveva trasformato un soprannome, rimastogli appiccicato dai gloriosi Settanta, quando si esibiva come frontman del complesso – all’epoca si chiamavano così, oggi sarebbero stati una band – I Giovani Nati, in estenuanti tournée estive sugli stages (carri agricoli) dei campi sportivi di Reda, Bareda, la Pì d’Curleda, Fosso Ghiaia e Rocco Bilaccio (si consigliano le catene montate in qualsiasi stagione) e relative groupies, in nome d’arte per la sua factory.
Anche stamattina, diciamo: in questa tarda mattinata, e visto che ci siamo: a mezzogiorno Giona si trascina stancamente allo specchio del bagno con Jacuzzi alzandosi sonnecchioso dalle accoglienti coperte del giusto riposo di un manager che si rispetti, dopo una nottata passata ad accudire l’ennesimo Evento meglio di una badante con le chiappe di un vegliardo e a mettere sotto chiave l’incasso senza aver lasciato un cent agli artisti invitati e mitragliati nei media locali in tutte le salse: “Per voi, ragazzi, è tutto grasso che cola, tutto promotion, e oggi senza communication non si va da nessuna parte, nowhere, siatemi grati di avervi concesso di esibirvi a Ridente, una piazza, una location fondamentale per la vostra affirmation, un future garantito al costo di una trasferta. Buona notte and see you!” E chi si è visto, s’è visto.
Allo specchio, con gli occhi ancora pesti, saluta a uno a uno in un abbozzo di sorriso – in realtà il solito ghigno mediatico che lo caratterizza – gli ultimi capelli sopravvissuti al logorio della vita da impresario di se stesso. Sì, ormai dall’alto del suo conto in banca, una volta liquidata la percentuale della socia, la spalla-segretaria-amante-tuttofare, in un’epoca transgender definita il Gatto, essendo lui la Volpe, secondo la leggenda metropolitana messa in giro da quell’invidiosa accolita di “operatori culturali” locali, da quel culturame straccione di Ridente fatto di illusi e collusi, un ammasso indistinto di scrittori, editori, teatranti, musicanti, cabarettisti, librai, cineasti e poeti dialettali – sì, lui può dirselo anche stamattina, come ieri e domani, seppure in un ultimo moto di incerta modestia non osa pronunciarlo ad alta voce, se lo sussurra soltanto: “Giona, sei un genio!”
Un conto in banca che tra poco avrebbe rimpinguato ulteriormente con l’incasso della sera, ma che altrimenti non movimentava: al momento meglio non investire, non fidarsi dei promotori bancari e finanziari, quei broker non gliela vendevano, poveri pataccari, a lui, lui il broker della cultura!
Il colpo principale della sua genialità era consistito in un impiego accorto, studiato in ogni minimo dettagliato della self-promotion, della communication, e a volte, con un sospiro di insofferenza, si chiedeva come mai non gli fosse stata ancora conferita da una delle tante e prestigiose facoltà universitarie della sub regione uno straccio di laurea honoris causa in Scienza delle Comunicazioni, che poi avrebbe appeso dietro la scrivania nel suo ufficio, sulla cui porta una targhetta d’oro massiccio (l’unico vezzo che si concedeva, lui, uomo che veniva della terra e che conosceva il valore del denaro sudato): GIONA EVENTS – Project Manager.
Non passava giorno cha la local press pompata a dovere, non riportasse l’ennesima ideuzza elucubrata dalla crapa pelata di Giona per – a suo dirsi – unicamente accrescere la notorietà della ridente cittadina, con il relativo indotto per politicame, commercianti, imprese, che tutto sommato, di questo era certo, dovevano quasi tutto a lui. Generalmente, accanto ai titoli cubitali si stagliava una foto col ghigno di Giona intento a stringere la mano della Ministra della Cultura di turno, a prescindere dal colore – “La cultura è di tutti, trasversale alle ideologie” affermava ecumenicamente in ogni occasione Giona – scesa in quella lontana provincia del Basso Impero a tagliare il nastro dell’ennesimo International Mega Event. Ed era stato lui a portarla lì, a Ridente, la Ministra! Ci provassero gli altri!
Giona-Genio metteva quotidianamente in moto la macchina comunicativa nel tardo pomeriggio con un primo spreading di e-mail sparate a tappeto, che misteriosamente aggiravano qualsiasi sistema anti-spam adottato dagli ignari destinatari; passava poi a movimentare oculatamente alcuni social networks (a Giona piaceva la “s” del plurale inglese e la usava sempre), su uno dei quali si vantava di avere un milione di amici, per terminare a sera con alcune interviste rilasciate a emittenti radio-televisive di tutti i tipi e per tutti i target, che aveva sollecitato stuzzicando da par suo le giuste leve, arrivando talvolta su su fino a una finestrella nel telegiornale di massimo ascolto della Rete Ammiraglia. Un dispendio di energie sovrumano, ma era il prezzo da pagare alla Certezza che era riuscito a inculcare in generazioni di sindaci e assessori alla cultura e al territorio nonché alle danarose Associazioni di Categoria (insomma in tutti coloro che gestivano i cordoni della borsa aprendoli direttamente sul conto corrente di fantomatiche associazioni culturali che, dopo svariati giri, confluivano tutte nella non ancora premiata ditta Giona srl, affinché tutta Ridente ne guadagnasse). La Certezza di una fiaba campestre: per loro Giona costituiva da sempre l’ineguagliabile, indispensabile interlocutore privilegiato delle amorfe masse giovanili. Del resto, lui aveva cavalcato tutte le possibili mode mainstream o alternative, sotterranee o sub qualsiasi cosa, restando sempre sulla cresta dell’onda, mentre le onde s’infrangevano travolgendo mode modisti e modaioli. Di questo era convinto l’establishment (un colpo di genio della communication): Giona è in grado di manovrare e di indirizzare a suo piacimento il “voto giovanile”.
Mentre molti “giovani” da tempo ormai erano impegnati in uno sfibrante “servizio nonni” full time spingendo nipotini in carrozzina, Giona era assalito sempre più da un cruccio: Non tanto la radura aperta sul cranio, del resto le teste rapate andavano ancora di moda e un po’ di tinta sul coppetto avrebbe fatto il resto. No, piuttosto a tormentarlo erano quelle macchie sulla pelle, bugni e protuberanze varie, tipiche di una pelle sessantenne, qual era quella di Giona, resistenti a qualsiasi crema o intervento anti-aging: si rendeva conto che come referente dei giovani stava perdendo lentamente, molto lentamente in verità, credibilità. E anche stamattina quell’infimo, subdolo, insistente pensiero si sta insinuando tra il lavorio geniale di neuroni e sinapsi sotto l’autunnale scatola cranica di Giona: anche il batterista dei Pooh ha smesso…

AFFARI PRIVATI

Uno, tipo Giona, sulla quarantina, un tipico non-vincente stempiato, ecco uno come lui che non possiede nemmeno le physique du rôle, che vedresti bene in silenzio dietro il suo bicchiere di rosso al tavolo di una di quelle osterie vintage, toh anni Cinquanta dal sapore di foto in bianco e nero, ecco una di quelle insomma Made in Ikea, un tipo taciturno come Giona, che ha fatto dell’inapparenza e della discrezione – virtù che non trovi più neppure sul dizionario Zanichelli – una vera filosofia di vita, non come certuni che se non appaiono (possibilmente sullo schermo) non esistono, ecco da uno come lui non ci si aspetterebbe mai che certe cose, certi affari privati, li andasse a spiattellare in piazza, o meglio: al bar, che poi è anche peggio, come ha fatto l’altra sera, che ci siamo rimasti tutti a bocca aperta da smettere di seguire la partita su Sky, lui che al massimo ti saluta con un grugnito. Ma si vede che era alla frutta ovvero che i cosiddetti gli erano esplosi del tutto.

“Ciô, non ero proprio capace di svegliarmi… era come un sogno cattivo, sì un incubo che non voleva finire. Io, sì ero io, anche se nel sogno non vedevo la mia faccia – che ci sia un significato recondito? – tutto stracciato a carponi sotto il sole cocente da non riuscire a tenere gli occhi aperti, e attorno tutte dune, montagne di sabbia infuocata sbattute dal vento, coi granelli che mi si infilavano dappertutto e… e… – sì, questo me lo ricordo bene – una sete bestiale, la gola secca in fiamme, e i granelli come tanti piccoli aghi, senza più voce per invocare un po’ d’acqua, e nessuno che mi sentisse: una solitudine totale, quasi metafisica – si dice così? – E io che avevo sete… Sarà stato perché lei, il mio amore ah ah, lei s’era rotto il cazzo una volta per tutte e se n’era andata sbattendo la porta: ‘Ma dove vai, che fuori c’è la tormenta, nevica che non s’è mai visto!’.
‘Basta, non ne posso più di uno sfigato di precario che pensa solo al gioco d’azzardo con altri morti di fame come lui e che puzza sempre di vino, almeno fosse cuba libre!’ Ed era stata inghiottita dalla notte siderale e luccicante di Ridente Town, va be’ concedete anche a me un po’ di poesia…
E io son rimasto lì in ’sto deserto, che non riesco più ad andare avanti, con ’sta sete che mi divora, datemi da bere! Da bere, se è acqua, va bene lo stesso! E chissà come mi sono svegliato in una pozza di sudore, che avrei bevuto anche quello, e sono corso subito in cucina per tirare un bicchier d’acqua fresca dal rubinetto. Ma dal rubinetto è scesa solo una goccia arrugginita – porca miseria, si sono ghiacciati i tubi! – poi, dopo un po’, comincia a uscire una pallina di plastica azzurra, un piccolo tonfo nella scafa, e s’è spaccata: ne è venuto fuori un bigliettino spiegazzato, a lettere cubitali: ‘SE VUOI BERE, PAGA. Firmato: NEW ERA – La TUA Multiservizi’. Cazzo, che roba è mai questa. Ma io voglio bere, bere, bere. Sento uno scuro sbattere, mi viene in mente che fuori nevica di brutto e mi precipito sull’uscio di casa: voglio raccogliere una manciata di quell’oro bianco, scioglierlo sul gas e poi berlo, cazzo, ho sete! E proprio mentre sto per raccattare un po’ di quel soffice e luccicante bianco, una voce da un altoparlante mi intima: ‘Alt! Proprietà privata. Prima di accedere al servizio, verificare se si è in regola col pagamento delle bollette precedenti sui beni atmosferici scrivendo con un dito il codice cliente sul bene desiderato: aria, pioggia, vento, grandine, neve.’
E io che non mi ricordo mai il codice cliente perché le bollette le ha sempre pagate lei, ma io ho sete, sete, tanta sete e… mi guardo attorno, faccio l’indiano e, mentre quella voce non smette mai di ripetere la solfa, raccolgo di soppiatto una manata di neve e me la ficco in bocca…
Non l’avessi mai fatto! Peggio di prima: al confronto il peperoncino negli occhi è una carezza erotica! Io che brucio tutto, mi brucia tutto: le labbra, la lingua, i denti, le gengive e in gola come se avessi degli aghi che forano, e quell’assurda voce che ora stride nelle orecchie rintronate: ‘I trasgressori saranno puniti con la legge del contrappasso!’
Be’, vi dico una cosa: per salvarmi non m’è toccato di attaccarmi al boccione del sangiovese, che, cazzo!, almeno quello era il mio, che me l’aveva regalato il mio capo con la lettera di licenziamento”.

COLORI

In pigiama, spalancò con un colpo netto gli scuri richiudendo di tutta fretta i vetri. Posò le mani sul termosifone e lasciò correre la vista sulla “morsa di ghiaccio” – come riferivano instancabili i bollettini stereotipati degli organi di informazione – che le si apriva davanti. Era al mattino che Giona, alla faccia anche dei nuovi occhiali, provava tutto l’astigmatismo di cui soffriva ormai da vent’anni: l’abete innevato nel giardino del vicino si ergeva su due tronchi e il numero dei passeri che stridevano incazzati sugli ultimi due frutti del cachi – due decise pennellate d’arancio su una tela gelidamente bianca – era spropositato: tutto veniva implacabilmente raddoppiato. Ovviamente Giona sapeva trattarsi di un unico frutto, l’ultimo non ancora del tutto sbecchettato, ma le piaceva lasciarsi ingannare: fortunati loro che nessuna beccaccia, nessun merlo, per non parlare degli storni, se ne fossero ancora accorti.

Avevano smesso di salutarsi con un bacio al mattino un po’ alla volta, quasi senza rendersene conto: uno sguardo bastava a farli riemergere, ciascuno per proprio conto, dallo stordimento notturno, fatto di emicranie, scalci incoscienti e balzi improvvisi per rigirarsi nel letto – per non disturbarsi reciprocamente russando, da sempre dormivano uno con la testa ai piedi dell’altra, posizione permessa loro da lenzuola e coperte di tipo scandinavo.
Lui grufolava già sulla colazione, biologicamente sana e abbondante, inebriandosi col profumo di un’intera moka, immerso come ogni santo giorno su quell’infinita, assolutamente illeggibile – su suo consiglio, Giona ci aveva provato, se non altro per avere un argomento comune di conversazione, inutilmente: non era mai andata oltre la prima pagina e mezza – trilogia narrativa di Beckett. E lui, il marito, il compagno, l’amante, il partner, ciò che era stato, di tanto in tanto sghignazzava tra sé, sottolineando con la stilografica alcune righe: più tardi le avrebbe trascritte in un taccuino che portava sempre con sé. Ciò sembrava bastargli tutto il giorno, fino al mattino successivo. Talvolta addirittura si ripeteva certe frasi ad alta voce, come in trance, in un sorriso, un ghigno: “Decomporsi è ancora vivere, lo so, lo so, non tormentatemi, non si può essere sempre tutti d’un pezzo… ah ah… perché il futuro, non parliamone, non ha proprio nulla d’incerto.”

Intenzionata ad adagiarsi sulla stuoia, un vello di morbida lana bianchissima e calda, per il consueto “saluto al sole” e gli altri esercizi di yoga che le avrebbero infuso la giusta energia e il necessario equilibrio fino a sera, Giona vide emergere sulla neve due ombre che la salutavano, forse sorridendo. Strinse gli occhi nel tentativo di mettere a fuoco le sagome che, sì, la stavano proprio salutando allontanandosi sulla neve gelata: le sembrava quasi di sentirne lo scricchiolio: la figlia e il figlio sorridenti, che da anni vagavano lontani per il mondo in cerca della loro strada, abbandonata per sempre Ridente Town, su una coltre di neve nera.

SOLLEVAAARSI

Lo zainetto “invitto”, decisamente fuori moda quasi da una generazione ma funzionale quanto l’Eastpack di serie, ereditato in tempo di crisi dal fratello maggiore, giace inesorabilmente floscio (vuoto dei libri sotto il peso dei quali la schiena potrebbe subire danni permanenti) sul ghiaino ancora lustro di umidità. Giona, invece, giace sulla panchina fredda, dimezzata dal bracciolo di metallo antibarbone, le gambe accavallate proprio sul bracciolo a mettere in bella mostra le sneakers anni Settanta sfilacciate e slabbrate, dal padre a suo tempo dimenticate in soffitta. Da un po’ è in attesa che un cool hunter, un cacciatore di tendenze di una qualche azienda d’abbigliamento, lo scopra per copiarlo; per il momento si limita a fare lui la tendenza lanciando quella moda tra i compagni e, soprattutto, le compagne di classe, tutte tranne una.

Ed è proprio lei, la Compagna, che ora, sotto i raggi di un sole incredibilmente caldo per febbraio – ma tutto l’inverno era stato di una mitezza quasi primaverile da far immaginare l’innalzarsi dell’Adriatico per lo scioglimento dei poli fino a sommergere anche Ridente Town: del Parco Urbano si sarebbero visti solo più i pini sulla collinetta artificiale – si manifestava nella fantasia di Giona con il dissolversi graduale della nebbia. Lei, la Compagna, che ormai a pochi mesi dalla maturità, rimaneva il chiodo fisso dei suoi pensieri. Immerso in quella visione a occhi aperti, mentre gli auricolari gli sparano per la millesima volta il falsetto di Elisa “Ti vorrei sollevaaare…”, trasbordato su quell’Ipod dismesso acquistato su ebay dal CD (lui che per principio non comprava mai dischi), per il quale aveva inconsciamente lasciato l’ultima, davvero ultima paghetta, come gli aveva garantito il suo vecchio, ormai cassaintegrato e anche lui dismesso, solo perché infatuatosi (da masturbarsi) del tatuaggio azzurrino sul seno sinistro della cover, non sente i commenti nella lingua secca e arcaica dei primi pensionati a spasso coi cani vogliosi di pisciare attorno alle “loro” panchine sulla gioventù sfaticata: “Vóia d’lavurê seltam adös…”

La maturità, cinque anni di mazzo in quella scuola e poi? Per cosa? L’università? Per spostare in avanti, e con i soldi di chi, lo stesso risultato? I cervelli non erano più richiesti, e nemmeno la mano d’opera per pulire i culi dei vecchi, monopolio di un cartello di stranieri e di indigeni cinquantenni espulsi dalla produzione… E questi qua al governo che pensano solo al proprio tornaconto e a quello di parenti, amici e amiche in particolare; per non parlare degli altri intenti a farsela con trans e viados di tutte le specie – per carità: il lavoro, è lavoro, rispettiamolo e uno/una dà quel che può, ma qualcuno dovrà pur fare anche politica, o no?
“Ti vorrei sollevaaare, ti vorrei consolaaare”. No, Giona, ormai un pesantissimo sacco di patate evaporante sotto il sole nel cielo fattosi terso, non vuol essere consolaaato… Ma per la miseria, perché lui e tutti quegli altri pecoroni si avviano ogni mattina, appena scesi dalla corriera, alla macellazione del proprio futuro senza sollevarsi?
“DovremmO invadere la statale numero nove, occupare il municipio di Ridente, minacciare di buttarci giù sulla Piazza del Popolo dopo aver sequestrato il segretario comunale, e invece accettiamo tutto così supinamente, sdraiati sul quotidiano fatto di lagne virtuali su qualche social network assetato di dati di potenziali consumatori, aperitivi scroccati alle zie e sniffate di noce moscata, altro che ‘generazione mille euro’, in questo sistema ognuno è l’imprenditore di se stesso: sarà grassa intrufolarsi in un call center a € 250,00 lordi al mese fregando sul mobbing la concorrenza…”
“Ti vorrei sollevaaare…”

Agli occhi fantasticanti di Giona ormai la compagna si era completamente manifestata in tutto il suo splendore: Compagna Precarietà.
“Fido, dove vai, non scappare, vieni quaaa Fido!”
Troppo tardi: Fido ha alzato la zampa e, sicuro di sé, lascia il sentore inconfondibile del suo passaggio sulla “sua” panchina spruzzandolo in faccia a Giona.
E Giona si solleva.

BULLDOZER TOURISM

La decadenza di un’intera nazione, di una regione, di una città, era direttamente proporzionale alla mancanza di innovazione, a quel dormire sugli allori sibilando soltanto lamenti contro l’invadenza della concorrenza – vuoi spagnola, vuoi greca o tunisina, a seconda delle annate – tipica di tanti suoi corregionali albergatori e operatori turistici: Giona ne era più che certa.
La conferma l’aveva avuta durante l’ultimo viaggio a Berlino in qualità di guida turistica locale (munita di patentino regionale) e internazionale: ma come avevano fatto a non farsi venir loro, in Romagna, a Ridente, per primi quella idea?! Con tutte quelle schiere di pensionati appoggiati al cannone della bicicletta in estasi davanti al procedere dei lavori nei mille cantieri di cui andava fiera la cittadina e le tante ridenti consorelle?! Mera assenza di iniziativa, curiosità azzerata, cultura della decadenza!
Eh no, non si poteva più andare avanti così, con ’sto lamento perenne e annoiante: che il Belpaese non tira più come una volta, che non bastano vitelloni&pedalò, disco-pub&happy-hour&Fellini, piadina&ceramica! E allora? Allora ci voleva un kick particolare che stuzzicasse il potenziale cliente, come a Berlino per esempio, che tra l’altro Giona aveva trovato pullulante di italiani, quasi come camminare per Ridente nei giorni di mercato.
Lì, da quando avevano tirato giù il Muro, stavano tirando su un’altra metropoli: la città trasformata in un unico cantiere a cielo aperto e, come se non bastassero tre aeroporti, ne stavano varando un altro a perdita d’orizzonte: durata del cantiere: 15 anni. Ma – e questo era il punto! – già adesso code infinite di shuttle vi rovesciavano migliaia di turisti tutti i giorni e tutte le notti, a getto continuo, proprio davanti a quella aviostazione in fieri. Corrierate di ominidi digitalizzati pronti a fissare sui loro supporti quel fantastico e stratosferico Baustelle – sì proprio come il gruppo musicale – salivano sulla piattaforma, un’impalcatura tra le altre, costruita allo scopo ai margini dell’infinito cantiere con le sue 4.000 gru a forare il cielo, i bulldozer, i caterpillar, gli escavatori, tutte quelle formichine nei loro caschi bianchi protettivi in continuo fermento: di notte, sotto i fasci di luci multicolori, uno spettacolo nello spettacolo!
Certi turisti in volo low-cost, ma pure residenti con l’abbonamento annuale, al pari dei pensionati di Ridente in Corso Mazzini, tornavano tutte le settimane su quella piattaforma e, imbroccato il binocolo, erano pronti a stupirsi del celere ma a occhio nudo impercettibile progredire dei lavori in corso…
Era un business a costo zero! I sociologi, nel tentativo disumano di spiegare quel fenomeno, avevano coniato il sintagma “Fascino dell’Inconcluso”, una particolare forma di sex-appeal intellettuale che seduceva le masse. E a Francoforte e a Parigi lo stavano imitando…
Perché dunque non organizzare corrierate di turisti crucchi, asiatici e moscoviti da Cesenatico o Marina Romea, o direttamente dagli aeroporti “Marconi”, “Ridolfi” e “Fellini”, alla volta della famigerata E45, da quarant’anni un fascinoso cantiere dell’inconcluso?! Perché no a un cantiere della TAV, oppure a quell’indicibile opera d’arte contemporanea, a quell’installazione a cielo aperto che Giona aveva adocchiato qualche giorno prima alle porte di Ridente verso il Capoluogo?!
Un’opera senza paragoni, che neanche Maurizio Cattelan coi suoi falsi bimbi impiccati… Indescrivibile seduzione: un cavalcavia spezzato a metà pendente sopra un campo di erba medica, di spagnera verdissima. Eccolo nel bianco immacolato del cemento stagliarsi contro l’azzurro: un colpo d’occhio fenomenale: l’art pour l’art allo stato puro, di cui è superfluo chiedersi il senso: si deve solo contemplarla per arrivare alla Conoscenza.
Giona ha deciso: se la gente fa la fila per le mostre, la farà anche per lei: si farà promotrice dell’ “evento conoscitivo” imbarcando nugoli di giapponesi e sovietici foresti alla volta della “sua” opera, che lei spiegherà loro in tutte le lingue e le salse essere stata possibile al pari della cupola di Michelangelo soltanto nel Belpaese: Ridente’s Half-Bridge over the Grass.
Ha già commissionata alla fabbrichetta cinese dietro casa la produzione in serie di un mezzo cavalcavia in bachelite come gadget-portachiavi da smerciare ai suoi clienti su cui risalta la scritta: “L’inconfondibile fascino dell’inconcludente”, che – dice a se stessa ridacchiando – potrebbe essere anche il titolo di un bestseller, che magari scriverà.

(15 febbraio)

STALKING!

Non c’è denuncia che tenga, Giona lo sa: deve sbrigarsela da sé. Tanto i Carabinieri arrivano sempre dopo il fatto. E qui ne va della sua liberà. Ormai non può più muoversi: è una persecuzione continua. Non respira più. Appena prova a uscire, eccole lì pronte all’attacco, pronte a colpirlo nei modi più impensabili e da tutte le posizioni e postazioni.
È proprio come aveva appena finito di leggere sul giornale, al quale la always-sorridente bionda star – la perfetta dentiera promanante dagli schermi di mezza Europa in varie lingue, avendo avuto lei in dono oltre alle lingue della elvetica Confederazione Bancaria, oltre all’ombelico perfetto, anche quello della diretta pluriubiqua – aveva rilasciato un’intervista sullo scottante argomento: «Quando uscivo di casa mi guardavo sempre le spalle. A un certo punto avevo il timore di essere aggredita persino sul palco; mi sentivo molto vulnerabile. Poi però ho capito che dovevo superarlo, che se ho scelto di fare questo lavoro, devo accettare la mia esposizione» (Gazzetta di Ridente). E la star elvetica aveva ottenuto giustizia: la nuova legge contro lo “stalking” era entrata in vigore e lei era riuscita a farla valere. Anche Giona avrebbe voluto giustizia, e l’avrebbe avuta.
Con la sua dichiarazione alla stampa la star aveva messo il dito nella piaga, anche di Giona: esposizione. Giona era esageratamente esposto, anzi era sovresposto mediaticamente!
Questo era il suo vero problema e il suo cruccio: troppo esposto, sempre sotto i fari, le luci della ribalta: le stroboscopiche luci emanate dagli ultimi modelli di videogiochi nonché la fibrillazione ad alta definizione del nuovissimo megaschermo LDC del televisore appeso a tutto una parete appena varcata la soglia del Bar del Borgo Vecchio. Esposto ai grandi occhi che lo seguivano silenziosi pronti a impallinarlo per ogni dove sotto il loggiato illuminato a giorno 24ore24 – affinché tutte vedessero, tutte sapessero –, contornanti piazze, piazzette, slarghi, vicoli e viali di Ridente Town. Impossibile ormai la fuga per Giona: massima esposizione! Ovunque luci al neon da macellaio mettevano a nudo implacabilmente la sua indole, peggio dei body scanner di London Heathrow. Per non parlare degli Iperqualsiasicosa: non faceva in tempo a parcheggiare la vecchia Fiat 127 a metano (bombole in esposizione) che già le sentiva – era proprio una percezione fisica che lo attraversava tutto come una scarica elettrica – pur non vedendole ancora. Erano là accovacciate sopra e sotto i cornicioni color mattone, le sue tantissime, ingestibili fans in trepida attesa: loro conoscevano, avevano interiorizzato e memorizzato centinaia, migliaia di volte le sue abitudini: lo conoscevano a memoria senza avergli mai parlato.
Ma al peggio non c’era limite: anche tra le mura domestiche, quando l’essere umano si rilassa abbandonandosi in solitario alle più indicibili nefandezze o a i più reconditi piaceri (stare seduti sul water fino a non percepire più le gambe informicolite sprofondati nella postmodernità di Don De Lillo; annusare i calzini reduci da un’intera giornata all’interno delle snikers dicendosi che quell’alone è il sentore della vera vita vissuta; lo sbattersi in padella per la settima volta consecutiva nell’arco di una settimana sei uova con la pancetta rammentandosi la battuta del vecchio poeta friulano: «Il colesterolo l’hanno inventato gli americani; prima non esisteva!»), ecco proprio in quei frangenti, quando Giona pensava di potersi abbandonare a coscienza disattivata al più semplice e naturale dei gesti, lui si sentiva – sì, il suo era un dolore fisico – forare, perforare, trapassare, penetrare dai loro sguardi, accompagnati dal solito gorgheggiare di piacere anticipato.
Ma a volte, nonostante tutto, riusciva a scordarsele e, dimentico anche di sé e del mondo, come questa sera, apre la porta a vetri che dà sul balcone per far entrare, dopo tanto, una brezza che non sa di polveri sottili, e avvelenarsi con qualche ciucciata di mezzo toscano.
È un attimo: non fa in tempo ad appoggiarsi alla balaustra e ad accendere con un sibilo lo zolfanello da cucina, protetto tra le mani congiunte a preghiera laica, che loro, le fans, gli sono addosso: colpito e registrato: dalla pelata gli cola materia densa e giallognola, mentre la lucina intermittente dell’occhio inesorabile e sempremobile imperterrita continua il suo lavorio.
Giona scatta in casa: afferra la cartucciera e imbracciato il fucile da caccia a cinque botte si precipita in strada.
È strage! È giustizia!
Diciassette tortore e quindici telecamere nel raggio di duecento metri. Non male per cominciare.

(29 marzo)

ESTATE DIVERSA

Eh sì, l’estate una volta era diversa.
Lo dicono i vecchi – ma lo dicevano già i vecchi di trent’anni fa – e lo dicono i giovani (ma fino a che età si rientra ancora in questa fascia? Per la pubblicità rivolta ai clienti danarosi: 49 anni, dunque fate voi) e lo dicono i bambini delle elementari: ah quelle estati passate all’asilo nido sullo scivolo di plastica dura!
Per Giona, in ogni caso, l’estate era cambiata veramente.
A metà degli anni Novanta, appena conseguita la sudata licenza media, da grande sognava di fare il fonico, anzi il sound engineer in un suo studio di registrazione producendo nel tempo libero gruppastri di giovanissimi dalle potenzialità hendrixiane, e comunque arrivare dietro a una consolle almeno live, nei concerti rock-pop&co. dal vivo che attraversavano in lungo e in largo l’intera Penisola. E, incredibile a dirsi vista la giovane età, era riuscito per via della sua statura già da adulto, ma soprattutto per via dei suoi bicipiti e pettorali che si ritrovava dai geni ereditati, a farsi ingaggiare da una ditta specializzata, un cosiddetto service, che predisponeva tutto per i concerti: dal palco coperto all’amplificazione, passando per luci, fumogeni, transenne e tribunette in tubolari. Un contratto tutto compreso per quella che sarebbe passata negli annali come la “mitica” tournée del grande rocchettaro intergenerazionale Marco Rossi, detto “Smarco” dalla sua indimenticabile hit, canticchiata anche da Giona, “Io mi smarco, io mi smarco e resto in folle…”: 16 ore di lavoro al giorno, catering, roulotte per i pisoli durante gli spostamenti, docce e cesso mobili per quattro-mesi-quattro di paga. Aveva calcolato che se ce l’avesse fatta ad arrivare in fondo, avrebbe potuto vivere con uno spillaggio da pascià per almeno i primi due anni delle superiori, all’inarrivabile Istituto Tecnico Statale di Ridente, al quale aveva intenzione di iscriversi per diventare perito, conseguire il diploma che gli avrebbe dischiuso le porte degli studi, del suo studio di registrazione. La notizia aveva lasciato senza parole i suoi vecchi, che già gli avevano intimato per i tre anni delle medie: “Studia o vai a lavorare subito! Ci siamo rotti i coglioni di avere soltanto un figlio sonnecchioso e morto di seghe!”
Era stata una tournée sfiancante, che però gli aveva insegnato i fondamentali della vita: taci; occhi a terra e smàzzati; capisci il lavoro; accetta la derisione del capo e dei più vecchi; non tirarti mai indietro; conquistati la fiducia che procura solo la fatica indefessa!
Nella sua divisa di completo nero, compresi caschi e scarponi da lavoro a norma, risaltava soltanto il giallo fosforescente della scritta sul dorso della maglietta: STAFF, di cui andava orgoglioso e che prima di partire aveva fatto passare sotto il naso con un ghigno ai vecchi increduli.
Giona aveva montato e smontato tubolari sudando come un vitello da macello, erano vere pozzanghere di sudore, suo e degli altri avventizi, sbullonando da un’alba all’altra, sonnecchiando nelle altrettanto sfiancanti trasferte in roulotte al seguito dei Tir col materiale, danzando e cantando a squarciagola sotto il palco mentre smistava chilometri di cavi, al ritmo delle boccheggianti lyrics sbracate di Smarco. Era stata un’estate memorabile, secca e solo con qualche sporadico temporale a innaffiare il prato spelacchiato e polveroso di certi stadi, ma nessun concerto era saltato. Era tornato a Ridente a fine settembre: non un filo di grasso, muscoli d’acciaio e gruzzoletto sul libretto emesso dalla Banca di CreditRidens per gli studi e lo studio, il suo.

E lì era rimasto: agli scarponi antiurto, alle vesciche ai piedi, alla maglietta nera, ancora quella, nel frattempo slavata con la scritta quasi irriconoscibile e pure rattoppata, ma era un cimelio da non potersi dismettere, un pezzo di storia, la sua. E lì era rimasto.
A volte, nella vita, nelle vite di uomini e donne, succede: anche a Giona era successo. Lì era rimasto, soltanto le locations e le musiche erano cambiate. Ora sopravviveva con la sua pseudo ditta, la “Giona’s Allservice” montando e smontando tubolari nelle sagre del forese di Ridente, che avevano sostituito da un giorno all’altro le feste di partito: era riuscito a perforare il “cartello” che deteneva quel potere suggellato dalla bandiera della Comunità Europea che garriva assieme a quella della Società Festival&Sagre davanti al suo megamagazzino-deposito-ufficio in cemento armato di recente costruzione.
Sì l’estate era diversa: alle piogge torrenziali ecco seguire l’afa annichilente dei 40° notturni.
E anche stasera Giona alla consolle scuote il codino, rimasuglio della lunga coda di cavallo giovanile, la fronte stempiata luccicante di sudore sotto la luna piena, al ritmo del brano in playback, La mia terra, eseguito con generosi sforzi vocali dal grande Lauro Ferrara, ex cantante dell’orchestra Casadio, la pelle sessantenne lampadata a puntino, i capelli nerissimi impomatati di lucido da scarpe sul completo bianco (comprese le scarpe) alla Sagra dla Batdùra, della mietitura, anche se non si sa cosa mietere visto che si coltivano solo kiwi, a Bareda. Giona è attento che ogni vocalizzo, mimetizzato live con un bel fumogeno a rendere il Ferrara di un altro pianeta, arrivi al meglio al pubblico festante e ingrigliato di carnazza sul campo sportivo, in attesa nella pausa di puntare il cosiddetto “occhio di bue”, il grande faro circolare, sulle cazzate, queste sì purtroppo dette dal vivo, dal principe dei comici zonali: Scamisaza.
Con un po’ di fortuna, alle 3 di notte, fradicio di guazza e sudore, Giona avrebbe smontato l’ultimo tubolare del palco. Un’altra conferma alla sua ipotesi: l’estate era diversa: le 3 del mattino e l’unica brezza era quella smossa dal volo inesausto delle voraci zanzare tigri.

(18 maggio)

VITE INCUSTODITE

Ogni volta che in qualche stazione del mondo risuona l’annuncio di non tenere incustoditi i bagagli, automaticamente rivedo lo squarcio di vetro della sala d’aspetto e le lancette dell’orologio ferme.

- Pronto, mâma, a so me! [mamma, sono io]
- Oh, Giovanni, fat spavent, bandet e’ Signor, t’si incóra a e’ mond [che spavento, benedetto il Signore, sei ancora vivo]. Ma sei ancora a Bologna?
- E perché non dovrei esser vivo, d’accordo il viaggio è stato infinito, ma sono arrivato. Sono a Castel Bolognese, era il primo treno utile e andava a Ravenna, dovete venirmi a prendere.
- Ma non sai cos’è succeso, l’ha appena detto la televisione: c’è stata un’orribile esplosione alla stazione, con tantissimi morti, è successo poco fa…

A distanza di trent’anni è impossibile per me dimenticare quella conversazione a gettoni con mia madre. Troppe volte l’ho “riascoltata” nella mia mente dopo che nella coscienza, arricchita delle informazioni e delle notizie meno frammentarie delle ore e dei giorni a seguire, si era cristallizzato un punto fermo: per l’ineffabile gioco del destino ero scampato per una manciata di minutii (30 o 40) alla strage. Il destino aveva infatti voluto diversamente dopo avermi comunque messo per un po’ di tempo nel conto.
Studente di lingue all’Alma Mater ormai fuori corso ero finito sotto leva, di stanza in qualità di bersagliere carrista con funzioni di furiere alla Caserma “Nacci” di Lecce, avevo ottenuto la prima, agognata licenza dopo quattro mesi snervanti e demolenti la personalità in quell’avamposto sudista da Deserto dei Tartari. Partito dalla città salentina nel tardo pomeriggio del 1 agosto con l’espresso per Milano (alcune carrozze di quel tipo si possono ancora vedere in circolazione il venerdì notte sulla stessa tratta, il famigerato “treno-terra di nessuno” verso Sud), sarei dovuto scendere alle 5.30 del giorno dopo a Faenza, ultima fermata prima di Bologna. Accovacciato nel corridoio sullo zaino osservavo i colli fuggire sotto la luna piena e il primo, tenue albeggiare. Ormai non manca più molto alla discesa che mi ricongiungerà per pochi giorni coi volti amici: il cuore accelera al pensiero. Forlì è ormai un ricordo, Faenza a un tiro di schioppo, le palpebre sempre più pesanti per la notte insonne, gli occhi mi sfuggono tra la campagna e le colline…Mi risveglio con l’espresso che attraversa sferragliante a tutta velocità la stazione di Imola: ho mancato l’ultima fermata prima di Bologna. Non mi resterà che attendere per ore un treno per la Romagna-Marche nella sala d’aspetto di seconda classe. La sala che, al pari del bar del Dopolavoro Ferroviario, già ben conosce così bene le mie borse, i miei libri sottolineati nell’attesa di un ritardo pendolare. E mi butto a terra sullo zaino, in preda allo sfinimento di mesi, a riprendere il mio sonno: lì accanto, altre borse, altri zaini, altre valigie e valigiette, altri inermi, anonimi volti sfatti…
Da quanto tempo era lì anche la valigia maledetta? Ci ho forse dormito accanto, perché l’angolo era proprio quello? Perché il destino mi ha risvegliato giusto in tempo di salire su un locale poco prima delle dieci di mattina del 2 agosto 1980? Nel diario che tengo dai miei sedici anni non c’è traccia dell’orario esato del treno che mi ha portato in salvo; vi sono soltanto annotazioni sul mio sconvolgimento interiore; il mio non capacitarmi di quell’incommensurabile, ingiusto delitto; la mia rabbiosa impotenza di afferrare con la ragione quel labilissimo filo che scorre tra la crudeltà e la salvezza a cui è esposto un ignaro studente-soldatino come me e ciascuno che chiede solo di andare per la sua strada, prede innocenti del male di poteri “occulti” che decidono il nostro destino di vita o di morte.

(18 luglio)