ORTI IBRIDI
Posted by gnadiani on May 9th, 200815 marzo 2008
Ineluttabili versi
Di questi tempi un paio di anni fa ci lasciava il Beckett di Santarcangelo, Raffaello Baldini.
E questo mi viene in mente.
Lo sappiamo: la condizione inellutabile (sempre rimossa, per autosostentamento forse) dell’uomo è la precarietà, la provvisorietà. Le sue fortune sono caduche e, tutto sommato, inutili. Eppure l’essere umano, “costretto” a vivere, ontologicamente e ossimoricamente non può non aggrapparsi a qualcosa. L’arte della parola, sì insomma la letteratura – scritta e orale – nel momento stesso in cui pronuncia la sua inutilità, ne proclama la necessità. Lo stesso vale per la lingua attraverso la quale essa nomina l’innominabile. Un innominabile che, stante la condizione di estrema precarietà, di sconfitta ultima e irreversibile del codice che l’esprime, diventa tanto più necessario. In questa ineludibile circolarità è nascosta, nella sua vanità, anche la speranza evocata dalla scrittura alla notizia della morte di Raffaello Baldini: il linguaggio della poesia, oltre la debolezza e la transitorietà del codice che l’esprime e l’attraversa, incatena la morte nel mondo dei viventi, e la costringe a un patto instabile, con il quale cerca di sopravvivere negoziando i propri tributi verso l’oltretomba. Ma anche la stessa lingua sconfitta (il dialetto), nella sua fragilità, sopravvive più di quanto si pensi alle generazioni che si succedono, negli oggetti e nei modi di vita che cambiano, che diventano “altro”, trasformando il dire, che si perpetua proprio in questa trasfigurazione, in questa traduzione. E, come è stato più volte affermato, il poetico di Baldini “funziona” anche in altre lingue (in italiano, in inglese ecc.), perdura dunque nel disintegrarsi dell’essenza linguistica originaria, in quella morte che è, beckettianamente e non solo il nascere, in cui – forse, forse – solo l’arte è l’unica cosa sopportabile: una parvenza d’immortalità: toni ludici e clowneschi, compostamente tragici in un indissolubile connubio tra la beffarda rivalsa narcisistica sopra il dolore e la morte e la denuncia contro un logos che illegittimamente li sostituisce. Siamo fatti di provvisoria consunzione, eppure non possiamo non aggrapparci, tra la polvere e il fango se è piovuto, ai radi fili d’erba che sporgono dal nostro fosso: è così che tra i libri autografati e con dedica a me cari e che inutilmente cerco di preservare dall’ingiallimento e dalla voracità dei pesciolini d’argento, tra premi Nobel e “classici del presente”, tra Seamous Heaney, Tony Harrison, Christa Wolf, Uwe Johnson, Ror Wolf, Amiri Baraka, Mario Luzi, Claudio Magris o Umberto Eco, conservo più gelosamente di tutti quelli di Lello: inutili feticci di cui, ineluttabilmente e necessariamente, è fatta anche la mia esistenza.
9 maggio 2008
Il consumo delle persone
Anche in questi pochi metri quadri – e pensare che è già un’inenarrabile fortuna poterne godere – inondati da pollini allergici d’autostrada, di zaffate da parcheggi abusivi di tir scarburati miscelate alle ole regolari da porcilaie, in un pomeriggio ventilato come questo scende nello stomaco la malinconia per questo nostro tempo (eh, sì, diamo a lui la colpa) virtuale e incalzante che tarsforma un’ingiustizia nella più normale delle prassi: il consumo delle persone. No, non intendo ciò che fa di ognuno di noi un piccolo o grande abbuffatore del necessario e del superfluo, intendo proprio che noi le persone le consumiamo a nostro piacimento: quando ci servono, le incontriamo, anche solo online con due righe di mail o in una sveltina chattata; ce ne serviamo per quanto ci possono servire e poi le gettiamo. Toccata e fuga, e a risentirci senz’altro presto, definetely, assolutamente. E poi passano dieci anni e chi si è visto, s’è visto, oppure: mi sei stato/a utile, bene e ora ti schiaccio. Sarebbe inutile stilare un elenco dei modi: ciascuno di noi ha i suoi e conosce le sue vittime, gettate via lungo la strada dei giorni (bassa prosa poetica, questa), che nemmeno si ricordano più, peggio di un verso di una canzone, che pure cantavamo a memoria. E non c’è ambito di vita e d’attività che non sia colpito da questa strana forma di consumismo (come suona altmodisch questa parola, e pensare invece che viene riscoperta come calco nelle lingue maggiori che nemmeno l’usavano): non risparmia neppure quella che era solita chiamarsi la società letteraria, anzi qui, se si può, al pari di tutte le altre dimentiche microsocietà dell’intrattenimento mediatico – perché di questo da tempo si tratta – si è ancora più implacabili e “la tua morte è la mia vita (o quello che si presume tale)”. ma chissà, forse siamo sempre stati così, noi fatti di avida carne e pelle che si sfarina. O forse no: magari qualcuno non ci ha “consumati” e proprio in questo momento sta pensando a noi, al nostro bene. Forse sono soltanto ingiusto. In questi pochi metri quadri ancora verdi da piangere prima del secco afoso e spelacchiato dell’estate non mi è mai capitato di trovare un quadrifoglio: lo troverò appena smetterò di vedere l’altro/a come un essere, se non proprio una “cosa”, da consumarsi e starò, silenzioso, in ascolto delle sue parole, una lieve e mite brezza a carezzarmi le palpebre e le orecchie, finita l’allergia.
10 maggio 2008
Risparmiare il tempo: leggere
Attraverso la piazza con la mia gypsi gialla, la bici pieghevole sfoderata dall’auto parcheggiata a diversi chilometri dal centro: di fronte al duomo da settimane s’erge un lungo tendone con libri in vendita, molti dei quali a metà prezzo; da un corso poco distante spuntano i manifesti fosforescenti della maggiore libreria della città: sconto del 30% su tutti i libri esposti. Anche qui, ovunque, la massa delle merci che incombe, sotto la quale soccombere. E’ incredibile: il numero delle pubblicazioni in perenne uscita è inversamente proporzionale al tempo che abbiamo per leggere (ciò vale, naturalmente, per coloro che ancora posseggono il vizio della lettura, o almeno un residuo di desiderio di “farsela”, prima o poi). E chi, come me, ha poco spazio, costretto a spostare di stanza in stanza casse e scatoloni di libri, ogni volta che ne acquista uno nuovo, fregandosene dello sconto, dal proprio libraio di fiducia – che in questa città ancora esiste – assaporando il gesto di aprirlo e quello di annusarlo sleggiucchiando, pregustando un mondo che, magari, gli si aprirà solo settimane, mesi, anni dopo, come capita a me, costui sente come un rimorso: altro spazio vitale sottratto all’ossigeno casalingo in cambio di polvere spirituale. Eppure, a volte, a malincuore bisogna riconquistarsi un metro cubo per altra polvere, più fresca. E così mi sono sbarazzato di un cassone di narrativa italiana degli anni Ottanta, comprensiva delle tante recensioni ingiallite nascoste nelle pieghe delle copertine: stupefacente il capitale investito allora, in moneta (quando non arrivavo nemmeno alla fine del mese), e in tempo. Non è che ora sia molto più ricco, i figli all’università costano, anche in libri, eppure il tempo dell’otium per la lettura sembra calato ancora. Fortunamente rimangano le mezz’ore dell’alba a colazione e poi sul water: tutto Beckett, che attendeva da anni nell’inverno 2006/07; il grande Flaiano inedito durante l’ultimo inverno; e qua e là un romanzo di qualche contemporaneo tedesco, ma soprattutto racconti brevi e brevissimi da qualsiasi parte essi provengano; in primis di Günter Kunert, assolutamente ignoto a queste latitudini, ragion per cui dovrò provvedere a una prima traduzione. E l’altro giorno, ho acquistato, dopo le Navi in bottiglia di molti anni fa, la seconda raccolta di Gabriele Romagnoli Solo i treni hanno la strada segnata, lasciando lì, in giacenza sulla scansia del libraio, i nuovi prodotti di onesti artigiani quali Andrea De Carlo e Enrico Brizzi. E ora per un po’ mi accompagnerà una microstoria, una scaglia di immaginario dentro la giornata. E’ questo il “romanzo” che voglio: poche righe, un paio di lasse, il resto lo scriverà la mia fantasia. Risparmiare carta riciclata e byte d’energia, risparmiare il tempo: leggere. Chissà se se ne accorgeranno i propugnatori del (al maschile) New Italian Epic che, forse, molto è già dentro quelle scaglie e di qualcun altro, certo una narrativa tascabile e portatile, ma quanto più pregnante nel suo “non genere” della logorrea imperante, più o meno nuova, più o meno italiana: risparmiare il tempo: leggere storie e prose brevi, tante.
13 maggio 2008
Schizofrenia digitale
Scorro lo Spiegel online, ricco e denso di notizie a costo zero (in realtà nessuno di noi sa chi, quanto e in che percentuale intaschi a ogni nostra connessione per il tramite del relativo gestore-avvoltoio), scorro la barra laterale destra e mi fermo sulla videoclip: la connessione pseudoveloce mi concede di aprirla a scatti sulla distruzione totale del terremoto in Cina o sui volti sconvolti del tifone birmano, ma la mia visione è distratta dai movimenti della bonazza in bikini che si culla sull’amaca sotto una palma che continua a farmi l’occhiolino, seguendomi a ogni scorrimento della barra, invitandomi a raggiungerla per pochi euro col suo tour operator. Forse questa è la pornografia: non tanto l’esiguo perizoma della teutonica bionda – un tempo giunonica nell’italico immaginario macho anni Sessanta, ora asciutta a tavoletta e dalle fattezze morbide del volto – ma lo stuzzicare il nostro voyerismo tra dolore e piacere in una sorta di surrealtà che ci scivola via a ogni click.
15 maggio 2008
E’ la sagra, bellezza!
Da circa un mese, in questa lunga primavera fresca e ventilata (se fosse ancora più piovosa ne godremmo tutti, piante comprese), è scoppiata la stagione delle sagre e delle zanzere tigri, che scorrazzano per tutta la Landa: si va da quella del Cinghiale – di solito il maiale s’ammazzava a tardo autunno(inizio inverno a seconda della luna, mah!) – a quella della Primavera in fiore; dalla Sagra della Campagna a quella dell’Uovo sodo in attesa di quelle dedicate ai singoli frutti, cereali, e spremiture varie: Sagra della Fargola, della Ciliegia, dell’Albicocca (poca roba quest’anno con il gelo a bruciare i fiori, ma le importano dalla Cina), della Batdura (“battere il grano”), della Spiga Dorata, dell’Uva, dell’Olivo fino alla mitica Sagra della Pera Volpina o dei Frutti Dimenticati. È un’economia sommersa che sfugge a qualsiasi indagine di mercato o della Finanza: sfregolanti stand gastronimici sotto il comando ferreo di possenti e procaci azdore dalla lingua tagliente approntano sempre e ovunque lo stesso ben di Dio, in faccia alle carestie profetizzate sui media – intanto qui, ce n’è e diamoci dentro e lasciateci lavorare in pace, tutti! Lo stesso fumo delle cucine da campo s’alza quasi ogni sera a pochi chilometri di distanza da quello della sera precedente inondando la landa dell’odore di tonnellate di castrato e salsiccia ai ferri con piadina o di tagliatelle e cappelletti al ragù. E sullo sfondo, all’aperto o sotto un tendone professionale dell’Ente Sagre allieta la serata un’orchestrina di liscio alternandosi con il Trio Italiano, Alessandro Ristori (un clone celentanesco locale con migliaia di fan al seguito), Wanda la Carrellista con la Metallurgica Viganò oppure il duo cabaret-raskiabidet Pizzocchi & Giacobazzi, reduce da qualche pseudoevento televisivo: nessuno, o quasi, li ascolta: il rumore di mandibole è troppo forte. Eccheccè di male: vogliamo divertirci, vogliamo mangiare finché ce n’è, basta con la tristezza, è primavera tesoro! Il culmine sarà la Sagra del Buongustaio a Ferragosto, quando nella notte della Landa tra paioli di cappelletti fumanti si esibirà dal vivo Mal dei Primitives.
23 maggio 2008
What does the word contemporary mean?
A Ridente, capoluogo della Landa, è arrivato il Festival d’arte contemporanea. Una particolare forma di festival, fatto sì di eventi collaterali anche spettacolari, di botteghe d’arte aperte su mostre e installazioni ecc., ma incentrato sulla riflessione delle problematiche legate all’arte di oggi e alla sua disseminazione nelle più svariate forme. E a Ridente sono giunte frotte di intellettuali e di giovani ascoltatori, mentre il Festival ha smosso tutto il funzionariato comunale a dare il massimo impegno per la riuscita dell’evento, peraltro gestito da una società esterna coaudiuvata dalla bassa manovalanza di tanti volontari, come in ogni grande festival che si rispetti (Mantova docet). Sono comparsi in città, in pelle e ossa, anche i grandi danarosi locali, generalmente attivi su altri fronti, e ovunque si respira aria di movimento. Eccellente. La cosa curiosa è che, tra le numerosissime tavole rotonde, i folti e affollati dibattiti, non venga tematizzato il “perché” dell’arte, il suo “senso” per noi uomini e donne di questo “present continous”? Si dà forse per scontato che essa abbia veramente a che fare con le nostre vite, oltre che con quella dei mercanti e collezionisti o degli albergatori che almeno per un weekend fanno il pieno? Che essa sia la nostra vita? Anche solo una piccola riflessione a margine, oltre a quella portataci dal flusso verbale di Alessandro Bergonzoni sul concetto di contemporaneo – forse meno brillante e inventivo di altre volte, ma più “vicino” -, magari avrebbe potuto inquietarmi un poco, al di là della “fruizione” momentanea di idee ed esperienze utili per un presente futuro. Perché si chiede sempre solo agli scrittori del perché scrivono? O si tratta di una richiesta fuori epoca nella Seconda Modernità (Ulrich Beck)? E perché questo concentarsi, elitario e popolare al contempo, sull’arte figurativa (in cui da Duchamp in qua è solo il critico a stabilire cosa è arte e cosa no, in cui vige il Fantasma della qualità, secondo il titolo di un’indimenticata mostra organizzata a Ravenna da Claudio Spadoni un paio di decenni fa) quando nessuno “si fila” minimamente la ricerca lacerata e lacerante – d’accordo, a volte anche un po’ noiosa – che si ha nelle varie branche della musica e della letteratura nelle loro svariate forme, contaminazioni e intrecci (anch’esse solo marginalmente, di tanto in tanto, sfiorate in un angolo di qualche festival)?
9 giugno 2008
Quale realismo? Quale Italia?
L’essere cresciuto (cioè essendo venuto in contatto con la parola scritta, la Cultura) agli inizi dei Sessanta in una landa in cui l’unico contatto col grande mondo esterno era costituito dal cinema parrocchiale con le pellicole in bianco e nero censurate dal CCC (Centro Cinematografico Cattolico), mi ha forgiato come cinefilo. Diciamolo: si attraversano spesso mesi e mesi e di magra proibendosi di calcare la soglia degli ultimi “cinema in centro” sopravvissuti per la scadente qualità dei prodotti in cicolazione. Poi arrivano ondate di cose decenti (stando alle recensioni) che, per i vari impegni, non si riescono a seguire e, dunque, rimane la speranza di non farseli sfuggire nelle varie rassegne estive all’aperto (tempo permettendo). Finalmente sono riuscito a vedere “Il Divo”: originale nella struttura scattante (accompagnata da scelte musicali azzeccate) e limpido nel “messaggio”, non mi ha convinto nella figura del protagonista. L’Andreotti inscenato nel suo noto cinismo mi è sembrato troppo tetro rispetto all’immagine che mi conserva la memoria, molto più “leggero e sorridente”. Questo personaggio di Sorrentino, per quanto vicino alla realtà di un perfido calcolatore esso sia, è troppo buio (elemento sottolineato dalla tetraggine delle stanze del potere e casalinghe), incapace di un benché minimo sorriso (che non trova corrispondenza nella realtà dell’uomo), in questo troppo disumano e dunque non del tutto credibile. A proposito di questa ondata di film che rispecchierebbero l’attualità ruda e cruda della Penisola come pure di tanta narrativa già operante da tempo, riassunta dall’etichetta dei Wu Ming “New Italian Epic”, ovvero del teatro (di narrazione e non solo), Giancarlo De Cataldo ha parlato di neo-neorealismo: “Raccontare l’Italia e gli italiani, al cinema, a teatro, nei libri. Chiamiamolo neo-neorealismo. Chiamiamolo new italian epic. Le etichette lasciano il tempo che trovano. Qualcosa sta davvero accadendo, è sotto gli occhi di tutti, prendiamone atto. Non stiamo definitivamente parlando di caso, ma di necessità. Le lucciole sono tornate, ma sono ancora pochine” (La Repubblica 8 giugno). Mi piacerebbe però che tra le poche lucciole in volo si notassero anche quelle, per restare al cinema, che ci fanno vedere il “marcio e l’orrore” non eclatanti, ma “normali e invisibili” del paese, e che rispecchiano il paese predominante, “maggioritario” nel suo piccolo ma pervasivo cinismo quotidiano: sintomatiche nel farcelo vedere sono le pellicole “Non pensarci” di Gianni Zanasi e “Italian Dream” di Sandro Badaloni, una piccola produzione indipendente e quasi non distribuita.
12 giugno 2008
Materiale umano
Nel primo post di questi appunti parlavo di come a ciascuno di noi, in un modo o nell’altro, capiti di consumare delle persone. Per quanto doloroso per le vite interessate sia questo nostro atteggiamento, senz’altro non è materialmente così dannoso quanto il consumo reale di materiale umano scoperto nelle cliniche lombarde in questi giorni, ma che si potrà probabilmente trasferire in molte altre strutture sanitarie, soprattutto private, di altre regioni. La massimizzazione dei profitti, il tornaconto di tutti i protagonisti di questa aberrante vicenda sulla pelle e gli organi, appunto soltanto materiale umano interscambiabile e consumabile, dai consiglieri di amministrazione delle varie cliniche fino ai medici primari o secondini, non fanno che rispecchiare l’impostazione di fondo di ciascuno di noi in questa epoca, come tante altre nella storia, votata esclusivamente a edificare il sé: spremere tutto e tutti fin che ce n’è per sé, e basta. Se questo è moralismo, be’ forse un po’ di etico sapersi accontentare non guasterebbe. È soltanto una fredda constatazione.
16 giugno 2008
Our Future
Eh sì, bisognerebbe possedere dei “barili di carta” per poter abbandonare ogni volta spensierati l’area di servizio con sempre meno carburante nel serbatoio a parità di somma infilata nell’automat: la freccina nel cruscotto indicante lo stato del serbatoio sembra non riuscire più a spostarsi a destra mentre aumenta la frequenza con cui si svolta nell’area di servizio. Una soluzione? Infila più banconote nell’automat del distributore. In questo caso però si dovrebbero prevalere più banconote dal bancomat, e qui termina il trucco: il bancomat langue, lo stipendio è sempre lo stesso. Dunque, meglio i “barili di carta”: i futures, i contratti per la consegna futura del greggio, scambiati a ripetizione, in un giro vorticoso di acquisti e vendite, fra operatori che non hanno alcuna intenzione di mettere le mani su un vero barile di petrolio e sono attenti solo al profitto che possono ricavare a ogni passaggio. E questi “futuri” (es.: per comprare un milione di dollari di greggio al Nymex, il mercato del greggio di New York, bsta anticiparne 70 mila) influenzano le aspettative degli speculatori in un vortice infinito, a cui si aggiungono la continua sete petrolifera nostrana (dei cosiddetti primi mondi) e quella nuova, inestinguibile, della Cindia, il calo del dollaro, i tassi d’interesse tagliati dalla Fed, che oltre a deprimere il dollaro, hanno portato i tassi reali, cioè al netto dall’inflazione, sotto zero, fornendo alla finanza internazionale denaro gratis per speculare sul greggio, con hedge funds a caccia di rendimenti, che azioni e obbligazioni non forniscono più, e banche e fondi pensioni che investono sulle materie prime per tutelarsi contro il montare dell’inflazione eccetera, eccetera: la solfa non cambia: greggio=ex oro=bene-rifugio: e per chi vive nella Landa ciò significa spremere il portafoglio. È, difatti, impossibile rinunciare all’auto per recarsi al lavoro distante anche solo 10/20 km o per sbrigare tutte quelle faccende che si possono sbrigare solo in città (scuola, ospedale, burocrazia ecc.). Certo, la bici, si dirà: d’accordo qualche volta se po’ fa’, ma i tempi d’incastro sono quelli che sono, e di mezzi pubblici neanche l’ombra, del resto quelli che esistono sono in perdita perché pressoché vuoti (tolti i badanti in libera uscita, nessuno li usa; altro circolo vizioso): in sostanza, sempre più si lavora per pagare energia (pensiamo anche alla dipendenza dal metano da riscaldamento, all’elettrictà per far funzionare la massima invenzione casalinga, la lavatrice, e il computer con annnessa ADSL per poter continuare a lavorare anche da casa, risparmiando qualche viaggetto) e servizi e rimpinguare piccoli e grandi speculatori. Evviva la Landa.
5 luglio 2008
Sballo
Sarà il caldo stabile oltre i 35° di quest’inizio luglio da mare, stamane soltanto alleviato da una leggera brezza non ancora bollente da nord-ovest, ma ciò che sta succedendo in queste settimane non sembra neanche sfiorare l’andazzo quotidiano della Landa (e, dunque, presumibilmente della schiacciante maggioranza anche delle altre lande più o meno metropolitane di questo paese): le radiomusicheitaliane annunciano inderogabilmente a ogni ora caterve di concerti pop(panti) per ogni dove, i bar dei bagni sulla costa e i ristoranti delle sagre o delle ex feste dell’Unità riciclatisi in feste del PD sono inavvicinabili dalla resssssssaaaa che regna tra sudori e voglie messi in primo piano dal vestiario leggero o inesistente, sulle note urlate di stridule orchestrine di lissssio o tra il martellìo diretto allo stomaco più che alle orecchie ormai geneticamente modificate della techno con qualche inane accenno a far partire comunque lo spettacolo nel disinteresse e disaffezioni totali da parte della star sub-zelighiana di turno del cabaret-raskiabidet: “La Costituzione??? La libertà di informazione e di movimento in tutti i sensi??? Nun ce ne po’ frega’ de meno!”
“Tutta la Costituzione è sotto scacco, a cominciare proprio dalla sua prima parte, quella dei principi e dei diritti, che pure, a parole, si dichiara intoccabile. Tutto è rimesso in discussione. La dignità sociale e l’eguaglianza tra le persone, a cominciare da ogni forma di discriminazione fondata sulla razza e sulla condizione personale. La libertà di informazione, considerata non solo sul versante dei giornalisti, ma in primo luogo dalla parte dalla parte dei cittadini, titolari del fondamentale diritto di conrollare in modo capillare e diffuso utto i detentori di poteri, gli usi distorti del potere pubblico e privato. La libertà personale e quella di circolazione, sulle quali incidono fortemente le diverse tecniche di sorveglianza. La libertà di comunicazione, colpita non solo e non tanto dalle intercettazioni, per la cui diffusione lo scandalo è massimo, ma dall’implacabile, continua raccolta e conservazione per anni dei dati riguardanti telefonate, sms, accessi a internet, che davvero configurano una società del controllo e di cui nessuno sembra preoccuparsi”. Così si esprimeva ieri su Repubblica Stefano Rodotà. Sarà il caldo, ma l’indifferenza e l’ignoranza con cui si fa passare tutta una serie di provvedimenti che concernono la nostra libertà di, semplicemente, “essere cittadini” e non sudditi di non si sa bene quale potere incestuosamente pubblico-privato, e la noncuranza con cui si usano gli strumenti, che i santoni finanziari della tecnologia e delle telecomunicazioni ci mettono a disposizione, lasciando ovunque tracce che, oltre ad averle pagate a caro prezzo, potranno essere usate implacabilmente contro di noi, sono angoscianti e deprimenti. E il caldo è destinato ad aumentare. Chi ci salverà dall’afa ignorante della Landa?
Beata primavera piovosa: finché dura almeno l’acqua per una doccia frescamente ottenebrante…
7 luglio 2008
Sballo2
La Notte Rosa sulla costa della Landa illuminata a giorno: infiniti eventi; birre, liquidi e pastiglie a fiumi; barconi di pesche nettarine (promuoviamo i prodotti locali!); un milione e mezzo di persone in giro fino all’alba per 80 milioni di fatturato. Già si pensa a una Settimana Rosa. E perché rosa poi? C’entrano forse in qualche modo le donne in maglietta rosa? Il Giro d’Italia? la Gazzetta dello Sport?
“Rimini” di Pier Vittorio Tondelli era già stato pubblicato nel 1985 e “Un week-end postmoderno” nel 1990. A 20 anni di distanza, del creativo “popolo della notte”, che univa le varie lande italiane, cos’è rimasto?
9 luglio 2008
Sballo3
Non c’è migliore memoria di questo nostro tempo del film di Denys Arcand L’età barbarica, in originale L’Age des Ténèbres, forse più pregnante, ma il titolo italiano mi sembra un’ottima soluzione e più vicino a ciò che si esperimenta quotidianamente tra la fauna umana, un’opera vista nel fresco serale sotto le frasche, le stelle e le luci intermittenti degli Aerobus di un’Arena cinematografica all’aperto, con scoppi di risa qua e là e in momenti inattesi e da punti sempri diversi e i tanti silenzi di chi assolutamente non capiva. Arcand, un freddo e cinico moralista o un saggio visionario? Ironicamente geniale!
29 agosto 2008
Epo &cc per tutti!
In questi ultimi due mesi d’estate bruciante qualsiasi opzione di verde, coi pozzi ormai siccitosi, i fiumi e i torrenti in secca con solo qualche pozza d’acqua putrida o avvelenata da alghe rosse fertilizzate dai depuratori cittadini, v’è un’unica specie vivente che continua iperterrita a crescere nelle prestazioni e, all’apparenza, a sprizzare di salute abbronzata: il bipede sportivo amatoriale, cicloturista, podista o triathleta che sia, generalmente ben oltre i trenta, anzi al meglio tra i quaranta e i sessanta. Per chi ha praticato sport agonistico da giovane ancora a pane e acqua, cioè in sostanza agli inizi degli anni Settanta e ancora alla “sua età”, come lo scrivente, si diletta sgambettando quattro volte la settimana a piedi o in city-bike contro colesterolo e trigliceridi constatando quanto già aveva provato trent’anni prim con ben altre forze: com’è difficile recuperare la fatica (in particolare a livello di gambe) di qualche allenamento più assiduo o più consistente, ebbene costui si chiede come facciano tutti quei “mostri” di prestazione, anche più vecchi, che incontra per strada a sostenere certi ritmi, frequenze e intensità d’allenamento. Probabilmente la risposta è la stessa – seppure ovviamente ad altri livelli – che si darebbe a chi chiedesse che differenza passi tra l’immagine di Michael Phelps (otto medaglie d’oro nel nuoto a Pechino 008) e quella di Mark Spitz (sette medaglie d’oro nel nuoto a Monaco 1972) sparate appaiate in prima pagina una decina di giorni fa in vari quotidiani del mondo: è la differenza che passa tra gli ancora-umani e gli umanoidi-OMG (ma la vedete quella mascella e quei muscoli deformati di Phelps?!, al cui confronto Spitz appare un mingherlino belloccio a cui un po’ di piscina non può che far bene per poter rimorchiare meglio qualche bionda). La differenza tra ciò che era lo sport d’alto livello di allora e l’industria dell’intrattenimento di oggi. È questa differenza che ci impedisce di emozionarci minimamente per le imprese di un Phelps o di un Bolt, in molti casi fortunatamente narrate da alcuni giornalisti in varie lingue con una bella dose di ironico scetticismo e col sarcasmo dell’intelligenza. Ovviamente ciò non vuole assolutamente dire che già nel Settanta non ci si dopasse: pensiamo soltanto al ricorso all’autoemotrasfusione praticata dai grandi corridori finnici, come si scoprì dopo; ma tutto sommato la classe e la qualità dell’allenamento erano in buona parte ancora “abbastanza naturali”. Ma i corpi, le facce degli eroi atletici odierni denotano come questi umanoidi siano proprio stati modificati fisicamente (dopo essere stati decerebrati per poter assogettarsi di buon grado alla “pratica”). Non è una questione di moralismo, è una semplice constatazione, visibile a chiunque di tanto in tanto “attacchi la spina al cervello”, come tante altre relative alla nostra epoca. Del resto, in un mondo dopato in ogni sua manifestazione (dalla finanza ai media, dalla cultura alla ricerca), è giusto che ci sorbiamo anche i relativi campioni sportivi, e pure i brocchi dopati per le nostre strade di campagna e di montagna impegnati a pedalare a ritmi che neanche Riccò (altro benefattore della chimica) al Tour de France…
E dalla prossima domenica ecco in onda satellitare gli inarrivabili bipedi dello Sky-pallone: poveretti anche loro giocare tre partire alla settimana a quei ritmi infernali: chissà cosa gli daranno da mangiare nelle stie d’allevamento sudamericane?
Però com’è bello dopo una doccia fredda (finché l’acquedotto di Ridracoli ce la passa) a sera allungare le gambe sul letto e poter dire: che stanchezza!
30 agosto 2008
Record
A integrazione di quanto scritto ieri, questa nonstoria (leggibile per altro anche nella sezione LE NON STORIE DI GIONA”:
“È un po’ scomodo, ma se si vogliono raggiungere dei risultati, non bisogna essere schizzinosi. Ci sono due modi per iniettarsi l’ormone eritropoetina, a tutti gli sportivi noto come EPO, la manna chimica per aumentare i globuli rossi nel sangue e facilitare così l’apporto di ossigeno ai muscoli degli atleti – e Giona, ciclista quarantacinquenne ben messo e coi cosiddetti, se non è un atleta lui?
O per via intracutanea con ago corto, o per via endovenosa. Il secondo modo è un po’ scomodo e forse bisognerebbe avere almeno un’amante infermiera per stare dalla parte del sicuro. Giona si fa per intracutanea la prima dose. Alla terza dovrebbe sentire i benefici, giusto in tempo per la Ventinove Colli, dov’è intenzionato a fare il record personale e far vedere i sorci verdi a quegli sboroni del bar che l’hanno staccato alla Gran Fondo, e vediamo chi è che ride la sera al bar! Tre dosi per 300 €: un affare! Perché cosa si crede che gli altri vadano a pane e acqua, con quei ritmi in salita? E che sono dei marziani?! No, la verità è, come gli ha raccontato l’amico rappresentante di farmaceutici che gliel’ha procurata, che in Italia se ne vende una quantità per curare 40.000 persone, quando i pazienti accertati che vengono curati per proteggere i tessuti più preziosi del corpo dal deficit di ossigeno sono appena 3.000. Giona è alla seconda dose quando riceve una lettera con carta intestata della WADA (World Antidoping Agency), l’agenzia internazionale dell’antidoping: “Gentile…. con la presente siamo a comunicarle che in vista della prossima Ventinove Colli codesta Agenzia effettuerà a sorpresa nella Sua sede ufficiale di allenamento prelievi di sangue, urina, sperma e tessuto forforico allo scopo di individuare l’eventuale impiego di sostanze dopanti rientranti nella lista dei prodotti interdetti pubblicata da codesta agenzia, di cui Lei in qualità di atleta di livello sublocale dovrebbe essere perfettamente a conoscenza e comunque consultabile al sito Internet www.wada_ciucciatiquestoevai.it”. Il cuore gli sale in gola, si sente beccato in flagrante, c’è stata una soffiata. Poi il cervello riprende a ragionare: può essere soltanto uno scherzo di quei burloni del bar! Giona continua a tenere inserito il cervello. “Però chi me lo fa fare? Perché continuare a massacrarmi con questi allenamenti? Cosa devo dimostrare e a chi?” Giona d’ora in poi pedalerà solo con la ragione, in pianura alla velocità di 20 Km orari.”
Spaesaggiamento
7 settembre 2008
Un’altra giornata di sole e afa implacabili. La Landa, lì dove non brucia a fiamme (una notizia non-notizia per i telegiornali di corte), è bruciacchiata da mesi di siccità: irriconoscibile qualsiasi filo d’erba verde nei finti prati di polvere e stoppie dei vari Sun Villages sorti come funghi da ingorda abbuffata immobiliare sulle pareti rsitrutturate di case coloniche, bassi-comodi (proservizi) e fienili, recintando l’illusione della libertà e sicurezza individuali. Volevate il sole in campagna, ora l’avete! Quale campagna? Spazi abitativi parcellizati, privi di qualsiasi senso di comunità, a pochi passi dall’inesauribile rullo compressore dell’A14, coi weekendari padani in fuoristrada in perenne via-vai mare-città-mare a divorare il sonno e i sogni
oltre le finestre spalancate alla disperata questua di un refolo notturno; alle spalle i parallelepipedi da zona artigianale x y z a produrre precariato sovvenzionato da genitori, nonni e zii, che intanto investono in appartamenti sfitti il capitale accumulato negli anni Ottanta da lavori ancora garantiti. Basta aprire gli occhi e guardarsi intorno, oppure atterrando ad esempio – come mi è capitato di recente – all’aeroporto di Treviso e trovandosi vicino all’oblò gettare lo sguardo fuori per rendersi conto di come il paesaggio non esista più e abbia lasciato il posto a sterminate aree produttive di “ricchezza” (di che tipo?), senza soluzione di continuità, divoranti i paesi, unendoli tra di loro in una sterminata periferia immobiliare. Non più paesi, ma tanti insediamenti (chissà perché sento aleggiare nel termine anche l’”insidia”), grandi o piccoli, che sembrano essere sfuggiti di mano ai cosiddetti amministratori, privi di qualsiasi idea di progettualità abitativa, produttiva e sociale. Qua è là una presunta area verde spelacchiata, un alberello rinsecchito, piazze-parcheggio o la piazza con fontana, finte, dell’ennesimo outlet, dove passeggiare e “incontrare” nel consumo gli altri. Spaesati in un territorio consumato. Spaesaggiati. E il sole picchia ancora.
Il soldo e l’ignorante
1 ottobre
La crisi finanziaria in atto, tradotta e abbassata al comune mortale nell’impennata mensile del mutuo implacabile da pagare svenandosi all’Euribor, “rivela” un dato di fatto risaputo ma che nessuno si guarda bene dal diffondere: la generale ignoranza in fatti economici e finanziari. D’accordo, la crisi è imperscrutabile in alcuni casi specifici anche ad addetti ai lavori – almeno così sembra – e solo qualcuno osa apertamente parlare di un sistema finanziario ombra, accanto al tradizionale sistema bancocentrico, di cui fanno parte molte entità come i fondi speculativi, le banche di investimento, i fondi monetari, i fondi patrimoniali privati con rapporti strettissimi con le banche commerciali ecc., e che lo stesso sistema bancocentrico ha sviluppato in modo esponenziale con una finalità specifica: aggirare le disposizioni che regolano i movimenti di capitale. E ora tutti a chiedere un intervento di un “attore pubblico” (stato, insiemi di stati ecc.), proprio diuna di quelle figure che il globalismo aveva essautorato (stando a Ulrich Beck) confidando nel neoliberismo sfrenato. Ciò che colpisce, si diceva, è l’ignoranza in cui affonda il “cittadino medio”, risparmiatore o peggio ancora debitore: bastano poche frasi in tecnichese economico-finanziario di un “venditore” di una qualsiasi assicurazione o banca ad affossarlo nel giro di qualche secondo. Possibile che con tutti gli anni di scuola o di studio che sempre più persone hanno alle spalle, rimanga questa separatezza tra gli apprendisti stregoni, gli azzeccagarbugli della finanza e le masse della Landa, quando qualsiasi nostra azione è, volere o svolazzare bassi, influenzata ormai nei minimi dettagli dall’”economico”? Capire qualcosa anche solo a grandissime linee di macro- e microeconomia e di finanza, di Tan e Taeg (citati ultrarapidamente al termine di qualsiasi spot pubblicitario) non dovrebbe essere una prerogativa di un cittadino consapevole? Il problema è, come al solito, alla radice: esiste ancora il cittadino, le citoyen, il Bürger consapevole e responsabile? O non siamo solo anonimi, “irresponsabili” consumatori senza diritti in un regime media-cratico? E finché ne abbiamo, ne abbiamo, e chi non ne ha s’attacca…
TAN&TAEG
5 ottobre
Per restare in tema, un rapet (piccolo rap in dialet) tra l’amaro e ‘ironico (presto anche la versione orale):
ét di suld? di baioch?sent e’ brokercvel ch’u t’dis dài a lòu j met a pös tnench par te u l’sa lò cvel ch’e’fa a l’sal e’ broker cvel ch’e’fa? par me nö! u n’a sa gnânca lò cvel ch’u s’fega u i dà una böta presapôch tânt incion e’ capes gnînt l’è sól cvis-cion d’fiducia u j vó dla fedi nt la Fed Federal Reserve sól dla fed ’t la Deutsche Bank t’la BCE ch’e’ sreb mëi ch’i stuges l’ABC u i vó dla fed dla fiducia in cvel ch’i t’vend di subprim emortgage hedge funds fond za sfond dla tu e la mi pinsion cla ciustê di derivê junk-bonds james bonds e morta a lè e’ cônta sól cvel ch’i t’dis dài mo Moody’s va mo là fam e’ rating par piasê ch’a vói savê indó’ ch’i va i mi bajoch o sinö al cmenda Fitch mëi incóra a Standard&Pooor’s i pureta sen nö a credar in cvel ch’u s’vend cvi de’ rating va mo là fam e’ rating ch’l’è mëi AAA AAB AAone AAtwo a sen di ciù a dêt rason par nö scorar d’che pataca de’ mi broker fata breca e’ copra sól dal patach cun i baioch d’chijétar e cun i mi cs’ël e’ broker? e’ broker l’è un sinsêl ch’e’ spend i mi e i tu baioch s’la i va ben cvi ch’e’ ciapa u s’i ten lò s’la i va mêl a paghê sól nô sti cavjaon a paghê nench par lô i broker e i su padron cal liger di managèr Greenspan dai de’ gas taja e’ tas fa l’intarës di tu soci ciocia ciocia u s’é pu vest Indymac Lehman Brothers Countrywide Wahshington Mutual Bearn Stearns Merryl Linch Fannie Mae Freddie Mac AIG crich cröch crac e chijtr i mâgna Goldman Sachs Morgan Stanley crich cröch crac j à chijchê ins’ e’ scröch l’è tot un crash dàm de’ cash ch’l’è mëi ét ch’azion ubligazion du maron! ch’al va so e pu al ven zo a s-ciazem nench e’ zarvël Wall Street Frankfurt Index Dax Down Jones MibTel Nasdaq tot sti funds tot sti fond tot sti bonds tot sti swaps equity swaps default swaps swaps swaps swips savunet ch’al sghenla veja chi ch’al sa? chi ch’cuntrola? la corporate governance! chi ch’l’à scret das Kapital? Karl Marx chi ch’l’à fat e’ capitêl? e broker e i su padron brisa me! cvest l’è pôch mo l’è sicur a la fen u s’toca a nô on par on a salvê sta governance ste’ bailout al paghê tot nô cun e’ Tan cun e’ Taeg fa un mutuo nenca te par paghêr i debit de’ tu broker che puret Tan&Taeg t’a n’a tòja t’a n’t’ataca a du baioch t’a n’a toca a t’a degh t’a t’n’adê Tan&Taeg las ch’a t’dega sól un cvel ét che Tan ét che Taeg Tan&Taeg a t’a degh cvest l’è sól cvest l’è tot… un tul ’t e’ cul !
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