S-CEN/PEOPLE (le nonstorie di Giona)
Posted by gnadiani on June 16th, 2007In occasione del Natale 2006 il settimanale faentino SETTE SERE (gruppo www.bacchilegaeditore.it) pubblicò come strenna per i suoi lettori un mio audiolibro con testi in romagnolo dal tono cabarettistico dal titolo S-CEN/PEOPLE. “S-cen” in romagnolo significa “persone”, “esseri umani”. All’inizio del 2007 i settimanali del gruppo si sono dotati del magazine culturale DUE, che esce come supplemento comune coprente il bacino dei lettori (vaste aree del ravennate e del bolognese). Al redattore responsabile, il musicista e giornalista Antonio Gramentieri, venne l’idea di una rubrica settimanale con lo stesso titolo da far gestire, alternativamente, allo scrittore casolano Cristiano Cavina e al sottoscritto. In questo spazio vengono per tanto inserite le mie nonstorie bisettimanali, che come in una sorta di diario di gente comune, presentano il personaggio camaleontico Giona (sempre diverso) alle prese con la nostra contemporaneità vista dagli occhi di questa infinita provincia in perenne trasformazione.
APERITIVO
E in un angolo nella confusione dello shopping (di che? A dire il vero Giona l’ha scordato, forse non gli serve nulla, ha soltanto sete) Giona butta una manciata di centesimi al vecchio slavo masticante pane secco per un solerte accendino Bic: il mezzo toscano proprio non vuole accendersi mentre si avvia al gossip giornaliero post-ufficio da dividere con gli altri tre sboroni e quelle fighette in ghingheri (da sempre se lo chiede: che ce l’abbiano solo loro?) sotto il gazebo del Country wine pub, già Bar Contado, nello slargo che sopravanza le latrine sulla Piazza, a far vedere al mondo che la moneta è lì che gira, con lui e quegli amici di giornata…
“Siamo noi a farla girare come si deve, noi la bella gente di Dublin City, Berlin, Amsterdam, Imola o Forlì, la stessa, sempre uguale a sé stessa, tirata a lucido e leccata in faccia al culo di questo tempo che riluccica di non-idee niente: nessuno può fermarci e se non vi piace voltatevi da un’altra parte, le polizze sulla vita però siamo soltanto noi a farle …” sembra dire al mondo Giona, mentre cammina con la camicia bianca aperta sul petto nonostante la brezza serale: il corpo ben eretto, il passo sicuro sulle scricchiolanti suole laccate.
Il sorriso di lei è più vasto della Piazza delle Erbe quando gli si fa incontro saltellando sui tacchi alti – che acrobata!- a stampargli l’assetata lingua in bocca: “Queste fighe qui sono già tutte bagnate fradicie d’inganno e prima di sera pure noi annegheremo nel liquido seminale di cambiali d’esistenza…” pensa Giona, mentre in un lieve solletico si fa mollemente trascinare dalla Bellezza al bancone rigurgitante di tapas nostrane: “In fondo, è giusto così: lo so, anche il piacere ha il suo prezzo, ma fatemi vivere un po’, kazzo!”.
[Sette Sere - Due 10 marzo 2007]
IRISH PUB “RUMÂGNA”
Carina, la cameriera, corvini a scendere neri lungo la schiena, forse un po’ brevilinea, comunque ostenta orgogliosa i fianchi nudi.
“Calabrese? Pugliese? Siciliana? Kissà…”, si chiede Giona.
“Albanese”, risponde la ragazza sollevando le sopracciglia in inspirazione, un profondo respiro che mostra in tutta la sua potenza pettorale lo sponsor: Guinness. Poi, preso l’ordine, si allontana accarezzandosi il neo sopra il labbro porporato, e lo sguardo di Giona, nell’attesa della pinta con chips – ebbene sì, ha ceduto un’altra volta e non vuole sapere di quanti punti si impennerà il colesterolo – il suo sguardo, per un attimo assente a immaginare le patatine fumanti, cade sulla quella stanca coppia irlandese, nel vestito stiracchiato della domenica, che pende da una vecchia foto sfumata d’inizio Novecento, ancora in piena fase emigratoria: una riproduzione fornita con l’altra oggettistica celtico-esotica a qualsiasi irish pub per ogni latitudine e longitudine dal produttore di birra scura dal colletto di panna che scivola giù, giù, giù, morbida per la gola assetata, giù che è un piacere, sembra quasi come quella originale. E poi gli sgabelli, i cartelli di metallo di qualche vecchia bevanda fuori uso, all’apparenza, cioè a distanza, quasi veri con addirittura un po’ di ruggine sui bordi, e comunque pure essi perfette imitazioni Made in Vietnam. Compreso il tre quarti della mitica nazionale di rugby in maglia verde con stemma tricuorato, intento ad andare in meta con la palla ovale stretta sottobraccio più di una tetta di Sharon Stone graffiante, sfuggendo al placcaggio del gaggio gallese in rosso. E mentre la birra finisce, la caciara di comitive di scolari in libera uscita serale sale implacabile, sovrastando pseudomusica in anglobo: neppure un tono è irlandese. Sulla soglia della taverna, Giona getta un ultimo sguardo all’interno e per un battito di ciglia incrocia l’unica cosa vera: il sorriso stanco della cameriera, la corvina albanese, ke non lo caga pari. Un rutto squarcia la notte, infine.
[Sette Sere - Due 7 aprile 2007]
TELEVENDITA
Giona, vabbè, fa la velina a Telelokal-3: un lavoro come un altro, la busta paga quella che è, però regolare e dipendente, non semplice co.co.pro., non più bambina epperò ancor piacente, non son più venti, sono almeno quarantatrè, ma a ogni età si dà quel che si ha, e lei ha ancora tanto da mostrare, quanto basta per i pensionati-baby intenti a buttar la pasta mentre lei va in onda prima della siesta.
E poi l’età vuol dir soltanto professionalità e così non è costretta a darla via a ogni piè sospinto, bensì solo ogni tanto nel post-trasmissione al guaglione ormai rugoso di cerone, inventore e possessore di quel format ultraregionale che produce e conduce di persona: Il Gran Contenitore. A volte è anche solo una toccata, lui ormai è piuttosto da pizza masticata, ma il lavoro è lavoro e Giona non si è mai lamentata, sa di essere invidiata, una donna fortunata. Quando va al mercato a far la spesa, non si contano le tipe che, sussurrando tra di loro, si dan di gomito segnandola a dito, e mentre incede selfconfident – e ke kazzo! – sul selciato di Piazza del Popolo, i popolani fuoriescono dai bar – “Os-cia, l’è lì, sì proprio lei, cl’ambiziosa!” – e confrontano la sua merce inarrivabile con la più abbordabile e, kissà, fors’anche meno altezzosa, carne bianca in perenne arrivo su voli a basso costo dal vicino o remoto Est. Sì, è lei, sì – vabbè – il sorriso è quel che è, il suo, a volte, è lievemente stanco ma sempre vero, mentre o’ guaglione ha inserito il mascherone automatico, e anche il membro è prosciugato, del resto Pippo anchor man è alla sua tremilasettecentocinquantasettesima trasmissione messa in onda in diretta simulata (delle repliche ha perso il conto), del contenitore mogli e buoi nonché paesi tuoi, musica e cabaret raskiabidet, ma Giona – va da sé – sa che la vita non chiede mai perché: se va bene è una replica al rallentatore di una datata trasmissione, un frusto contenitore alla Telelokal-3 e allora – ke male c’è? – finché va – perché no? – Giona oscilla come un tempo kiappe e tette al telelokalvarietà!
[Sette Sere - Due 21 aprile 2007]
THE ULTIMATE KICK – IL BRIVIDO ESTREMO
Tarda mattinata: parcheggiato di traverso sull’anonima piazza-parcheggio il Cayenne metallizzato Turbo S [383 kW - 521 CV - a 5.500 giri/min
0-100 km/h in 5,2 s Velocità max: 270 km/h, prezzo al pubblico consigliato:
€ 122.628,00 IVA inclusa] vetri oscurati, Giona, occhi oscurati da vecchi e preziosi Ray-Ban introvabili (genuine since 1935), Giona entra nel bar del Borgo Vecchio: tre pensionati ingrigiti dalla noia, “Kissà se hanno mai lavorato…?”, mormora tra sé…
Un mugugno per un caffè in tazza grande: rigira il cucchiaino nella tazzina appoggiata sul frigo dei gelati, piegato a sfogliare le pagine locali, a scuotere la testa sopra il giornale: per due ragazze nel giro di mezz’ora un cubo di discoteca s’è fatto tombino d’asfalto…
Si ferma, beve un piccolo sorso nero e getta gli occhi verso il vuoto del parcheggio in cui si staglia la grande margherita del Conad …
“Giona, hai studiato la tua parte, l’hai imparata, hai trovato un buon lavoro, sei sistemato, invidiato per la macchina, non ti puoi di certo lamentare: la moglie ti ha portato la casa in dote, metà delle stanze sono ancora vuote, è una donna che si accontenta: un paio di vestiti griffati, il sabato a sballare per stare tra la gente, la domenica a sbafo con tortello alla Sagra del Porcello, un po’ di mare per l’estate: l’anno scorso Santo Domingo, quest’anno, tra qualche mese Capo Verde, kissà, fa lo stesso non cambia molto, importante è il culo a mollo, quando la baci e le sfiori quelle labbra rifatte, con la lingua che non le ha mai davvero parlato, pare soddisfatta, e la politica – ebbene sì, anzi no – non è mai stata il tuo forte… ormai gli anni sono mesi, sono giorni e sono tutti uguali: kissà perché? E poi da un po’ di tempo in qua allo specchio pare pure che il tuo naso sia quasi storto, la ragione, kissà qual è? Coi peli anche bianchi a spuntar dalle narici e a nulla serve tagliarli: crescono come baffi…”
E se provassi a chiederlo con una mail o a consultare il sito: www.seigiastar_sgabanaza.com?
[Sette Sere - Due 24 febbraio 2007]
SUPER-IPER
Finita la sera, ora è la notte illuminata a giorno a farla da padrona. La notte è solo un paese di facce senza nome, in rincorsa tra neon colorati e intermittenti a splendere senza fine sulla gazzella dei caramba a zonzo nel vuoto semioscurato di storie fantasma parcheggiate dentro due roulotte e un camper di zingari a guardare con l’antenna il telebalenìo del denaro.
Giona stoppa la macchina al distributore e li vede, li vede luccicare sul fondo della retina, oltre il distributore automatico, li vede, vede gli stivali, poi la pelle e quei capelli di neve-stoppa delle due ragazze giunte dall’Ucraina fin qui a farsi scopare da quel pick-up dai vetri scuri, vetri muti da cui nulla trapela, che non parlano a nessuno, ma Giona già capisce e per un attimo si fa il suo trip mentale: forse pure lui con la voglia che si ritrova e la mogliettina che non l’aspetta, se non fosse a secco kissà…
E Giona per tornare a casa è costretto ad arrestarsi al centro della notte, costretto senza banconote, a fissare il gelo blu di un bancomat, che gli ricorda che da tempo è in riserva: la spia-occhiolino gli rivela senza interruzione la sete dei chilometri che gli mancano da sempre per arrivare in nessun posto: “no tienes ninguna destinación … non hai nessuna destinazione” si sgola Manu Chao dal cruscotto.
Giona infila la sua card nella macchinetta a dispensare carburante, super verde che gli prosciuga le costole del portafoglio e le portiere spalancate con le casse al massimo volume a spaccare il sonno lieve degli uccelli, che se la fanno sotto: morbide cacchine gialle piombano sui vetri laterali. E l’automat gli legge il chip dagli occhi, il numero solo suo perché si possa cavare la sete di ’sta notte, di ogni notte, dandogli da bere il tornaconto di un’altra guerra petrolifera e lui lo sa, lui sa di non avere altra scelta: è questo tempo che lo vuole, che lo spinge dentro ai giorni, che lo pigia nella notte, che lo vuole ancora e sempre in viaggio, “por la calle de cada engaño… per la strada di ogni inganno”.
[Sette Sere - Due 24 marzo 2007]
CARTA STRACCIA
“Os-cia”, pensa Giona, “ questa è un’occasione unica, impedibile! Un’offerta così quand’è che la ritrovo, un affare per così dire, non si discute: solo 1.932 € tutto compreso… Certo che quest’economia di mercato, con la concorrenza vera, ti concede possibilità inaspettate per tutta la vita, e io appunto non me lo sarei mai aspettato, e pensare che è un pezzo che aspetto… Però qualcosa non mi quadra: altro che petrolio o acqua, questa qui è una materia prima che non si esaurisce mai, anzi aumenta in continuazione e per forza i prezzi calano, quando c’è troppa roba sul mercato…
“Si informa la gentile clientela che è stata costituita una cooperativa operante su tutto il territorio nazionale per garantire all’utente un ottimo servizio a un prezzo onesto e quindi assolutamente concorrenziale. Servitevi della Cooperativa Funeraria IL CUSCINO, prezzi imbattibili! Volete un esempio? Servizio funebre per tumulazione in loculo o tomba comprensivo di cassa a norma di legge con interno in zinco e valvola depuratrice; rivestimento interno in raso e accessori; copricassa di fiori freschi; epigrafe provvisoria da apporre completa di foto su lapide o tomba; disbrigo pratiche comunali e sanitarie (bolli inclusi), il tutto a incredibili 1.752 €. Per l’intestatario della fattura il servizio di pompe funebre è (come da art. 27 del DPR 26.10.1972 n. 633 e successive modificazioni) completamente esente da IVA. Per tutta una gamma di servizi: spostamenti salme, cremazioni ecc. potete informarvi direttamente presso i nostri uffici”.
Giona, 93 anni portati in modo asciutto, strappata l’inserzione dal giornale locale dispiegato sul tavolino di fòrmica della Casa del Popolo, con un impercettibile ghigno sulle labbra dice tra sé: “E s’a fases, se facessi come il povero zio Aurelio nei lontani Settanta, ziôn, single ante litteram, morto a 94 anni, che se li era bevuti e chiavati tutti fino all’ultimo spicciolo, alla fine aveva ancora una signora che gli accarezzava una mano mentre tirava i zampet?” Appallottola l’inserzione e, con mano incredibilmente ferma, la getta verso il cestino dei rifiuti posto a 5 metri di distanza, sotto il televisore: canestro!
[Sette Sere - Due 4.05.2007]
CENERE
La temperatura globale della Terra s’era alzata ancora nell’anno appena passato. L’inverno era stato ridicolo: nemmeno una brinata di quelle che lasciano il segno sulle ultime foglie. Le vecchie foglie autunnali si erano staccate dagli alberi quasi per inerzia nel corso di alcuni mesi e ancora adesso, ormai in piena primavera razzolavano tra i marciapiedi. La marrone e squadrata piana agro-industriale – un giorno di nuovo sommersa dalle acque marine – era spazzata da scirocchi, libecci e tramontane asciutte, che non facevano cadere se non poche gocce d’acqua rachitiche su quella terra sfarinata: labile polvere, pura cenere. Sullo sfondo l’Appennino non mostrava pugni chiusi di neve gelata scintillante stagliandosi in cumuli grigiastri. Da quando nell’osteria era stato definitivamente proibito di fumare, Giona trascorreva in solitario la pausa pranzo all’aperto, cercando un angolo riparato sotto il loggiato della Piazza Magna, nelle mani, fasciate da guanti di lana rossa a mezzo-dito, il panino e la “fujaza”, il mezzo toscano. In quell’ora intirizzita si abbandonava al silenzio, sfregiato solo dal ronzio di una bicicletta o dalla sgasata di un autobus ATR a metano. Sentì il sole intiepidirgli la faccia e spingerlo in un vicolo oltre la piazza. Pochi passi e si ritrovò in una radura: un giardino con alberelli rinsecchiti seghettato da un canale ristagnante cicche, pacchetti di sigarette appallottolati, lattine schiacciate, scontrini illeggibili. Una strana scultura lo chiamò a sé, ancor più la dedica: non era uno dei tanti monumenti alla memoria di caduti o di grandi uomini (poche le donne). Si avvicinò alla pietra sfumata di rosa – certo non marmo di Carrara, piuttosto pietra di Apricena, ma che ne sapeva lui… Un grande quadrifoglio dallo stelo troppo grosso, lo sfiorò: emanava un leggero tepore. Indietreggiò di un passo per leggere: “A ricordo degli alberi diventati cenere – Tonino Guerra”. Aveva ancora pochi minuti. Spiegò il giornale sul terreno, si sedette e abbandonò la schiena sulla pietra accogliente. Tirò a lungo nel toscano, rilasciando lentamente il fumo. L’ultimo.
[Sette Sere - Due 18.05.2007]
FOSSILI VIVENTI
Il draghetto, inconfondibile, s’alza, allunga la testa crestata e la lingua biforcuta dallo spacco esatto, perfetto, del sedere lasciato libero, all’aria, dalle mutandine sottovita col brand ben in evidenza di Giona, che stravacca i suoi sedici anni sui gradini della Cattedrale quattrocentesca a pietra viva.
Nell’immaginario collettivo di molte culture i draghi sono creature mitico-leggendarie, come esseri sia malefici che benefici. La presenza della figura mitologica del drago in moltissime culture in varie parti del mondo fa supporre che il drago nasca come spiegazione del ritrovamento di fossili di dinosauro, altrimenti impossibili da spiegare. Quale fossile inspiegabile s’alza dalla schiena di Giona?
Giona è rivolta ai bronzei e zampillanti leoni verdastri della fontana monumentale che fanno il paio col draghetto bluastro tatuato sul suo “punto sensibile”. Ebbene sì, secondo il più recente sondaggio gridato dai media, il 75% dei maschi-machi italiani è attratto dai tatuaggi posti negli anfratti strategici del morbido paesaggio femminile. Solo il fondo-schiena raggiunge una percentuale maggiore che sfiora il 90% del gradimento erotico. E quando, come nel caso di Giona, intenta a giocherellare col cellulare in attesa di un messaggino che la faccia alzare di scatto e sculettare decisa alla volta della Piazza, i due elementi si fondono, l’intera sagoma diventa una mina vagante pronta a esplodere nelle teste degli sparuti maschi attempati in uscita e in discesa dalla Cattedrale sulla cui pietra viva avvampa arancione il tardo pomeriggio. E allora non c’è monito di prelati, non c’è sentimento di coscienza sporca che tengano: tutti cedono a un ironico cenno di consenso alla volta dei tassisti col parrucchino in estasi, in attesa di clienti un gradino più in alto di Giona, per quella bellezza che ostenta innocenza: “Cs’a vut fêi, cosa ci vuoi fare, è la vita! Viva
[Sette Sere - Due 8.06.2007]
MOBAIL
Lo possiede anche Giona un cellulare – pochi anni prima che sembrano secoli si chiamava ancora telefonino, che strana questa lingua senza memoria – ma non ne fa granché uso, anzi lo tiene giusto per dovere, per essere reperibile a chi non può far a meno di lui, e pensare che non fa altro che propagare la massima che “nessuno è indispensabile e che tutti possono rendersi utili”. Generalmente alla musichetta del suo aggeggio sul display gli appare sempre un nome tutto sommato scontato, mai un numero-sorpresa, insomma il destino che possa innescare una svolta nella sua programmata esistenza. Eppure proprio sotto il suo naso dovevano erigere quel missile di antenna per “fare campo”: a lui anche se il mobile (pronuncia: mobail, un po’ di tono, kazzo!) non prendeva, non fregava molto, figuriamoci, lui che era sempre stato un fuori-campo, ribelle moderato a tutte le mode, lui, ritornato alle lettere manoscritte per comunicare le cose più private, quasi dei pizzini col francobollo, visto che ormai non c’era messaggio che non lasciasse traccia su qualche server o tabulato controllato da kissàki. Anche lui ha appeso al balcone della villetta ad angolo con due metri quadri di giardino, un mutuo per due vite per accontentare la sua lei, il lenzuolo di protesta graffitato con lo spray rosso sangue contro quel sopruso. Ora, mentre il sole del tramonto, si specchia roseo sul missile-antenna, Giona dal balcone getta lo sguardo oltre il terrapieno, che separa le villette a schiera dalla superstrada intasata, alla ricerca di un’illusione di colline. Per certi versi il terrapieno compie la sua funzione di attutire il rombo assordante del traffico in un incessante ronzio di sottofondo, ma per altri versi quelle ginestre, quei rovi in fiore sono un inganno: lo dice la mano che Giona passa sulla balaustra di cemento del balcone. La mano è nera del piombo, delle polveri sottili che silenti si adagiano ogni minuto sulla sua casetta così costosa, sulla sua vita a finestre spalancate. Giona, che si sente un viandante dell’esistenza, forse, contrariamente a questo e ai futuri missili, si sposterà, diventerà anche lui nomade, mobile, mobail, magari solo in un sottoscala in pieno centro storico, e che il mutuo se lo paghi lei, che vuole le colline.
[Sette Sere - Due 22.06.2007]
POSSIBILITA’
L’arancio fiammante cala sull’asfalto di Via Emilia Ponente, oltre le sbarre chiuse: una lastra infuocata che acceca. Giona è seduto al tavolino ricavato attorno a un “fungo” spento, la classica stufetta a gas dei dehors in soccorso ai fumatori d’inverno, del chiosco Al Crescione, rasente nella sua struttura in legno il parco urbano, in faccia alla fabbrica americana di lucchetti digitali. In silenzio si sta sparando una spianata farcita Fantasia e due Moretti formato famiglia mentre osserva di sottecchi, sotto il suo casco di capelli tinti, il ghigno sofferente del preside del liceo sgambettante la corsetta serale: Giona ha già alle spalle i 10 km quotidiani che ora pareggia con la consueta dose di colesterolo e trigliceridi. Molti clienti in fila non potrebbero permettersi il junk food, il cibo-pattumiera che stanno ordinando, visti gli otri pendenti, le cosce formato tronco e le maniglie dell’amore oscillanti, ma del resto – e questo vale tanto più per lui – come sfogare, come compensare questa vorace solitudine che attanaglia la città fin dentro i villaggi del forese, ingarbugliata dalla caoticità del traffico, camuffata dalla fretta di ciascuno? La sua cricca di scapoloni cinquantenni è partita per il week-end a caccia in Croazia di cerbiatte e cinghialesse dalle cosce lunghe. Lui ormai è stanco di viaggiare. Giona estrae un foglietto piegato in quattro, la stampata da Internet di un sito per cuori solitari: studia, masticando, cosa gli converrà inserire, quali dati meglio si confanno alle sue esigenze: “Donne libere, sposate o fidanzate? Incontri di sesso in Emilia – Romagna? Ed ora, ti poni una domanda: ‘cosa cerco?’ Forse una bella 40enne, a Imola per sesso? E’ vero, il tuo pensiero ti ha portato a fare questa ricerca, ma pensa se tu avessi un’amica con la quale, piano piano, costruire una bella storia d’amore? Crea la tua rete di amicizie. Iscriviti ora e cerca tra le foto delle ragazze online a Imola, Faenza, Forlì! Profili personali di ragazze per fare incontri. Tutto sulle donne: quelle bellissime e più sexy della Rete. Le stai cercando per sesso o cerchi delle semplici amicizie? Tutto è possibile, se lo volete entrambi!”
[Sette Sere - Due 7.07.2007]
DARE I NUMERI
Il tempo è denaro. Giona, pensionata minima, l’ha capito. Se c’è una cosa che ha, è il tempo. E c’è una cosa che non ha e non ha mai avuto: il denaro. La gente invece è sempre di corsa e i soldi li ha: gli appuntamenti che premono e spingono, i cellulari e le agende digitali in squittio permanente dentro borse, tasche e borselli, e soprattutto quelle donne-sprint trenta-cinquantenni a bordo dei loro fuoristrada, sempre a sbuffare se solo devono far la fila un attimo, sempre a guardare l’orologio, a consultare il palmare, a scuotere la testa. Del resto, poverette, hanno ragione: tra marito, figli, amiche e amanti, è un casino gestire il tutto, magari hanno pure un lavoretto per arrotondare, per togliersi qualche sfizio. Il tempo di Giona costa un Euro a numero. Tutte le mattine è tra le prime a calcare la soglia del Centro Unico di Prenotazione dell’Azienda Sanitaria. Giona lo sa che in ogni farmacia di ogni quartiere è possibile avvalersi dello stesso servizio, ma kissà perkè la gente insiste a fare file interminabili al CUP. Lei stacca dalla dispensatrice il bigliettino col numero, fa la sua fila sedendosi comodamente su una poltroncina di plastica nera e si guarda attorno: come adocchia un possibile cliente frettoloso tra gli ultimi entrati, gli si avvicina e fa la sua proposta: “Se le interessa le vendo il mio numero di fila a un Euro”. Quasi sempre la gente accetta. Poi Giona riprende un numero e torna a sedersi; aspetta che la fila si allunghi e poi abborda un altro astante. Nella confusione generale, gli addetti agli sportelli neanche la notano. E anche oggi Giona ha racimolato 3 € che moltiplicati per sei mattine per quattro settimane quasi quasi ci paga la luce e la Telekom. Per il gas bisogna che si attrezzi: magari il venerdì alla Coop allo stand del pesce.
[Sette Sere – Due 14.07.2007
ACADEMY
Giona, nella sua ingenuità provincialotta, aveva sempre associato l’aggettivo “accademico” ai corsi universitari a suo tempo frequentati e mai terminati e, comunque, a qualcosa di serioso e scientifico. E con questo spirito consulta il pieghevole pubblicitario trovato nella buchetta della lettere. Viene da una certa Accademia della Comunicazione Selettiva. Ah, la comunicazione! Più volte Giona l’aveva provato sulla propria pelle che l’arte della comunicazione era tutto. Con le ragazze di cui si era innamorato non era mai riuscito ad andare oltre un “ciao” balbettato; e a livello lavorativo le sue molteplici e poliedriche conoscenze e abilità (dall’economia all’elettrotecnica, dal marketing all’idraulica e alla termodinamica) in assenza di capacità comunicative associata alla mancanza anche solo di uno straccio di titolo accademico d’accatto, l’avevano portato soltanto a un quotidiano rapporto taciturno con l’impastatrice del cemento: come manovale a dieci ore al giorno guadagnava nettamente meglio di un insegnante con laurea e 20 anni di servizio. Certo, la pelle bruciata dal sole e dalle intemperie lo invecchiava un po’ – le donne gli davano più dei 30 anni della carta di identità – ma soprattutto lo turbava quell’impossibilità di esprimere se stesso, di comunicare. E questi qua dell’Accademia gli garantivano in un corso di un intero fine-settimana alla modica cifre di € 550,00 (+ IVA) addirittura di ribaltare tutto il suo essere, verso la Certezza e la Sicurezza-di-Sé.
“Corso di RTS (Ribalta il Tuo Sé) e di Fire Walking. Quanto sei felice oggi? Come puoi ottenere più fiducia e sicurezza? Come puoi guarire le tue ferite interiori? Come puoi esprimere la tua personalità? Come puoi fare il pieno di Self-Power? RTS è un seminario all’interno del quale potrai venire in possesso di strumenti di conoscenza in grado di migliorare la qualità della tua vita in tutti i settori (relazioni, lavoro, finanze). Alla fine del seminario la Fiducia-in-Te-Stesso ti farà camminare sui carboni ardenti come metafora per raggiungere gli obiettivi della vita, trovando, oltre i carboni, l’Altro-da-Sé”.
E Giona camminò sui carboni ardenti.
E Giona il lunedì non tornò al lavoro: non stava più sulle piante dei piedi martoriate da vesciche, ustioni e piaghe dolorosissime, di cui forse era meglio non comunicare – ah, la comunicazione – la vera causa al palazzinaro per cui sbadilava.
[Sette Sere – Due 28 luglio 2007
Il giornale a un certo punto decide di interrompere la pubblicazione di questi “s-cen”, esseri in prosa breve, ma essi continuano a vagare tra i nostri giorni provinciali e la rete. Eccone, dunque, altri.
DJ CAPPUCCINO
“La questione è semplice: stamattina metto Battisti – e chissenefrega se dicono che è di destra, lui ha rivoluzionato la canzone italiana, in questa lingua lunga, antipop per natura e negata per il rock, a parte le dovute eccezioni, i genii appunto, due o tre al massimo… Con questo cielo che si squarcia d’azzurro nell’acciottolato, filtrando fin sotto l’arcata del Corso. Certo, è un peccato non poterlo far sentire ai passanti, lanciargli un salvagente di un verso cantato che li accompagni nella loro giornata scandita da scadenze nello squittio permanente di agende e aggeggi elettronici…”.
Eh, ma il Comune non vuole la musica nei loggiati, neanche quella che Giona – per gli avventori DJ Cappuccino – manda dalle 6.00 alle 22.00 rimpianguando la SIAE all’interno del suo baretto due metri per due con ingresso sul Corso. Musica scelta con cura, ogni giorno diversa, ormai l’unico sfogo per Giona, che se ne intende, 1,60 m. per 120 kg., entusiasta del doppio lavoro: barista di giorno e cantautore pianobarista di notte. L’unico sfogo, visto che sempre più spesso è costretto a fare solo karaoke a mandrie di giovani imbirrati e stonati per i sempre più rari ingaggi – si dà un po’ di tono: “gigs in ingles” – come cantautore da cover d’estate alle sagre, alle feste di partito o in spiaggia all’alba. Lo sa, dovrebbe limitarsi al repertorio italiano, roba anni Settanta o Ottanta, o imitare Celentano, ma no!, lui testardo si avventura in brani di Sting, del Boss prima maniera o di un Fasto Leali ignoto, per finire in estasi su un brano heavy metal o in una propria composizione in anglo-romagnolo, sulla correttezza del testo in ingles non ci mette la mano, ma le note os-cia sono le sue: “Sta’ a sentire, ti dico che la musica non ha confini, non esistono i generi, esiste solo l’emozione, che, a prescindere” – ebbene sì, lui usa sempre questa espressione coi clienti – “sì, a prescindere dai bassi, ti sale dalla pancia su su su oltre il cuore, su per la giugulare per toccarti il cervello, se ce l’hai, te lo dico io, e ti slavina giù coi brividi per il midollo!”.
E Giona per l’ennesima giornata spegne lo stereo all’interno del baretto: ormai tutti i passeggiatori da vasche sono rientrati all’ovile. E abbassa la saracinesca sul Corso, sull’angoscioso vuoto silente che sale dalla Piazza. Ma domattina alle 6.00 h. ha deciso la prima cosa bella che farà: sparerà Nicola Di Bari!
GUARDAMI E COMPRAMI!
Giona va per i trentanove anni e gli ottantacinque kili. In arte, ovvero nella grande RETE, online si fa chiamare BUY ME. Di giorno fa la cameriera sulla SS9, la sera si dimena sotto l’occhio vigile del marito, operaio, regista di Web Cam, mentre i loro amici se la spassano col beccaccino e la tombola. “Non è che facciamo acrobazie – rivela Giona a un quotidiano locale, almeno questo l’ha capito subito: la pubblicità è l’anima del sesso – a volte lavoro in coppia con un’amica di Imola, diciamo che arrivi a farti il tuo giro se trovi qualcuno che ti è fedele e che richiama, io di affezionati ne ho tre. Mi dicono, tuo marito lo sa? E perché non dovrebbe saperlo, a me piace! Unisco l’utile al dilettevole, mi ci pago la connessione e qualche pizza. Io non ho il fisico statuario da modella di molte qua dentro, intendo, dentro a questa grande rete calda come una calza traforata: Internet, ma c’è a chi piaccio proprio per questo, per le mie cosce con le ciambelle di ciccia sudata, anzi dicono che non vedono mai l’ora di connettersi, se le sognano giorno e notte. E così mi godo anch’io, sapendo di fare star bene qualcuno, però è giusto che paghi, del resto anche questa è fatica!”. Nella sua villettina a schiera ipotecata dalla banca olandese arriva il profumo delle distillerie, a volte mescidato con quello caratteristico delle porcilaie, all’imbrunire i vicini tornano a casa e accendono la tv. Giona, anzi BUY ME, no. Buy me si apparecchia il divanetto per la scorpacciata di guardoni serali. Gli appassionati cominciano a bussare al suo monitor acceso nell’angolino super high-tech allestito dal maritino in un groviglio di cavi, prese hub, e web cam. Lui prepara la sensuale alcova digitale dove lei scende in reggicalze e perizoma evidenzianti i maniglioni dell’amore e prende a toccarsi, a mugolare di piacere: da qualche parte la sua fida banca olandese risucchia il credito cartaceo dei guardoni allocatisi online tra le sue cosce.
ORA DI CENA
Del grande platano secco è rimasto soltanto uno zoccolo, segato dai giardinieri in appalto del comune a un’altezza tale da renderlo una sorta di tavolo naturale. È attorno a questo desco che Jonas, badante rumeno cinquantenne piantato bene (soltanto il voluminoso stomaco e il naso rubicondo tradiscono una certa propensione all’alcol), in libera uscita nelle lunghe sere d’estate incontra altri lavoratori stagionali del business della badanza. Gli altri, contrariamente a lui, sono extra-comunitari del grande Est, ucraini, moldavi, kazaki. Comunicano in una sorta di esperanto a base italica e quindi lui è notevolmente avvantaggiato dalla sua lingua-madre neolatina, ma non infierisce linguisticamente sugli altri, anzi Jonas si limita ad ascoltare i racconti scoppiettanti di quei compagni casuali di badanza, mentre affetta il rimasuglio di coppa acquistato in sconto al Lidl e che pigia tra enormi fette di pane toscano allungando i panini ai commensali. Poi estrae dal borsone di plastica un brick di Tavernello per ciascuno. Mentre masticano, seduti sui cannoni delle biciclette e su una panchina semidivelta, commentano nel loro neoitalico le chiappe sgambettanti di signore e signorine in tuta, che inanellano a velocità differenti, chi addirittura di passo, col sudore che scioglie il rimmel, giri su giri attorno al parco urbano. Quando Jonas dice: “Dai!”, tutti alzano le dita di una mano col punteggio relativo al gradimento nei confronti di colei che è appena sfilata di corsa. E Jonas sospira: pensa alla sua donna, anche lei a badanza in un paesone del Grande Veneto. Da tempo non ha più sue notizie e al numero di cellulare, che lei gli aveva direttamente memorizzato nel suo apparecchio l’ultima volta che si erano visti, non risponde mai nessuno. Per le donne è più facile, basta allargare le gambe, non pensarci e poi lavarsi: magari sarà a letto con qualche contadino benestante. Jonas e compari ridacchiano, contano le dita e assegnano un punteggio. Poi Jonas deglutisce il magone con una lunga sorsata di Tavernello. E un altro brick vuoto giace ai piedi del tronco segato.
RIDERE
Arrivato professionalmente col giusto anticipo sullo spettacolo per ispezionare il palco, i suoi punti critici, il funzionamento dell’amplificazione – punto debole di tutti gli organizzatori per cui teneva sempre in macchina un proprio impianto di riserva – Giona si blocca davanti al proprio manifesto all’ingresso del megatendone a ricoprire quasi per intero il campo di calcio della Pieve, dal quale proviene già il profumo sfregolante di salsiccia di cinghiale in graticola, piatto forte della rinomata SSS: Sagra del Suino Selvatico. Il manifesto su cui troneggia il suo faccione rubicondo, la sfera lustra della sua testa, è stato manipolato da qualche buontempone con un pennarello nero: dalla lucida pelata si alzano quattro grossi capelli neri fino a scendergli sulle gote e a fornirlo di baffi ridicoli. Due denti della sua bocca ridente sono stati completamente anneriti e ora si ritrova sdentato: anche a lui scappa di sorridere. Il sorriso si trasforma in un ghigno e poi in una smorfia quando si accorge che anche la scritta è stata manipolata: “Gionazzi è il cabaret! Raskiabidet!”. Sente aprirsi una ferita nello stomaco. D’accordo, le comparsate televisive di tre minuti sulle emittenti nazionali erano ormai un ricordo da quando il livello della comicità televisiva era sotto terra e lui era considerato “troppo difficile” dalla mafia telecircense milanese, come pure dai direttori dei bei teatri comunali delle cittadine-bene colmi in ogni ordine di posti, ma lui continuava a essere un onesto lavoratore della battuta, della gag, dello sketch, con una vena che attingeva non tanto all’insulsa chiacchiera passeggera socio-politico-velinar-calcistica, altrimenti detta gossip – ma all’eterna condizione di comica discrepanza in cui si trova l’uomo rispetto all’ordine dell’universo. La sua era una comicità intramontabile, universale, che colpiva nel segno e lasciava il segno e spesso anche l’amaro in bocca negli ascoltatori. Forse era per questo che ormai era costretto a esibirsi soltanto lì dove aveva cominciato vent’anni prima: raschiando le assi di palchi improvvisati alle feste di parrocchia, dove tutti sbafavano e grufolavano rumorosamente e nessuno stava ad ascoltare: chissà se sarebbe arrivato alla pensione dell’ENPALS. E Giona, allargando professionalmente la bocca in un grande riso di plastica, sale sul palco affogato nel fumo di salsiccia.
RECORD
È un po’ scomodo, ma se si vogliono raggiungere dei risultati, non bisogna essere schizzinosi. Ci sono due modi per iniettarsi l’ormone eritropoetina, a tutti gli sportivi noto come EPO, la manna chimica per aumentare i globuli rossi nel sangue e facilitare così l’apporto di ossigeno ai muscoli degli atleti – e Giona, ciclista quarantacinquenne ben messo e coi cosiddetti, se non è un atleta lui?
O per via intracutanea con ago corto, o per via endovenosa. Il secondo modo è un po’ scomodo e forse bisognerebbe avere almeno un’amante infermiera per stare dalla parte del sicuro. Giona si fa per intracutanea la prima dose. Alla terza dovrebbe sentire i benefici, giusto in tempo per la Ventinove Colli, dov’è intenzionato a fare il record personale e far vedere i sorci verdi a quegli sboroni del bar che l’hanno staccato alla Gran Fondo, e vediamo chi è che ride la sera al bar! Tre dosi per 300 €: un affare! Perché cosa si crede che gli altri vadano a pane e acqua, con quei ritmi in salita? E che sono dei marziani?! No, la verità è, come gli ha raccontato l’amico rappresentante di farmaceutici che gliel’ha procurata, che in Italia se ne vende una quantità per curare 40.000 persone, quando i pazienti accertati che vengono curati per proteggere i tessuti più preziosi del corpo dal deficit di ossigeno sono appena 3.000. Giona è alla seconda dose quando riceve una lettera con carta intestata della WADA (World Antidoping Agency), l’agenzia internazionale dell’antidoping: “Gentile…. con la presente siamo a comunicarle che in vista della prossima Ventinove Colli codesta Agenzia effettuerà a sorpresa nella Sua sede ufficiale di allenamento prelievi di sangue, urina, sperma e tessuto forforico allo scopo di individuare l’eventuale impiego di sostanze dopanti rientranti nella lista dei prodotti interdetti pubblicata da codesta agenzia, di cui Lei in qualità di atleta di livello sublocale dovrebbe essere perfettamente a conoscenza e comunque consultabile al sito Internet www.wada_ciucciatiquestoevai.it”. Il cuore gli sale in gola, si sente beccato in flagrante, c’è stata una soffiata. Poi il cervello riprende a ragionare: può essere soltanto uno scherzo di quei burloni del bar! Giona continua a tenere inserito il cervello. “Però chi me lo fa fare? Perché continuare a massacrarmi con questi allenamenti? Cosa devo dimostrare e a chi?” Giona d’ora in poi pedalerà solo con la ragione, in pianura alla velocità di 20 Km orari.
OPA
Le giovani leve, maschi e femmine, infighettati trentenni reduci da corsi di aggiornamento in pausa pranzo, rilassati a sbottonarsi il colletto di camicie e camicette – stranamente si nota il giro di sudore sul bianco delle ascelle – soppesando di passata la patta o il push-up danno un’ultima sgasata prima di sorseggiare il frizzantino: “Come le dicevamo, Lei che è un nostro pregiato cliente, le consigliamo fervidamente che FORKAN STAN OLIVER & CO. INTERNATIONAL LTD (FSTO) promuoverà un’offerta pubblica di acquisto volontario (OPA) su 350 serie di obbligazioni emesse in Italia tra le quali risulta anche il titolo da lei posseduto e indicato in oggetto. FSTO si impegna ad acquistare sino a un quantitativo massimo pari al 10% dell’ammontare nominale emesso per ciascuna serie di obbligazioni. Nel caso in cui le adesioni superino tale soglia, FSTO si riserva la facoltà di acquistare anche l’eccedenza ovvero di procedere al riparto proporzionale secondo i criteri definiti nel documento di offerta. Qualora Lei decidesse…” E qui decidono di scalare una marcia linguistica e poi un’altra, abbandonandosi al racconto di più banali bucati da asciugare prima della gita domenicale fuori porta, di tinte di capelli da variare, per infine le due piacenti single sbilanciarsi in folle sul durex gel, una manna per la penetrazione da dietro, e che “certo quando vai in un locale, se qualcuno ti piace, sì con lo sguardo glielo fai capire, lo punti, però deve essere lui che fa la mossa, e comunque il durex anello è una trovata stupenda, ma devi essere già un po’ in sintonia col tipo per andare avanti per ore, e tra una cosa e l’altra il metodo Pilates, una via di mezzo tra il work out total mode, lo yoga e l’aerobica, ma il meglio è il sistema Boris sulla spiaggia di Marina…”
KUNERT
H. 5.35 della mattina: sole velato, sparuti fili d’erba ancora fradici di umidità in giardino, il termometro fermo sui 30°: durante la notte non è sceso sotto la fatidica tacca. Una notte insonne, le zanzare a stridere in nugoli contro la zanzariera, nemmeno un refolo bollente. Giona si era alzato ogni mezz’ora: bere, sgranchirsi le gambe nel fazzoletto di giardino (e chi non aveva nemmeno un balcone?), guardare il cielo senza stelle: la cappa faceva filtrare solo qualche aviomobile – ah, la cabina pressurizzata, lassù quelli respirano, d’accordo, artificialmente, ma respirano e scenderanno in riva a un mare verde, sabbia gialla, amache tra palmizi, limpida brezza oceanica: 24°! Ed ecco l’idea! Le previsioni hanno preannunciato un’altra giornata assurda: cielo plumbeo, aria immobile, non-aria, le temperature dovrebbero scalare la colonnina digitale fino ai 45° e oltre, 98% di umidità, remota possibilità di temporali locali. Giona prende la valigia compatta, adatta alle cabine degli aerei: una felpa nera e un libro e sale sul primo treno utile per Bologna: un Intercity Plus col condizionatore rotto. Venti minuti in assenza di traffico poi il termometro luminescente dell’aeroporto gli spara negli occhi 38° alle h. 7.29. Tre passi ed entra nell’atrio, e respira, ecco l’aria condizionata! Con calma, si accomoda a un tavolino di un bar-ristorante al primo piano, immediatamente sotto la VIP-lounge, e ordina un’abbondante colazione. Appoggia la valigia in piano al suolo: estrae il libro: il meglio dell’ironia surreale compressa in racconti brevi di Günter Kunert, scrittore pelato e baffuto dell’ex-DDR, uno dei pochi grandi in circolazione. Riapre la valigia: tira fuori la felpa nera e la indossa per far fronte all’escursione termica di quindici gradi. Inizia la lettura. Ogni due ore scende al piano del check-in, guarda le file in partenza, legge le destinazioni e gli arrivi, poi si riaccomoda al piano superiore col suo libro disteso su un tavolo libero, fino all’arrivo dell’ultimo volo. E così farà domani, e tutti gli altri giorni, facendo amicizia con le donne della pulizia slave e le bariste meridionali. Tra bar, treni, Aerobus, consumerà il corrispettivo di tre mesi di pensione, ma Giona sopravviverà, a differenza di migliaia di altri pensionati più o meno vecchi, alla straordinaria ondata di caldo africano di quell’estate assurda, leggendo. Ogni giorno gli stessi racconti: Kunert.
GRATIFICA
La metamorfosi si toccava con mano: là, dove pochi mesi prima rotoli di ciccia flaccida riempivano i pugni, ora si contavano le costole. In un inverno 20 cm. in più d’altezza e 10 kg. in meno in pesantezza. E sotto il mento – durante l’inverno vi pendeva ancora una bella, morbida e rosea sacca – ecco una miriade di brufoletti ad anticipare peluria di futura barba. I sedici anni di Giona si erano manifestati con una stanchezza metafisica che non gli avevano fatto aprire un libro fino al termine del primo quadrimestre: la pagella implacabilmente riportava la media del tre e mezzo, l’anno scolastico praticamente irrecuperabile. Erano seguiti i provvedimenti di prammatica: taglio dei viveri integrale, niente paghetta, né computer, né consolle, né uscite: soltanto scrivania e due volte alla settimana la piscina per sfogare un po’ d’arterio.
È questione di crederci e di allenamento: ogni giorno cinque minuti in più di lotta contro la pigrizia e a luglio l’arrivo della tappa pirenaica: Giona è promosso per il rotto della cuffia di plastica che usa in piscina. Con tre debiti, ma promosso: nero su bianco sul cartellone esposto a scuola. E ora Giona, dall’alto dei 20 cm. in più di autostima vuole concedersi un regalino tecnologico per il risultato conseguito. Preleva dalla Banca di Mâgna-Mâgna con la sorella maggiorenne ad assisterlo € 200 e parte gasato per il TechnoCenter. Chiama al cellulare il Vecchio: contrario! Chiama la Vecchia: figurarsi quella! Questa cerca di spiegargli che sono 400mila delle vecchie lire, un terzo di molte pensioni, che è un delitto sprecare così i risparmi in un qualche inutile oggetto tecnologico, domani già sorpassato da un altro aggeggio più figo e più stylish! Richiama: contrari! Ma Giona vuole gratificarsi e comprare qualcosa, è un raptus animalesco. E compra. Per pochi euro si porta a casa l’ultimissimo modello di contachilometri per la bici, un gioellino di computer, per i chilometri che ancora gli mancano per togliere altri 5 kg di ciccia all’adolescenza!
DISEQUAZIONE
Da ormai più di cinque ore allocate al calduccio delle pagine del manuale di matematica 20 disequazioni di secondo grado con derive stanno aspettando pazientemente che Giona si alzi dalla nuovissima consolle Wii della Nintendo, un acquisto in cooperativa con alcuni compagni di scuola che domani, sì già domattina in corriera Giona deve passare a un altro. Finora è riuscito a salvare la pelle, ma il Nemico è sempre lì in agguato, e dopo la soffiata del compagno per SMS quasi quasi ce l’aveva fatta a farlo fuori e, se non sbaglia, il Nemico sta vagando tra i pixels tridimensionali piuttosto ferito, ce l’ha in pugno! Certo che anche la Playstation 3 della Sony non è male, mentre con l’Xbox 360 della Microsoft lui non si è trovato mai troppo bene, ma forse la causa è l’antipatia che nutre per il Grande Bill e il suo sorrisino da benefattore-monopolizzatore, comunque deve sbrigarsi perché ormai tornano a casa i vecchi dal lavoro e via con la solita maletta di domande, un interrogatorio a cui risponde a mugugni, ma che si facciano un po’ i cazzi loro, e quelle disequazioni come esercitazione per la verifica di domani che gli alitano sul coppetto: è ingiusto, uno non ha mai il tempo di finire niente, e pensare che voleva far fare una passeggiata anche al suo avatar Angio, fargli sfogare un po’ gli occhi nel quartiere a luci rosse che ha scoperto recentemente nella cittadina dove abita di Third Life, ma se lo becca il Vecchio mentre naviga in Internet poi gli deve spiegare come ha fatto a ottenere le credenziali, che cioè lui è lì con i dati della sorella maggiorenne, sì insomma un casino, e il Vecchio potrebbe tagliargli definitivamente i viveri, insomma il tempo non basta mai: questa è la vera disequazione: le disequazioni che aspettano e il Nemico che non muore!
Cosa gli diceva già il vecchio Rinco alcuni giorni fa? Blaterava di cibertempo – ma che ne sa lui di ’sta roba?! – citandogli un certo Bifo, un altro rudere come lui dalla preistoria degli anni Settanta: “Il cibertempo non è illimitatamente estensibile perché esso è collegato con l’intensità dell’esperienza che l’organismo cosciente dedica a elaborare informazioni che provengono dal ciberspazio”. E Giona si accascia esausto sulla consolle mentre la porta di casa si chiude alle spalle dei vecchi: buona serata a tutti!
NUOVA (H)ERA
A un’insinuante, insipida e ottundente musichetta New Age, che si innalza dal wine-bar all’aperto, si accoppia il rombo zanzaroso dell’automatico e tozzo spazzolone dell’ex-municipalizzata ormai giocata in borsa per le azioni in rialzo di pochi e l’obolo – pure quello in rialzo – dei tanti, intento a raccattare zigzagando sull’asfalto lercio i resti di un esausto mercato ormai estivo: costole marcite di verdure, cassette, cartoni, carte e cartacce. E raccoglie pure la lettera dell’italico burocrate che vi ha lasciato cadere con tigna dal balcone la vecchia signora dirimpettaia di Giona, dopo avergli chiesto il significato di quelle parole a lei inviate affinché possa contribuire a concretizzare lo slogan che grida ovunque: FAENZA È DIFFERENZA!
“Giona, par piasê, per favore mi sai dire cosa vogliono questi qua da me, e perché devo portare al bar i giornali vecchi?” E la signora comincia a leggere nel suo per altro abbastanza preciso italiano regionale: “Gentile cliente, nella qui allegata busta Ella potrà rinvenire 15 – e qui si incaglia – punched tickets ovverosia cartellini perforati. Su ciascuno di essi, come Ella potrà facilmente constatare, è riportato il suo bar code nonché l’indicazione della giornata nella quale CONFERIRE sul suolo pubblico il rispettivo sacco di colore azzurro”. E Giona, pacatamente, spiega alla simpatica vicina che i signori e le signore in questione desiderano semplicemente che lei, dopo aver riempito il suo sacchetto azzurro, lo deponga in strada. Vorrebbe anche dirle che il signore o la signora dedita alla stesura della lettera indirizzata ai cittadini, ligia al proprio dovere di sapiente burocrate, forse per mera svista, si è avventurato o avventurata nell’uso di un verbo un poco obsoleto nel significato di “apportare a un fondo o a una raccolta comune”. Un uso che ha tradito pure lei o lui nell’uso della corrispondente preposizione, ma che nell’esempio riportato dai dizionari dovrebbe essere noto alla vecchia signora, avendo costei visto il passaggio della Seconda guerra mondiale: conferire il grano all’ammasso. Ma forse lo farà la prossima volta.
BRISCOLA
È inevitabile: il numero perfetto non è “tre”. Per la briscola bisogna essere in quattro. È inevitabile: prima o poi qualcuno manca sempre. Per sempre. La notte passata se ne è andata la Tuda. Verso le h. 2.30 è arrivato il 118 a sirene spiegate, ma poi le hanno spente subito: non c’era più niente da fare. E il problema si pone sempre, sempre più pressante: il numero dei papabili alla briscola serale organizzata da Giona si sta assottigliando paurosamente. Anzi, per stasera sembra proprio impossibile trovare il quarto giocatore, anche perché Pirì, riserva fissa dedita solo ai commenti salaci, da qualche giorno non si alza da letto con la bronco-polmonite che si ritrova: quel coglione, a 82 anni è andato a vangare nell’orto sull’argine del fiume, a sudare in mezzo a quello scirocco caldo e violentissimo e u s’è giazê, ha preso freddo. Adesso la polacca dai capelli di stoppa – chissà che nome ha? Giona per andare sul sicuro, la chiama Mariù, tanto i polacchi sono tutti cattolici, no? – non sta dietro a rispondere alle chiamate di Pirì. Ah, la Mariù, la pulaca, benedetta lei che ha cinquant’anni e con quelle tette che si ritrova, quando attraversa il paese in bicicletta per andare a fare la spesa al Conad per Pirì, appena passa davanti al bar, escono tutti per ammirare tutto quel ben di Dio oscillante sotto la camicetta sbottonata. Senti mo un po’: morto un papa, se ne fa un altro. E se lo chiedessi alla polacca, a Mariù, stasera quando ha dato la pastiglia a Pirì per farlo dormire con un sasso? Sarebbe la soluzione migliore: “Senti Mariù, ma tu le nostre carte le conosci? Sei capace di fartele venire? Giochi in coppia con me?”
SGUARDI PRECARI
Sembravano falsi da quanto erano verdi gli occhi di Giona. Chi non la conosceva, le chiedeva se per caso portasse le lenti a contatto per farseli verdi, come certe attrici. Chissà, forse erano un capitale da sfruttare un giorno, ma al momento le servivano per individuare al volo le fessure delle buchette delle lettere in cui infilare al volo i pieghevoli della pubblicità o le migliaia di copie del giornaletto di annunci gratuito Il Pidocchio che l’agenzia MediaExpress settimana per settimana le procurava. Una manna quel lavoretto in nero, raccattato pochi giorni dopo aver superato l’esame di maturità. In pochi mesi Giona era già riuscita a pagarsi buona parte di libri dei corsi universitari del primo semestre e addirittura la prima rata della scuola di musica, perché questo era il sogno di Giona: potersi esibire un giorno col violino come solista. Una fortuna quel lavoretto: a forza di camminare per i selciati sbriciolati e sempre rinnovati di Ridente, la sua affluente cittadina, trascinandosi dietro quella specie di carrozzina colma di carta, di salire e scendere i gradini dei condomini per infilare la pubblicità sotto le porte quando era vietato infilarla nelle buchette, oppure di percorrere le strade polverose del cosiddetto “forese” sotto il sole abbacinante – ora sapeva cosa significava quella parola – dopo essere stata scaricata a qualche incrocio dal boss col suo vecchio catorcio di Ford Transit. Una fortuna: Giona aveva perso già 1,257 (uno virgola 257 gr.) chili, riuscendo a scendere sotto il quintale! A nulla le servivano quegli occhi smeraldo, nemmeno uno straccio di maschio che l’avvicinasse per ammirarne la profondità: lo sapeva, era la paura dei maschi di venire stritolati dal femminino! E se l’avessero vista mentre stringeva sensualmente il violino… Però, se ci pensa bene, c’è quel giovane cingalese dalla pelle olivastra, una sorta di verde anche questo colore, che non mastica nemmeno una parola di italiano, con quel sorrisino enigmatico, a volte la guarda quando sono sul Ford Transit e l’altro giorno prima di essere scaricati assieme ai pacchi, alle balle di pubblicità e alle carrozzine, l’ha guardata in un certo modo: che le facesse gli occhi dolci? O era solo il suo sguardo sul mondo? Come vedrà un cingalese la campagna romagnola? E le ragazze? E gli occhi verdi?
UN NATALE DIVERSO
Il bello del lavoratore precario è la sua libertà di scelta: lavoro o non lavoro. E Giona aveva scelto, del resto erano anni che sognava di abbandonare per un po’ il freddo puttanone nebbione padano e spararsi alcune settimane a Santo Domingo, come facevano ormai tutti. E stavolta anche il broker (cus’ël e’ broker?, non l’aveva mai capito, quello a cui si lascia un quinto delle stipendio, quale stipendio?) lo aveva sconsigliato caldamente dal prendere un ulteriore prestito per la vacanza di sogno: già aveva in scadenza inevasa le 48 rate del divano-dimora sul quale si gingillava nelle troppe ore di ozio forzato davanti a Sky (ma quale cielo?) e le 32 della Hyunday, per la cui assicurazione si era inginocchiato ancora una volta (volta più volta meno) davanti alla vecchia zia zitella, che gli voleva così un bene a quel suo ragazzo tanto volenteroso, una volontà di ferro, disposto a tutto, e tanto sfortunato da “non sistemarsi” mai, intendendo il posto fisso in qualche ufficio comunale. E allora Giona aveva scelto. A lui, del resto, avevano fatto sempre tanta tenerezza quei Babbinatali rampichini: appesi a un cornicione con una mano, su una scaletta appoggiata precariamente a un comignolo, abbracciati languidamente a una grondaia o a cavalcioni di una ringhiera di balcone: così soli nel loro lavoro indefesso e tanto esposti agli agenti atmosferici. A Giona si stringeva il cuore soprattutto quando verso giugno, battuti dallo scirocco e dal libeccio, perdevano la cuffia e si smalvivano. Ora toccava a lui. Era diventato uno di loro.
L’idea era stata di una multinazionale dell’elettronica: ingaggiare con contratti co.co.pro. Babbinatali viventi, in carne e ossa che, a differenza di quelli Made in China, nella loro statiticità pur erano costretti a muoversi e a dimenarsi in qualche modo sottolinenando così il movimento flessuoso e dinamico dell’economia. Turni di 24 ore intervallati da 12 ore di riposo, da metà novembre all’Epifania, e su questo Giona era sicuro: lui non si sarebbe smalvito. Certo, un lavoro duro al pari dei carabinieri perennemente fissi davanti alla Banca D’Italia o delle guardie penitenziarie, comunque sempre meglio che andare in miniera o in fonderia, e in ogni caso la sicurezza sul lavoro era garantita da una imbragatura a prova di bomba Made in Germany con dei moschettoni speciali in acciaio della Thyssen-Krupp: tutta roba firmata.
E ora Giona era lì, proprio nella Santa Notte, a cavalcioni della ringhiera che sosteneva la megainsegna dell’outlet parallelepipedo-elettronico, con i pantaloni imbottiti con un cuscino per non schiacciarseli completamente, che spostava di tanto in tanto con un mano da dentro la tasca come i vecchi in piazza nei giorni di mercato. In saccoccia aveva i panini del rifornimento e il termos del Gatorade caldo. Alle prime ombre della sera aveva schiacciato un piccolo interruttore incorporato e sulla schiena si era illuminata una grande scritta azzurro fosforescente, una sorta di cresta di drago: BUON NATALE A TUTTI GLI UOMINI DI BUONA VOLONTÀ!
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